TEATRICA
PERLA PERAGALLO
(1943-2007)

Una sublime ‘bestia da stile’ dell’avanguardia


      
È morta ‘l’altra metà’ di Leo de Berardinis, con cui aveva costituito tra il 1967 e il 1981 una coppia artistica d’eccezione, che era stata con Carmelo Bene la punta di diamante della ricerca scenica in Italia. Ispirata dalla Callas è stata un’attrice di selvaggia, commovente espressività. Da sottolineare la straordinaria esperienza di Marigliano che diede vita a spettacoli indimenticabili come “’O zappatore”, “King lacreme Lear napulitane”, “Sudd”, “Chianto ’e risate e risate ’e chianto”.
      




       di Marco Palladini

 

 

Non c’era il ‘popolo del teatro’ il 22 agosto 2007 al cimitero Flaminio di Roma a rendere l’ultimo saluto a Perla Peragallo. Anzi, a dirla tutta, eravamo quattro gatti a ricordarci che con lei spariva  ‘l’altra metà’ di Leo de Berardinis che giace in coma profondo da oltre sei anni. La loro luminosa storia teatrale si era compiuta nell’arco di quattordici anni da La faticosa messinscena dell’Amleto di William Shakespeare, “spettacolo cineteatrale” andato in scena nell’aprile del 1967 al Teatro alla Ringhiera, gestito da Franco Molè (scomparso pure lui lo scorso anno), fino ai due terminali allestimenti del 1981: Annabel Lee presentato al Teatro in Trastevere e Pamphlet, uno “sceneggiato televisivo” al Beat 72 che fu ripreso in video da Simone Carella. Nel tempo di quei tre lustri cruciali il teatro di Leo e Perla fu, insieme a quello di Carmelo Bene, la punta di diamante dell’avanguardia scenica in Italia.

Nata a Roma, figlia del compositore Mario Peragallo, Perla a metà degli anni ’60 è una studentessa ventenne con una veemente passione per il teatro, segretamente ispirata da Maria Callas: dunque nel suo retroterra c’è la grande musica  e c’è un’idea di missione artistica insieme ‘divina e interrotta’. E a suo modo Perla è stata una sorta di Callas della ricerca teatrale, un’attrice, anzi primattrice, mattatrice dai mezzi extra-ordinari, di potente, selvaggia, commovente espressività, una vera ‘bestia da stile’ del palcoscenico, che per vari motivi a soli 38 anni si ritira, lascia le scene. Riservandosi in seguito soltanto un’attività di insegnamento, che alleverà non pochi attori di sicura qualità (mi vengono, tra i primi, in mente Roberto Latini e Ilaria Drago).

Ma il pensiero torna al grande sodalizio di vita e d’arte con Leo che produce subito lavori memorabili, folgoranti: dopo l’Amleto c’è Sir and Lady Macbeth nel 1968 e nell’ottobre dello stesso anno avviene l’incontro con Carmelo Bene per un Don Chisciotte, in verità poco riuscito. È del 1970 il film A Charlie Parker, tipico prodotto underground, visionario e perturbato, dove il trasporto per l’opera lirica di Perla si coniugava con il filo-jazzismo surriscaldato di Leo. Segue l’abbandono di Roma e delle ‘cantine’ capitoline per un gesto di palingenesi artistico-politica post-sessantottesca che è il trasferimento a Marigliano, un paesino del degradato hinterland napoletano, dove la coppia prova a mescolarsi, ad interagire con il sottoproletariato locale. Ne resta traccia nel film Compromesso storico a Marigliano del 1971 (l’operatore era Alberto Grifi), e poi nel ricordo di messinscene travolgenti ed epocali come ’O zappatore (1972), King lacreme Lear napulitane (1973), Sudd (1974), Chianto ’e risate e risate ’e chianto (1974), Rusp Spers (1976) in cui il frutto di una irripetibile osmosi epocale, politico-creativa tra Leo & Perla e la situazione sociale di Marigliano, si materiava in un teatro dove la sceneggiata, la canzonetta melodica, la comicità plebea marca Totò si ibridavano con frammenti shakespeariani, citazioni colte, jazz d’avanguardia, Schönberg, lacerti poetici da Rimbaud e Majakovskij ad Artaud, e con iridescenti parodie del cretinismo di massa e pubblicitario coevo. In questo continuo incrocio e sovrimpressione di lingua e dialetto, Perla in scena si riserva la parte dell’elemento dirompente, di forza terragna e tellurica, ma diventa anche corpo d’amore, corpo poetico deformato ed esaltato, come quando si reinventa interprete vivida e toccante della Filomena Marturano di Eduardo. In Avita murì (1978) attinge alla Commedia dell’Arte, incarnandosi in una screziata Colombina che duetta con Leo-Pulcinella, dentro un percorso tanatofilo, di estetica della negatività rovesciato anche in aggressione verso gli spettatori.   






Ecco la morte: nell’unica biografia circolante su di lei (ancorché non autorizzata) − Il poeta scenico. Perla Peragallo e il teatro di Maximilian La Monica,  Editoria & Spettacolo, Roma 2002, pp. 230, € 8,00 − si racconta che fu la scomparsa della madre nel 1979 a determinare uno shock psico-esistenziale in Perla: “Il Teatro che era la vita vera, di fronte alla vita reale, si disillude e mi sono svegliata dal coma in cui mi aveva rinchiusa il teatro, i cui meccanismi, ora, erano diventati automatici, non più sublimi. Negli ultimi spettacoli non riuscivo più ad abbandonarmi, così durante Annabel Lee, ho detto ‘non è giusto che io finga’, e il cerchio si è chiuso”.

L’utopia di fondere arte e vita ad un grado più alto, di autotrascendimento s’infrange contro il muro dell’esperienza, intima personale della morte. Il ritrarsi, l’occultarsi è così il gesto naturale di chi non concepiva il fare teatro come atto di finzione, ma come atto di conquista di una ‘vita più vera’. E anche questa è una lezione esemplare, tanto quanto quelle che Perla aveva dato nel corso della sua intensa e breve ‘carriera’. Io nel tempo la incontravo di tanto in tanto quando Leo veniva a Roma a presentare i suoi spettacoli − i due erano rimasti legatissimi, dentro un rapporto di affinità elettiva, che ha condotto Perla a occuparsi per diverso tempo, in casa sua, del corpo di Leo malato e incosciente: postremo, straordinario atto d’amore per il suo vecchio compagno. Ogni tanto la chiamavo al telefono, per cercare di indurla a venire fuori dal suo ‘buen ritiro’, lei mi ascoltava cortese e irremovibile, ricordandomi che la sua scelta era stata definitiva e che si era sempre sottratta a qualsiasi richiesta di apparizioni, interviste, omaggi, convegni etc. Una volta mi disse: “La Perla attrice di cui parli è morta venticinque anni fa, oggi sono un’altra persona, una persona non più pubblica”. Ma per me e per qualcun altro Perla resterà viva.            

 

 

 




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