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di Ilenia Appicciafuoco
La vita di un uomo, gli errori,
gli incubi, i traumi, raccontati dalla voce della follia.
È lì.
Non si vede, ma ci sembra di
scorgerla, forse l’immaginazione del lettore le assegna persino lo stesso volto
del protagonista.
La voce è uno specchio terribile,
un ritratto di Dorian Gray che grida e a volte sussurra all’uomo le aberrazioni
della sua mente, delle sue scelte, della sua esistenza.
Là comincia il Messico, primo romanzo del filologo e critico
letterario Gualberto Alvino, pubblicato quest’anno dalle Edizioni Polistampa
deve il titolo ad un topos cinematografico, una frase pronunciata dai banditi
dei vecchi film western nel momento in cui raggiungevano il confine ed erano al
sicuro. Nell’ottica dell’autore, qui, diventa il punto di non ritorno, la linea
che separa la razionalità dalla bestialità e che, inevitabilmente, finirà per
essere oltrepassata.
Sono le allucinazioni uditive del
protagonista, un famoso intellettuale e stimato filologo, ad infliggere un
letale castigo alla sua psiche e a condurre l’uomo a decretare, con le sue
azioni (e inazioni), la sconfitta del
logos e della ragione e la vittoria degli impulsi ferini e della volontà di
trasformarsi da dissettore di libri a
scalco di corpi.
Nel primo capitolo del romanzo,
“Cobalto vivo”, situato nella prima parte dall’eloquente titolo “Appostamenti
alla lepre”, la voce appare in tutta la sua potenza impietosa già dall’incipit:
“E tuttavia ti farò credito,
ancora una volta, l’ultima, bada, purché non ceda più alla tentazione di
sfuggirmi, e smetta quel ghigno saputo, insolente, quell’aria di sfida e di
ottusa spavalderia con cui cerchi inutilmente di opporti all’evidenza” (op.cit.
pag 11).
Da questo attacco comprendiamo
che quello delle allucinazioni ai danni della sua vittima è un discorso che
continua da tempo e travalica a ritroso i confini della pagina, oltre un
margine in cui noi lettori non potremo mai penetrare. Le voci insistono nel convincere
il protagonista ad accettarle e a smettere di negare ciò che, ormai, appartiene
alla sua quotidianità. La loro attenzione, in questo primo capitolo e per buona
parte del testo, è rivolta alla lepre,
allegoria dell’inettitudine dell’uomo che tengono prigioniero e che ha
consacrato la sua vita allo studio dei testi, all’analisi ma anche alla volontà
di tenere tutto sotto controllo, convinto che ogni essere umano possa essere
l’artefice del proprio destino.
L’individuo senza voce che
subisce le angherie dei mostri della sua mente è un formalista. Crede
fermamente che “Il potere di un’assonanza, di un’onomatopea, di una paronomasia
o di una semplice allitterazione” ecceda “di gran lunga quello della più
folgorante coniazione concettuale…” (op.cit. pag 73) e nell’amore per la forma
ha speso tutta la sua esistenza, curando l’arredamento della sua casa fin nei
minimi dettagli, la disposizione dei libri sulle mensole, l’attenzione nella
scelta delle parole più appropriate, tanto che sarà il suo stesso “aguzzino” a
definirlo un abile affabulatore.
Alvino mostra come l’amore del protagonista per la forma si sia tramutato, a
poco a poco, in ossessione, e lo fa, ovviamente, tramite il basso continuo
della voce, che descrive in modo minuzioso l’angosciante “fabbricazione della
pagina” al computer. È questo, un tratto del romanzo che disintegra l’idea di
creazione intellettuale come atto istintivo, frutto di un moto improvviso
dell’anima e fa assomigliare la stesura del testo ad un progetto di ingegneria
meccanica. L’intellettuale sembra disorientato nel momento in cui una semplice
elisione riesce a creare spazi troppo larghi e troppo bianchi fra una parola e
l’altra, facendo assomigliare il rigo ad un’epigrafe
smozzicata dai secoli e “non c’era verso di serrarlo, se non riducendo
d’una frazione di punto le misure degli interstizi…” (op.cit. pag. 100).
Il filologo si riduce, così, a
sacrificare il concetto, a renderlo meno efficace pur di non intaccare
l’armonia della struttura formale. Arriverà a spaccare la tastiera con un pugno
quando, allo stremo delle forze, scriverà che anche il pensiero nella sua
purezza e non solo la maniera in cui viene reso, incide sull’opera.
La voce alterna toni minacciosi,
perentori e pieni di odio e disprezzo nei confronti del protagonista, a momenti
in cui sembra che niente al mondo sia più importante del cambiamento totale che
sta cercando di provocare nella sua anima. Accoglie, come forse un padre
orgoglioso farebbe, ogni minimo segnale di pura reazione istintiva e brutale
dell’intellettuale alle situazioni, ogni minima dimostrazione di inazione, l’unica arma da usare nei
confronti del Sistema, “… l’unico atto di ribellione in grado di confondere
questa macchina idiota…” (op. cit. pag. 75). Essa assume toni più pacati anche
quando comprende che il suo ostaggio si sta lentamente arrendendo e non fa più
mostra di volerla negare o allontanare.
Là comincia il Messico potrebbe tranquillamente essere tradotto in
sceneggiatura teatrale e sembra fondato sulla figura retorica dell’antitesi: è antitetico, nel senso che non ammette
una sintesi fra gli opposti. Anche se la voce stessa mette in guardia il
protagonista dagli specchi poiché essi “… convertono la vita prima in vita
seconda… niente di più pernicioso per chi versa nel tuo stato” (op.cit. pag.
43), questi ci appare come vittima e carnefice, docile e spietato, umile e
altezzoso, perfino pulito e lercio al tempo stesso. Ha amato profondamente una
donna, anche lei senza nome (come, del resto, tutte le ombre presenti nel libro),
una poetessa che rivedrà, per l’ultima volta, vagare disperata per il paese, in
un giorno di festa, fasciata da un abitino liso e fuori moda… al tempo stesso
sa di averla condotta alla follia, umiliandola fisicamente e mentalmente,
distruggendone il corpo, l’opera, non sopportando che, nonostante tutto, lo
dominasse con il suo amore spontaneo, senza barriere né difese e
sovrastrutture.
Ha avuto un amico, adorato solo
fino a che non sprofonda in una depressione senza via d’uscita. Lo troverà
morto suicida, straccerà il biglietto su cui erano spiegati i motivi del gesto,
“… una moglie indifferente, sconosciuta; figli vuoti, senza luce.” (op. cit.
pag. 68) decidendo così, deliberatamente, di occultare la verità alla sua
famiglia. Così facendo, dice la voce impietosa, “Quante altre stragi avranno
ancora seminato sulla loro strada nella più sorda incoscienza, che una tua
diversa decisione avrebbe potuto evitare? Non puoi non averci
pensato.” (op. cit. pag. 68).
La polarità del romanzo si ha
anche quando le allucinazioni descrivono il rapporto dell’intellettuale con la
sua famiglia d’origine e con suo figlio: quest’ultimo e forse il padre, sono
ciò che questi ha sempre rinnegato, il primo perché non in possesso della sua
stessa intelligenza e del suo stesso ardore intellettuale, il secondo perché
delinquente, ladro e folle. È il padre a far nascere in lui non solo i primi
germi della follia, ma anche, suo malgrado, l’amore e la venerazione per il
suono e la forma delle parole:
“Assaporava di
gusto le vocali aperte (…) pasteggiava le sibilanti e le esplosive labiali (…)
componeva frasi ad hoc e ne ripeteva le sillabe all’infinito corrugando le
labbra (…) Bubboni su massi zappan mappe zotiche (…) Inorridivi senza capire, e
annotavi con diligenza su un angolo della parete i termini ricorrenti per
bandirli in perpetuo dal tuo lessico.
Quell’intonaco fu il tuo primo
diario, il primo annuncio della tua inclinazione filologica. E
della follia che t’ha sempre camminato a fianco rubandoti il passo” (op. cit.
pag. 85).
Se la figura paterna è presentata
come eroica, folle e violenta al tempo stesso, il figlio, espressione vivente
di mediocrità secondo l’ottica dell’intellettuale,
è manifestazione vivente di ciò che la voce vorrebbe che lui diventasse. Il
ragazzo vive, in una condizione di completa anarchia, nello stesso edificio in
cui si intreccia la vicenda, in un appartamento al piano di sopra, dando asilo
a individui equivoci o disperati raccolti dalla strada. È rappresentato come un
individuo spietato, capace di fare del male senza provare il minimo accenno di
rimorso, ma allo stesso tempo pieno di una forza vitale e di una carnalità
istintiva e feroce di cui suo padre non ha mai potuto godere. La madre del protagonista
è forse l’unica immagine che trasmette, per un momento, un senso di calore e di
pace e lo struggente ritratto che ne fa la voce stessa sembra accrescere il
rimpianto dell’uomo per non essere stato capace di abbandonarsi totalmente
nell’esprimere l’amore. È tramite la sofferenza e la rassegnazione di quest’ombra
bianca e semplice che l’autore sfiora una delicatezza che non trova spazio
nelle altre pieghe della storia.
Anche se i contenuti del libro
sono davvero originali, il vero punto di forza dell’opera risiede nella
struttura e nell’abilità linguistica di Alvino, amante e studioso della lingua degli irregolari Antonio
Pizzuto, Gesualdo Bufalino, Stefano D’Arrigo fra gli altri.
Il testo si
divide in due parti, le quali, a loro volta, contengono ciascuna quattro
capitoli. Tuttavia, all’interno di questa struttura molto regolare le parole
esplodono, escono dalla pagina. Alvino imprime il marchio del suo stile ad ogni
singola frase e la violenza dei significanti è tale da renderli simili a entità
animate da una volontà propria e da una materialità che accresce il senso di
angoscia e straniamento e che condiziona il ritmo della scrittura. Nel capitolo
“La scena” in cui il protagonista viene aggredito e ferito sulla banchina di
una stazione da una spietata banda di ragazzine, nel momento in cui gli viene
inferto il colpo allo stomaco, ci sembra di guardare la sequenza a rallentatore
di un film. La scrittura segue, attimo dopo attimo, ogni singolo movimento
dell’uomo, ogni reazione minima del corpo e ogni moto del pensiero, inclusa una una digressione, un suo traumatico ricordo d’infanzia,
nonché i movimenti dei personaggi e le modificazioni dell’ambiente che fanno da
cornice alla situazione. “La scena” in effetti, presenta un accaduto che ha più
i contorni di un incubo, di un’allucinazione, che quelli di un’esperienza
realmente vissuta.
Si può
osservare, ad una lettura più attenta, che la definizione “romanzo” mal si adatta
a questo libro che offre una commistione e una varietà di approcci stilistici e
lessicali tale da renderlo pressocché impermeabile a una delimitazione entro
confini netti.
Gualberto Alvino
usa le parole a suo piacimento, gioca mescolando vocaboli, alcuni li stravolge,
altri li inventa o li storpia volutamente:
“… ovvero
emettere suoni, interiezioni, parole a caso, dopo una vita di pesature al milligrammo;
chessò? Clitico hiiiiiiiiiiii policronia disambiguazione splash arcadieggiante
centosedici idiografo antimimetico oh diffrazione alfano ordunque…” (op.cit.
pag. 64).
La punteggiatura
è un’altra componente dell’opera che l’autore cura in modo particolare, sia
quando viene utilizzata per rendere più concitato il borbottio delle
allucinazioni, sia quando è volontariamente trascurata, ogni qual volta il monologo
sfocia nel flusso di coscienza e la scrittura diventa (apparentemente)
automatica. Alvino mostra una predilezione per l’apertura di parentesi che
potremmo definire “false” poiché contengono il nocciolo centrale del discorso e
soprattutto, dà prova di un’attenzione senza precedenti nella letteratura
italiana contemporanea, nei confronti dell’accentazione, arrivando perfino
all’utilizzo dell’ictus circonflesso:
“quei fenomeni dei greci lo mettevano
dovunque, dovremmo farlo anche noi, almeno sulle sdrucciole (…) lascia stare i
grammatici, sono pigri, si deduce dal contesto dicono (…) e dire che sarebbe
così semplice, naturale, vènti vénti, abbònati abbonàti, séguito seguìto, il
circonflesso è morto, ma servirebbe anche lui, io lo metto sempre, pare un
fiore, agghinda la pagina, lo conosci?” (op. cit. pag 167). Sono queste le
parole di un particolare “personaggio” che l’autore fa affiorare nell’ultimo
capitolo. Questi è caratterizzato, a livello stilistico e formale, dall’utilizzo
del carattere corsivo e da un leitmotive diverso
rispetto a quello dell’altra allucinazione. Se la prima voce è riuscita
nell’intento di trasformare l’intellettuale da dissettore di testi ad assassino
mutilatore di corpi, la seconda si manifesta nei tratti ossessivi di una
sensualità malata e perversa, spostando l’attenzione per il sangue, gli organi
vitali e i sacrifici umani arcaici a quella per gli umori, le zone erogene, il
sesso delle donne, creature ridotte a fantocci soggiogati dall’inquietante
figura del freddo seduttore. Saranno proprio i suoi sussurri a far calare il
sipario sulla vicenda che, tuttavia, si interrompe nel bel mezzo di un monologo
che continuerà, anche dove i nostri occhi non riusciranno più a seguire,
facendo penetrare nel testo un’idea ciclica e insieme
infinita del tempo.
Là comincia il Messico è un’opera molto
difficile da analizzare e da capire ed è probabile che solo un esperto filologo
e letterato come l’autore potrebbe sviscerarne le caratteristiche fondamentali
e offrirne una visione soddisfacente, anche perché, in più parti del testo,
l’autore si serve delle note buttate giù dall’uomo di scienza divorato dalla
malattia per esprimere una sorta di “testamento” intellettuale, convertendo il
flusso delirante, in saggi sulla forma e la sostanza nell’arte e nella lingua.
Alla luce di quanto appena scritto lascio che sia il critico e
pubblicista Giacomo D’Angelo a concludere che: “Benché il motto di Alvino sia la simmetria è infeconda, egli è
biologicamente simmetrico: non ha bisogno del facile espressionismo, perché
perfora e perturba con le guglie del suo stile i temi più scabrosi.
Alvino è un filologo dell’anima, dell’idea
fatta viscere,
del cuore messo a nudo.”
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