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di Domenico Donatone
La poesia di Enrico
Pietrangeli sembra, ad una prima lettura, non trovare un contatto preciso col
mondo, un punto in cui ergersi o far leva per issare quelle che sono le sue
dinamiche più eterodosse, come se egli dal mondo desiderasse in qualche modo
fuggire, essere uno spettatore non coinvolto, invece col mondo − ed è
questa una capacità straordinaria di rifrazione dello scrittore in questione −
ci entra in contatto pienamente, affondando se stesso nel magma di
un’esperienza che appare universale e capace di alimentare la consapevolezza
dell’essere altrove, sempre e in ogni momento, in un contesto quasi scientifico
dell’ovunque, dove lo spazio dato ai versi è uno spazio che serba in sé il
beneficio di potersi sempre reinventare o reimmettere nel corpo vivo di un’esperienza.
Una poesia che tocca il mondo senza violentarlo. È ovunque, e lo si percepisce
dalle mete toccate realmente dal poeta, mete tanto geografiche quanto
dell’anima, questo voler partecipare alla storia, far sì che il proprio canto
non sia selettivo di qualcosa, ma piuttosto appaia come quell’ordito che
accoglie in sé tutte le tracce disponibili o immaginabili dell’altrove,
dell’oltre. Vi è un canto, in quest’opera di Pietrangeli dal titolo Ad Istanbul, tra pubbliche intimità, che
vuole ricalcare la trama del mondo con una partecipazione che è di natura
“spaziale”, circoscritta ma evolutiva del sentimento in essere, che si traduce
in movimento continuo, in bagni assoluti nell’altrove, in cui l’oggettiva
presenza delle cose è paradigma della realtà. Realtà che a sua volta non finge
strutture sociali o meccanismi di sistema, ma intende porsi come quella
porzione di infinito in cui cade l’occhio del poeta. Attraverso porzioni di
infinito, l’Io del poeta si spande all’interno dell’universalità del mondo,
muovendosi come viandante alla scoperta dei suoi ritmi, dei suoi fragori.
Il senso di queste pubbliche intimità si palesa nella
capacità di osservazione, nella capacità di sintesi e anche di rifrazione delle
circostanze vissute che il poeta traduce con un linguaggio che non è mai
falsamente altisonante, ma piuttosto lineare, a tratti severo, anche troppo sincero
in alcuni frangenti, aderente al corpo stesso della materia poetica, in una
straordinaria simultaneità di intenti che l’autore ripercorre riscopre e
riscalda con le parole. Si apre in “questo Istanbul”, perché non è tanto una
città specifica ma piuttosto una situazione multiforme, policroma e avvolgente,
fatta di storie che si inseguono, di apparenze femminili, di conturbanti
situazioni di marca lasciva, sessuali più che amorose, come in «A D. R.», che
spiegano, evidentemente, che c’è un sesso che prevale sull’amore, come
disincanto o meglio nostalgia di un goduto represso o non del tutto capito, una
tematica assai interessante di matrice a tratti simbolista e a tratti
ermetico-lirica che muove l’andamento poetico verso una definizione d’insieme di
natura eclettica alla Rimbaud. È come se si assistesse anche qui alla «Commedia
della Sete» o alle «Feste della Pazienza», ovvero ad un turbinio di volontà, di
carattere e di storia indecifrabile, ma ben chiara nel cuore del poeta, che
Pietrangeli stesso assomma e distende lungo il percorso di una Istanbul
ultrareale e ultrastorica. Il passo che si compie è un passo che deve
necessariamente andare oltre, sposarsi alla realtà oggettiva che si ripercuote
sul vissuto, ma essere al tempo stesso metro di quella che qui può essere
intesa come la frammentazione globale di un unico esistere. Tant’è che Gino
Scartaghiande, nella postfazione al libro, scrive opportunamente che ci si
trova di fronte ad «un tuffo “critico” nel profondo di alcune poetiche
dell’ottonovecento, massime la deriva decadente, da Baudelaire in poi, passando
per Kavafis, fino all’ermetismo nostrano»; questioni di natura prettamente
letteraria che in questo nuovo libro di Pietrangeli vengono in qualche modo
ulteriormente ampliate, facendo dell’analisi posta in essere un’analisi
“impietosa”,
vista come dalla primaria angolazione di una infanzia usurpata, o comunque
spossessata, dai detriti di quanto di più ideologicamente funesto in queste
poetiche sopra citate è contenuto. Un corpo a corpo è quello che il poeta
instaura con quanto sente e avverte, con una lucidità d’animo che pervade
sempre il testo poetico facendo di esso lo specchio su cui far riflettere una
dinamica esistenzialistica dal forte impatto immanentistico.
Qui ed ora, hic et nunc,
come giustamente osserva Shaykh Abdul Hadi Palazzi, direttore dell’Istituto
Culturale della Comunità Islamica Italiana, è il carattere avvolgente di queste
“poesie-specchio”, poesie rifrangenti, fortemente inserite nel flusso di una
dimensione sia estetica che etica, che abbracciano a trecentosessanta gradi il
meccanismo della rifrazione sul mondo attraverso una porzione di esso: una
simultaneità che assieme “statica e spiraliforme” trova appieno espressione nei
versi del «Maestro dei folli d’amore» di Maulana Jalaluddin Rumi, a cui
Pietrangeli dedica la sua rimembranza dei perduti amori. Ma non
è solo così apertamente chiara la materia poetica di Pietrangeli, è anche
altamente tesa, opportunamente acuminata e appuntita nel verso breve
(settenario), che al più diventa endecasillabo, che tiene legato a sé un fare
poesia come liberazione. Se Rimbaud canta «I poveri alla messa» e «I poeti di
sette anni», in cui si raccoglie una certa impudicizia di fondo, un avere le
dita sporche, infilate nel naso, come pezzi di una umanità che si sente messa
ai margini e soverchiata da un sistema padronale, anche in Pietrangeli vi è un
raccontare assai acceso che punta alla emersione di fatti tanto personali come
universali dello stare al mondo, dell’essere uomini, qui e adesso, in questa
vita che non dà spazi ultraterreni.
La frammentarietà
dell’essere è aspetto precipuo di questo poetare, infatti si parla in apertura
del libro di «2/3 di passione, resto masturbazione», un
testo che effettivamente ricalca in modo nuovo la portata di quel decadentismo
parigino, proprio di Rimbaud e Verlaine che, nello specificare la loro
sessualità, davano modo di mettere in scena dei frammenti, degli atomi di un
dolore apparentemente incolmabile. Anche Pietrangeli mette in scena una
dinamica simile, portata dinanzi al lettore con orgoglio e nessuna simulazione.
Il senso più profondo di questa poesia è, forse, questo, cioè uno specchiare
situazioni dinamiche, tanto esterne quanto interne, dette in corpore viris, per scandire un senso quasi dilatato delle forme
e delle istanze. Testi che si susseguono con tono cadenzato, armonico, e lì
dove scatta qualche parola più agguerrita, si produce un andamento da favola
remota, un credo in cose immanenti, che tutto deve confondere e tutto far
scomparire. Come si legge nel testo Ad E.C.:
«Fanciulla e trasognante | è la penombra a sera, | parvenze corporee | che i
clandestini tempi | la carne mia devastano | e dal caleidoscopio | converge mia
l’immagine | su vitree sfere colme | dei gesti tuoi materni: | metallici
sigilli | sopra malati seni. ||» Una realtà che appare molto confusa è, di
fatto, ben scandita, solo è doveroso lo sforzo che la lettura esige tra le
righe dei testi, affinché si possa capire che il poeta parla di figure
femminili non occidentali, lontane, africane o tunisine, dove i “metallici
sigilli” sono, forse, quegli ornamenti tribali delle popolazioni indigene
disposti “sopra malati seni”. Per cui questo Istanbul, come ha scritto Emiliano
Laurenzi, è un’immagine d’inserti della memoria, luogo pubblico dove la carne
del poeta assimila l’alterità attraverso il dispiegarsi delle sue “pubbliche
intimità”. L’estenuante ripercorrere i corpi di donne, le fatiche amorose,
l’alternanza di amori e passioni che si riverberano sulle forme antiche di una
città dalle molteplici anime (alcune ancora immuni al disincanto, altre già
dischiuse alla frontiera dei Balcani), tratteggiano in maniera grottesca le
venature erotiche e il sesso sgangherato. Tra i
componimenti che fanno da guida alla silloge, c’è sicuramente il teso eponimo
«Ad Istanbul, tra pubbliche relazioni», diviso in due parti. In questo
componimento pare esserci più che una poetica che affonda le sue radici semantiche
in un universo altro da sé, cosa ben evidente e assai apodittica, anche una
poetica che traccia il segno di un confine che si muove sul limite di un
territorio e lo amplifica, ovvero amplifica la dinamica tra esterno ed interno,
facendo del fuori un contenuto essenziale del dentro. Per cui un luogo non è
mai solo quel luogo, è anche un altro: Istanbul è Santa Sofia e Karakoy, cioè
identità cha sembrano circoscritte ma sono plenarie, totalizzanti, diffusive di
una realtà emotiva più che geografica, e in questo è evidente quel segmento di
universale che Pietrangeli tratteggia nelle sue poesie.
Ad Istanbul, tra pubbliche intimità -
Prima parte
[…]
III
Di fango e di
mare
annullo ogni
orizzonte
e di gloriose
terre
perdo le
fattezze.
Eminonu è un
rumoroso deserto
che si
distende a sera
e da Karakoy
volgono le
scarpe
di
terremotati,
allegri fantasmi.
[…]
V
Ai principi
azzurri
senza più
fiabe,
nei pochi
istanti che intercorrono
all’imminente
coprifuoco,
uno dei miei
cadenti castelli
sto per
lasciare andare
ed in tutta
fretta vi dico:
se non vi
attarderete troppo,
sino alle
undici in punto,
troverete per
Karakoy
qualche dolce
sgualdrina
di cenerentola
persiana
esposta in una
vetrina.
È il senso e il
sentimento di un confine inteso come passaggio, come tramite a qualcosa di
altro che balugina nell’aria ma non si sa cogliere bene. C’è un’atmosfera
confusa, contorta, come di lamiere del cuore schiacciate da un peso. Il peso
della nostalgia, dell’amore consumato in fretta, un elogio dei riti, perché è
anche questo Enrico Pietrangeli, un elogio dei riti della civiltà moderna che si
individua al tramonto, cioè nel momento conclusivo della giornata, tardo, indicando
nel loro principio l’apice di un vissuto, ovvero nel cominciamento il già
compiuto. C’è un affrettarsi, un andare in giro veloce, un mordere e assaggiare
repentino, ma con il gusto della divisione dei piaceri, delle istanze e delle
prospettive.
A Trieste
A Trieste,
dannata frontiera,
galleggiano
fluttuanti nel porto
profilattici
con sembianze di meduse:
decadente
magia colora la sera
e il mio cuore
prende forma
di valigia in
vinilpelle
(modello anni
cinquanta)
occasionale
avventore slavo
me ne porge il
manico scucito.
C’è, in questa poesia,
tutto un trascorso, un vissuto che è “decadente magia”, un tocco anacronistico
all’interno della modernità (la valigia in vinilpelle modello anni cinquanta)
anticipato da una realtà assai diversa da come il poeta la ipotizzava o
immaginava, ovvero i profilattici che galleggiano nell’acqua del porto come
meduse sono il rendiconto furbo di una vita che svia, che avanza fiera della
sua naturale costrizione. C’è un linguaggio molto teso, scientifico quasi, dove
“scienza” sta per esattezza di sostantivo, di verbo e di aggettivo, non
pedanteria, ma precisione, perché essere precisi significa essere come il mondo
che ci circonda. Un linguaggio che intende rappresentare strutture d’insieme
all’interno di poesie che si prestano molto a dire un assoluto nell’immediato
della sua presenza nel reale, un’astante freneticità, multicolore e
multiculturale, che sprigiona verità d’impatto: «Roteando, pia e blasfema |
centrifuga di lavatrice, | volge al suo ventre, | altresì l’ombelico | per
effimeri ed epici | trascorsi industriali»; oppure «Decade dalla mia gronda |
un gocciolio di ballerine | che infrangendosi al suolo | innalzano una danza |
schizzando dal pube | delle vergini sinapsi.||» Procedendo in questo modo così
esatto, osservativo, facendo del significato l’assunzione di un preciso
obiettivo a narrare, a raccontare, a dire, l’Io del poeta accoglie le dinamiche
dominanti della poesia, finendo per parlare dell’amore, scandendo un ritmo di
oggettività che sprigiona l’essere nella sua interezza e negazione.
Non è l’amore…
Non è l’amore
che non trovo,
è un sentire
morto, annichilito,
pavido di
desiderio appassito.
Non è l’amore
che non trovo,
è la paura dei
sentimenti
tra
impalpabili, ordinari orrori.
Non è l’amore
che non trovo,
è una
nauseante umanità
per cui vomito
inchiostro.
Non è l’amore
che non trovo,
è l’arido
fondo di una coppa
dove non
scorre più il suo vino.
Qui non c’è da
inventarsi più nulla, afferma Pietrangeli. C’è la costatazione che “non è
l’amore che non trova” che lo deprime, posizione forte, quasi assurda, di chi
non crede più nell’amore e fa del non amare una potenziale virtù, ma è tutto
quello che lo circonda a non dargli più quella gioia di vivere, quella
sensazione di partecipare concretamente a qualcosa. Un poeta che sente la sua
stagione all’inferno alla pari del fanciullo ribelle di Charleville, che
cantava la rabbia e la dissoluzione, la primigenia follia di cui aveva saggiato
tutti gli slanci e tutte le catastrofi. Non è l’amore che non si trova, ma i
presupposti di esso, cioè un desiderio impaurito, la paura dei sentimenti
concreti. Nella poetica di Pietrangeli non si può non osservare una parte
rilevante di essa in contatto stretto con il mondo femminile, qualcosa che non
è tanto un gioco erotico ma evidente trasformazione del sentimento amoroso in
lutto quotidiano. Nella donna, e insieme alla donna che non più quella di una
certa tradizione lirica, ma assolutamente è donna del quotidiano, che s’incontra
al bar, al cinema o sul litorale, quindi un’entità che attrae per il suo essere
ovunque, anche in chiesa, entità che purga e acclama l’uomo a sé, vive una
dimensione di profondo dissenso, di freneticità, di rarefazione, di
contraddittorio che spinge il poeta all’osservazione di un fenomeno non più
atipico ma successivo alle dinamiche del non corrisposto. Qualcosa che è sempre
amore, ma è allo stesso tempo sentimento al cloro, rovinoso, come si legge nel
testo dal titolo «Mobbing rosa», un titolo
che non solo fa effetto, ma è l’effetto derivante da una prassi amorosa
sconclusionata, in cui il dare non corrisponde più al ricevere. E il viaggio,
il viaggio come meta non lo è più. Anche il viaggio riduce la sua allegria a
pura euforia del momento e il confronto con il paesaggio diventa qualcosa di
spurio, di consunto, a confronto dell’immensità che reca in sé l’animo del
poeta. Una caduta che Pietrangeli descrive osservandola su di sé, senza remore,
senza infingimenti: «Lunghe e marcescenti chiatte | all’inverosimile affollate
| ed io: a sbirciare sacchetti | sotto i veli di due donne; | costantemente
sgomitato | da anfetaminici camerieri | nella teiera affogati. | Più che il
paesaggio, | mi ritrovo inerte, | schiacciato ad osservare | quanti consumati
legni, | primi decenni corrente secolo, | attraversano il Bosforo | profumando
i pensieri.||»
Vi
sono in Pietrangeli tutta una serie di oggettive presenze, non tanto dei veri e
propri correlativi che qui eludono la materia, ma piuttosto delle situazioni oggettive
del vero, del reale, che si spalmano sull’identità umana come flussi
intermittenti e pur sempre costanti di un sentire l’esistenza nel gioco più
audace dell’alterità. Ed è il modo con cui si affronta l’amore. Un amore molto
endemico, profondo, viscerale, a cui si crede e non si crede, in cui c’è molta
materia (lo sperma) e poco sentimento, (“schizzi di sperma ramingo | che presto
tutto renderà opaco | sotto un astratto spessore di umido ||”); un amore che si
consuma “nella breve imminenza di scadente Natale”, che fa seguire tutta una
quasi compiaciuta sofferenza, una poesia che fa spettacolo di sé quando
pronuncia un malessere che muove verso richieste che non sono più ragionevoli,
come di chi adolescente soffre sapendo di soffrire solo lui, che in lui è tutto
l’amore e non in altre cose. Si assiste quasi ad un eccesso del dire, ad una
realtà più che una verità: «Ti odio ed altro non sono | che un amante immolato
| sull’altare dell’amore.||». È reale più che vero questo sentimento amoroso,
ed è una fervida intuizione, una efficace costatazione del tempo che ci
attraversa. Come opportunamente si legge nel testo dal titolo «Sesso e
liberazione»: qualcosa che è grido, che è urlo, qualcosa che deve per forza
essere così, qualcosa che punta a trovare consenso, ad essere la voce più pura
dell’animo umano.
Sesso e liberazione
Necessito,
privo di grazia alcuna,
di vorace ed
inconsueto sesso
dove l’istinto
genera desiderio
e i tuoi
caprini, stagionati odori
saranno come
un vomere
che mi
rivolterà la terra
dagli abissi
dell’inconscio.
Amerò i tuoi
volgari,
improvvisi,
arroganti sguardi,
gli esuberanti
trasudati seni
sulla tua
voce, ibrida e roca,
e godrò per
fulminante,
lontano e
sconosciuto,
universo del
piacere.
Sarà un breve
ed esaltante
viaggio
organizzato
nel varietà
delle stelle.
Qui viene raccolta tutta
l’inanità del sesso, così necessario quanto deludente. Ma si necessita, questa
è la cosa fondamentale, si necessita fare quello che non si dovrebbe, ed è la
legittimità del piacere che rende possibile tutto. L’amore, vissuto nella
parabola del sesso; il tema del confine come passaggio di vitali istinti, sono
alcuni degli argomenti trattati in questo libro da Enrico Pietrangeli, un poeta
molto tormentato, un “poeta ostinato”, come scrive nel testo «Esitazioni», una
figura che a primo impatto può non piacere o addirittura sembrare uno scrittore
che dice cose scontate. Ed è, a mio avviso, nell’immagine del “soldato” che
Pietrangeli dà il meglio di sé, a testimonianza di quell’universale che intende
costantemente abbracciare, usando una figura storica che racchiude gli sviluppi
dell’intera umanità (soldato), elemento che connota il progressivo avanzamento
dell’uomo, del suo sentimento e della sua forma-pena. Decisivi nella silloge
sono i temi del tempo e della storia, tra loro opportunamente
intrecciati. Non tanto gli amori clandestini legati al letto del poeta – ultima
delle novità letterarie presenti nel libro −, ma la capacità di
osservazione è quella che qui sorprende, che solleva temi mai spenti, non del
tutto chiariti nella coscienza umana. Si assiste man mano ad una discesa sempre
più profonda nelle pieghe dell’animo umano, dove non personaggi ma persone vere,
in carne ed ossa, suscitate attraverso l’essenza delle emozioni, sono
protagoniste di questo che può definirsi il canto dell’imperturbata essenza. Si
volge anch’egli, il nostro, ad osservare quella che Mario Luzi definiva la
“quiddità”, ovvero l’essenza dell’uomo, un punto nevralgico, focale, che
Pietrangeli non ritrova nella fede, ma nel dolore imperituro, nel letto
d’ospedale, dove la carne rattrappita, gorgogliando nel catetere cupi miasmi, fa
dell’uomo un “circoscritto prigioniero”, un “naufrago nauseabondo”. Ecco la
dimensione impietosa, a cui sopra si faceva riferimento, emergere adesso nello
scoppio, potremmo dire, della carne, del volto, più che del cuore e dell’anima.
La disarmante condizione umana, questo è Pietrangeli, nell’essenza dei suoi testi
migliori. Ma iniziamo dalla storia. La storia di cui il poeta parla non è una
storia improvvisata, una storia dell’ultima ora, ma è una storia profondamente
radicata nella coscienza, una storia che non insegna più nulla, evidentemente
così come si deduce dai molti versi profusi, ma una storia in fiamme, una
storia che confluisce nell’immagine delle Torri gemelle a New York, che è
quella di un rogo che assomma attorno a sé secoli di storia, che fa da
contraltare alla storia bella fatta di ideali, mentre questa storia, presente e
ingombrante, che si muove come un dinosauro, non riesce a liberarsi dei
dissensi, è solo una storia infuocata, che brucia tutto, che non discerne, non
setaccia; è una storia che comunque ci è necessaria ma non è esaustiva di quella
volontà a redimere l’errore, a capire il giusto, a captare il vero senso di uno
sviluppo; una storia che qui è solo orrore, un qualcosa che sembra dichiarare
che sbagliare è ormai la sola cosa giusta che ci rimane.
In memoria dell’11 settembre
Stamani, per
un’antica consuetudine,
oltre la
coltre di nubi pigramente cullata
da un
asfissiante scirocco, irrequieto
mi commuovo ed
interrogo l’anima
per
dissolvermi in un uniforme grigio
che
tutt’intorno mi circonda il guardo
di trascorse
stagioni, sospesi eventi
per speranze
bruciate. E un odore
si disperde,
lento ed assiduo,
in un’aria
divenuta acre e rafferma:
sono innocenti
carni sacrificate
che alimentano
squali e vampiri,
macabri resti
fanno contorno
al nauseante
orrore del martirio.
Sembra che sia
concime della vita,
ma restano
solo terre del non amore.
Bellissima
questa poesia, e struggente, efficace: “sono innocenti carni sacrificate | che
alimentano squali e vampiri ||”. Una formula poetica che meglio non poteva
rendere l’idea dell’attuale situazione internazionale, fitta di conflitti
interni ed esterni alle nazioni, dove le religioni sono di nuovo al centro di
una emergenza culturale, «per un dio adulterato | esploso all’istante | dentro
il condotto ||»; ma anche una formula che sa andare oltre sé, fare luce su un
sistema feroce, violento, fatto di dittature morbide apparentemente
impensabili. Altro tema è quello del tempo, inteso come metafora conclusiva ma
inconcludente dello stare al mondo, un tempo che è ultrastoria, necessità
dell’essere che si misura nel dolore e nella morte. Un tempo su cui si distende
una pellicola grigia, immagine di un trascorso logorroico che muta
costantemente l’identità del tangibile.
Al soldato – terza parte
Al muro dei dì
alterni,
trascorsi a
montar di guardia,
lascio alla
memoria
clandestine
cicche inserite
nelle ampie
scanalature;
le chiamerei
pure crepe
se non fosse
per il fatto
che parte di
uno stesso tempo
ci abbia
logorato insieme.
Questa è la figura del
soldato, una figura che determina non più quella del combattimento ma della
guardia costante, dell’attesa, come nel celebre Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, dove si attende si attende si
attende, ma nulla del nemico appare all’orizzonte. Una figura che indica gli
strati della memoria, le cicche accumulate, qualcosa che s’insinua nelle crepe
che non sono le fessure del fronte futuro del tempo, ma la sostanza stessa dell’uomo,
il logorio lento che il vissuto imprime sul volto dell’uomo. Tutta questa
dissertazione emotiva sul tempo e sulla storia Pietrangeli la fa confluire in
un assunto del sapere che si materializza nell’immagine del sangue, quello
vero, cioè quello che si perde, un sangue che è il nostro e non di altri, come
sunto dell’umanità. Qui l’alterità cessa di esistere e si rende univoca, si
plasma, si addensa in dinamiche che sono tutte uguali e del mondo, dell’essere
umano, “traverso contorti percorsi della ragione | tra i moti ondosi di un
incerto vivere ||”.
Un “dissanguamento” che riproduce il sistema del sapere, del prendere atto, in
una dimensione concreta dell’esistenza, nel motivo dominante del vivere e dello
stare all’erta. Un sangue che scorre, tutto e per interno, senza enigma di
parte, senza porzioni di sorte, senza tanto mistero nel continuum equilibrio di
forze che determinano anche la ferocia di questo Istanbul come luogo dell’anima,
in cui passano le emozioni quali uniche realtà vive dell’uomo e per le quali il
poeta “vomita inchiostro”, ed insiste ad essere per queste stesse emozioni
poeta, “ostinato poeta”.
Dissanguamento
Quanto sangue
per conoscerci
e poi fallire
nelle nostre paure,
ricordarci di
uno scorso ideale
all’unisono
palpabile: cenere.
Quanto sangue
è già raffermo,
tinge la
farmaceutica vetrina
quell’essenziale
anticoagulante
che dall’amore
curando deporta.
Quanto sangue
era conoscenza,
un idillio per
infiniti equilibri
sobbalzati in
terra, tachicardia
con referto di
decesso, amore.
Vedi Shaykh Abdul Hadi
Palazzi, in Istanbul, pubbliche intimità
di E. Pietrangeli (p.77), ed. Il Foglio (LI), 2007.
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