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di Marco Palladini
Non c’era il ‘popolo del teatro’
il 22 agosto 2007 al cimitero Flaminio di Roma a rendere l’ultimo saluto a
Perla Peragallo. Anzi, a dirla tutta, eravamo quattro gatti a ricordarci che
con lei spariva ‘l’altra metà’ di Leo de
Berardinis che giace in coma profondo da oltre sei anni. La loro luminosa storia
teatrale si era compiuta nell’arco di quattordici anni da La faticosa messinscena
dell’Amleto di William Shakespeare, “spettacolo cineteatrale” andato in
scena nell’aprile del 1967 al Teatro alla Ringhiera, gestito da Franco Molè
(scomparso pure lui lo scorso anno), fino ai due terminali allestimenti del
1981: Annabel Lee presentato al Teatro in Trastevere e Pamphlet,
uno “sceneggiato televisivo” al Beat 72 che fu ripreso in video da Simone
Carella. Nel tempo di quei tre lustri cruciali il teatro di Leo e Perla fu,
insieme a quello di Carmelo Bene, la punta di diamante dell’avanguardia scenica
in Italia.
Nata a Roma, figlia del
compositore Mario Peragallo, Perla a metà degli anni ’60 è una studentessa
ventenne con una veemente passione per il teatro, segretamente ispirata da
Maria Callas: dunque nel suo retroterra c’è la grande musica e c’è un’idea di missione artistica insieme
‘divina e interrotta’. E a suo modo Perla è stata una sorta di Callas della
ricerca teatrale, un’attrice, anzi primattrice, mattatrice dai mezzi
extra-ordinari, di potente, selvaggia, commovente espressività, una vera
‘bestia da stile’ del palcoscenico, che per vari motivi a soli 38 anni si
ritira, lascia le scene. Riservandosi in seguito soltanto un’attività di
insegnamento, che alleverà non pochi attori di sicura qualità (mi vengono, tra
i primi, in mente Roberto Latini e Ilaria Drago).
Ma il pensiero torna al grande
sodalizio di vita e d’arte con Leo che produce subito lavori memorabili,
folgoranti: dopo l’Amleto c’è Sir and Lady Macbeth nel 1968 e
nell’ottobre dello stesso anno avviene l’incontro con Carmelo Bene per un Don
Chisciotte, in verità poco riuscito. È del 1970 il film A
Charlie Parker, tipico prodotto underground, visionario e perturbato,
dove il trasporto per l’opera lirica di Perla si coniugava con il filo-jazzismo
surriscaldato di Leo. Segue l’abbandono di Roma e delle ‘cantine’ capitoline
per un gesto di palingenesi artistico-politica post-sessantottesca che è il
trasferimento a Marigliano, un paesino del degradato hinterland napoletano, dove
la coppia prova a mescolarsi, ad interagire con il sottoproletariato locale. Ne
resta traccia nel film Compromesso storico a Marigliano del
1971 (l’operatore era Alberto Grifi), e poi nel ricordo di messinscene travolgenti ed epocali come ’O
zappatore (1972), King
lacreme Lear napulitane (1973), Sudd (1974), Chianto ’e risate e risate ’e
chianto (1974), Rusp Spers (1976) in cui il frutto
di una irripetibile osmosi epocale, politico-creativa tra Leo & Perla e la
situazione sociale di Marigliano, si materiava in un teatro dove la
sceneggiata, la canzonetta melodica, la comicità plebea marca Totò si
ibridavano con frammenti shakespeariani, citazioni colte, jazz d’avanguardia,
Schönberg, lacerti poetici da Rimbaud e Majakovskij ad Artaud, e con iridescenti
parodie del cretinismo di massa e pubblicitario coevo. In questo continuo
incrocio e sovrimpressione di lingua e dialetto, Perla in scena si riserva la
parte dell’elemento dirompente, di forza terragna e tellurica, ma diventa anche
corpo d’amore, corpo poetico deformato ed esaltato, come quando si reinventa
interprete vivida e toccante della Filomena Marturano di Eduardo. In Avita
murì (1978) attinge alla Commedia dell’Arte, incarnandosi in una
screziata Colombina che duetta con Leo-Pulcinella, dentro un percorso
tanatofilo, di estetica della negatività rovesciato anche in aggressione verso gli
spettatori.
Ecco la morte: nell’unica biografia circolante su di lei (ancorché non
autorizzata) − Il poeta scenico.
Perla Peragallo e il teatro di Maximilian La Monica, Editoria & Spettacolo, Roma 2002, pp.
230, € 8,00 − si racconta che fu la scomparsa della madre nel 1979 a determinare uno shock
psico-esistenziale in Perla: “Il Teatro che era la vita vera, di fronte alla
vita reale, si disillude e mi sono svegliata dal coma in cui mi aveva rinchiusa
il teatro, i cui meccanismi, ora, erano diventati automatici, non più sublimi.
Negli ultimi spettacoli non riuscivo più ad abbandonarmi, così durante Annabel
Lee, ho detto ‘non è giusto che io finga’, e il cerchio si è chiuso”.
L’utopia di fondere arte e vita ad un grado più alto, di
autotrascendimento s’infrange contro il muro dell’esperienza, intima personale
della morte. Il ritrarsi, l’occultarsi è così il gesto naturale di chi non
concepiva il fare teatro come atto di finzione, ma come atto di conquista di
una ‘vita più vera’. E anche questa è una lezione esemplare, tanto quanto
quelle che Perla aveva dato nel corso della sua intensa e breve ‘carriera’. Io
nel tempo la incontravo di tanto in tanto quando Leo veniva a Roma a presentare
i suoi spettacoli − i due erano rimasti legatissimi, dentro un rapporto
di affinità elettiva, che ha condotto Perla a occuparsi per diverso tempo, in
casa sua, del corpo di Leo malato e incosciente: postremo, straordinario atto
d’amore per il suo vecchio compagno. Ogni tanto la chiamavo al telefono, per
cercare di indurla a venire fuori dal suo ‘buen ritiro’, lei mi ascoltava
cortese e irremovibile, ricordandomi che la sua scelta era stata definitiva e
che si era sempre sottratta a qualsiasi richiesta di apparizioni, interviste,
omaggi, convegni etc. Una volta mi disse: “La Perla attrice di cui parli è morta venticinque
anni fa, oggi sono un’altra persona, una persona non più pubblica”. Ma per me e
per qualcun altro Perla resterà viva.
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