LETTURE
MARISTELLA LIPPOLIS
      

Maristella Lippolis

 

Adele né bella né brutta

 

Edizioni Piemme, Milano 2008, pp. 235, € 14,50

    

      


 

di Valeria Pighini

 

 

Adele è una donna di mezza età, una donna come tante. Abita in una cittadina del sud Italia, non lavora, non ha figli; ha un cane fedele e un marito distratto.

La sua è la storia di centinaia di altre donne, anonime, silenziose, volti sbiaditi tra la folla, donne che si lasciano scivolare addosso l’esistenza come acqua tra le dita e che accolgono la monotonia di ogni singolo giorno con la freddezza con cui si riceve una raccomandata postale. Donne, che hanno smesso di sognare, perché sanno che tanto i sogni non si avverano mai e che la realtà è un’altra, fatta di routine, piccole scocciature quotidiane e fastidiose incombenze: le bollette da pagare, i pranzi con i parenti, due chiacchiere dal parrucchiere, nient’altro. Solo il vuoto.

Adele, di questo niente, di questo vuoto, ha imparato suo malgrado a nutrirsi e va avanti, indossando la comoda maschera della moglie rispettosa e riservata; finché il destino, bizzarro e crudele, decide di intromettersi e di farle aprire finalmente gli occhi.

Scopre per puro caso che Antonio, suo marito, è un assiduo frequentatore di locali di lap dance. Sconcertata e umiliata, comprende di aver gettato al vento i suoi anni migliori. Capisce di essersi trascurata, di aver calpestato la sua dignità, per fare da cameriera ad un uomo che l’ha sempre considerata alla stregua di un bel soprammobile, che l’ha criticata per i motivi più futili, e che ha tratto godimento dal suo corpo inerme senza preoccuparsi di ricambiare tale piacere.

Adele né bella né brutta, romanzo della scrittrice Maristella Lippolis, prende il via da quest’amara presa di coscienza. La protagonista si desta improvvisamente dal suo stato di torpore. Comincia ad osservare il mondo esterno con occhi diversi, come se lo vedesse per la prima volta, e si accorge che non le piace, che le cose devono cambiare, in un modo o nell’altro.

La trasgressione di Antonio, quel suo vizietto da cinquantenne annoiato, è il pretesto che serve ad Adele per rompere l’incantesimo che la teneva imprigionata alla sua condizione di “casalinga disperata”, succube di un destino già scritto.

Supportata dalla cognata Irina, Adele inizia a meditare vendetta. Prima però, sarà costretta ad intraprendere un difficile percorso interiore alla ricerca di se stessa, affrontando lo spettro di un antico trauma mai completamente rimosso.

Il libro si svolge come un viaggio, sia reale che simbolico. Adele torna nel paesino dove trascorreva le vacanze da ragazzina, e rincontra Clelia, la zia ormai anziana, alla quale era stata legatissima nel periodo dell’adolescenza. Le due donne non si vedono da tempo, ma hanno tanto da dirsi, confessioni da condividere tra un abbraccio e una lacrima.

L’autrice proietta i lettori nella mente di Adele e in una dimensione ovattata, fatta di ricordi sbiaditi e dolori sepolti. Le memorie sopite del passato riaffiorano lentamente, come le immagini di un film in bianco e nero: Adele rivive così i momenti atroci in cui perse per sempre l’innocenza. Rammenta la calda stretta della zia quando, durante una notte d’estate, la raccolse sanguinante in bagno, la stessa notte in cui tra loro scese il silenzio, impalpabile, impenetrabile.

Adele si mette a nudo, sciorinando i propri pensieri più reconditi e combatte una dura lotta contro le paure che la attanagliano, fino ad avere la meglio sui suoi demoni. Risorge, liberata e più forte, convinta di voler finalmente dare ascolto alle sue esigenze. Il sogno di diventare una cuoca apprezzata smette di essere una vaga ambizione e assume contorni concreti.

Adele né bella né brutta è un romanzo di rinascita, un romanzo in rosa, che parla di solidarietà al femminile, di consapevolezza, di violenza e di rinunce. L’impressione che si ricava dalla lettura del  libro, tuttavia, è quella di un testo estremamente leggero e scorrevole, mai appesantito da inutili patetismi e, anzi, arricchito con spunti ironici e, a tratti, comici. L’autrice fa sorridere, utilizzando un linguaggio colloquiale che attinge direttamente dalla quotidianità. Il tono e lo stile sono freschi e vivaci, come pure i protagonisti, che paiono usciti direttamente da un grande affresco popolare: Irina, la cognata russa che non parla ancora bene l’italiano, Clelia, la zia, attanagliata dai sensi di colpa, Antonio, il marito superficiale, aspirante politico, razzista e xenofobo. Proprio lui, col suo atteggiamento spocchioso e il suo modo di fare frivolo e immaturo, è forse uno tra i personaggi più riusciti, una macchietta involontariamente farsesca, i cui difetti sono tratteggiati con estremo sarcasmo.

Antonio è un bonario fannullone, che sfrutta la moglie quando gli fa comodo e non sa vedere al di là del proprio naso, l’emblema di una società figlia dell’apparenza e terrorizzata dalle diversità.

La punizione che Adele gli infligge è tremenda e disarmante: un’umiliazione coi fiocchi, il giusto castigo, la degna conclusione di un iter difficile, l’ultimo tassello prima di ricominciare realmente a vivere.

 

 

 




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