di Cesare Milanese
Ogni Zivilisation
esprime una propria Kultur attraverso la quale si autodefinisce e si
afferma: compito precipuo, questo, di ogni letteratura. Per cui si presuppone
che anche “nell’era della civilizzazione informatica” (la nostra, avviata ad
affermarsi sempre più come tale nella direzione della “futurità"), debba
corrispondervi una cultura adeguata: una filosofia adeguata, una economia
adeguata e quindi una letteratura adeguata. Una letteratura attinente ad essa e
coerentemente conseguente ad essa. Il processo di ideazione e di elaborazione
di una tale forma di letteratura è già da tempo in corso di realizzazione e di
definizione, sia pure ancora allo stato magmatico e soltanto avviato, ma alcune
direttrici di fondo sono già state individuate e delineate. I contributi “teorici”
presenti in questa raccolta di saggi (La
letteratura nell’era della civilizzazione informatica), dovuti ad alcuni
autori italiani, impegnati in quest’ ambito specifico di interessi e di
ricerca, ma tuttavia collocati come contributi che si inseriscono a tutto campo
nello scenario generale mondiale
(“globale”) di questa evoluzione-mutazione delle forme della letteratura “in
divenire”, valgono come documenti indicativi, riassuntivi e probanti, se non
altro per grandi linee, dell’intera questione.
Questi autori sono: Alberto Abruzzese, Pino
Blasone, Vanni De Simone, Marco Palladini, Gabriele Frasca, Enzo Berardi,
Gabriele Perretta e Cesare Milanese (anche curatore). Nel libro i loro
testi compaiono nell’ordine della loro
consegna in redazione, fatta eccezione per quello di Perretta, che essendo il
più esteso si presta meglio come silloge da conclusione onnicomprensiva. Mentre
il testo di apertura, Dalla modernità all’oltremodernità, vale
come premessa d’orientamento “storico” (o se si vuole storicistico) (tuttavia a
matrice strutturalista) alle tematiche trattate dagli altri autori e si
sviluppa in base allo schema di una descrizione condotta su tre paradigmi di
attraversamento e di valutazione: la modernità, la postmodernità e
l’oltremodernità. Pertanto una descrizione atta ad inquadrare, per grandi
linee, una possibile classificazione, sia temporale che sistematica, delle
problematiche obbligatoriamente preliminari che stanno alla base dell’intera
“nuova” questione letteraria, colta nella fase del suo passaggio (della sua
“transizione”) dall’era della Galassia Gutenberg all’era della Galassia
Maxwell.
Alberto Abruzzese (Sulla vita e sulla
morte del romanzo a partire dalle tecnologie moderne) apre con questa
affermazione: “L’avvento del computer prefigura qualcosa per cui il romanzo
come noi lo abbiamo inteso storicamente, socialmente e culturalmente non può
più esistere: è un monumento del passato, si è detto, e chi se ne occupa ne
organizza una messa in scena come i
curatori dei musei allestiscono mostre. Se si pensa al significato del romanzo
come narrazione del mondo, gli strumenti, i materiali e le forme di consumo che
ora sarebbero necessari a raccontarlo, a rappresentarlo, a farlo sentire, ora
non possono essere più quelli della scrittura, perché questa sta in larga
misura perdendo il proprio carattere egemonico.”
Questa asserzione di Abruzzese viene a
rivestire una importanza particolare se
si tiene presente che l’organismo-romanzo è da lui considerato come la forma
letteraria in cui si decide la sorte identitaria di chi e di che cosa venga a
costituire il dato della soggettività e il dato dell’oggettività del reale,
categorie entrambe sottoposte, nell’ambito dell’attuale congiuntura storica (la
congiuntura della postmodernità), ai ben noti processi della loro decostruzione e della loro dissoluzione.
“Questa congiuntura, dice sempre Abruzzese, di cui non possiamo ancora
prevedere la durata, avrebbe bisogno di una profonda ridefinizione delle forme
narrative attrezzandosi con strumenti di transizione o di clamorosi rilanci
creativi.”
Per cui, secondo Abruzzese, gli
autori-narratori (gli ideatori-operatori delle “forme narrative”), cui spetta
la mansione di sostituire il romanzo tradizionale come organismo specifico della “narrazione
del mondo”, saranno tenuti a porsi ad
“un livello superiore del pensiero del mondo”; il che vuol dire dover ripensare
le modalità dell’inventività e della creatività passando attraverso le modalità del pensiero più prossime alla filosofia.
Questa volta è la filosofia che viene per prima. D’altronde, “dopo la morte di
dio, dopo la morte dell’uomo, dopo la morte del sovrano”, da dove la
letteratura potrebbe ricominciare se non
recuperandosi come filosofia? Ed è ciò che sta succedendo ormai da qualche
tempo nei discorsi in atto, soprattutto dopo l’evidente messa fuori di
rilevanza della letteratura mainstream
(la letteratura generalista indifferenziata). Infatti, dice Abruzzese:
“Laddove il romanzo cessò di esistere, la filosofia ha continuato a dire, anche
grazie a ciò che si poteva leggere nel vuoto che si era aperto” intorno (che è
aperto tutto intorno). Senza reticenze, aggiunge e completa: “Così pure,
laddove il giornalismo tardonovecentesco si è istupidito e asservito, i
filosofi hanno animato meglio di altri le pagine culturali dei quotidiani.
Quando Calvino - autore che fu capace di uscire dal provincialismo letterario
italiano e assimilare l’ambiente multidisciplinare parigino, fatto di saperi
più filosofici e scientifici che letterari - ha scritto di società
dell’informazione, la letteratura, nelle sue punte più avanzate, era ancora in
grado di formulare contenuti adatti a alimentare innovazione non solo nei
circuiti della fruizione culturale ma anche nella produzione di strategie di
consumo adeguate al presente.” E in aggiunta: “Bisogna ragionare al di là del
romanziere, aprire uno sguardo a un panorama più vasto di saperi che passano
attraverso la scrittura.”
Una volta buttata davanti alla torma degli
scrittori-creatori la trave-asticella della primazia della filosofia (da
collocarsi al livello più alto possibile: indurre cioè gli scrittori-creatori
ad essere preliminarmente scrittori-ideatori), Abruzzese, con il suo
intervento, impegna di fatto anche gli
autori presenti in questo libro alla verifica della loro consistenza
obbligandoli a dar prova della loro disponibilità ed attitudine ad affrontare,
passandole al di sopra, la trave-asticella della filosofia, che egli ha posto
loro davanti. Prova che essi possono superare ricorrendo alla concezione nicciana
della letteratura come arte del salto con l’asta dello stile della scrittura. A
nostro parere risulta che ce la fanno, anche perché in ciascuno di loro, sia
pure a vario modo, la premessa filosofica, considerata necessaria
all’articolazione di una scrittura portatrice di un rinnovamento della
letteratura, viene affermata ed affrontata come la condizione preliminare
indispensabile. Non a caso il loro testi sono impostati come se fossero dei
saggi filosofici.
Con questa premessa ad impostazione filosofica,
Abruzzese avvia una analisi della crisi della letteratura individuandola
soprattutto nella crisi della scrittura, soprattutto narratologica, che
attualmente sta attraversando una fase di disgregazione della sua consistenza,
ma al contempo intravede un’occasione per la ricomposizione della scrittura
stessa suggerendo agli autori di avvalersi, ai fini di tale ricomposizione,
proprio della messa in atto dei processi della sua disgregazione. La cultura
scritta, precisa Abruzzese, sino a oggi egemone sulle altre, ha una consegna da
trasmettere alle culture che la stanno disgregando: offrirsi loro non per
essere restaurata ma piuttosto per essere disposta alla distruzione
produttiva di se stessa (sic, corsivo d.R). Va detto che su questa
“dottrina” tutti gli autori presenti nel volume, pur con differenze di tesi, di
lessico e di estetiche, sostanzialmente concordano. Gabriele Frasca, tra
l’altro autore di ponderosi saggi in materia, ribadisce qui (A ciascuno la
sua macchinetta) la sua critica (demolitoria e superatrice) dell’ecumenismo
mediale della postmodernità (plaga di ogni sincretismo non soltanto estetico) e
segnala invece, in questa fase di trasformazione tecnologica, la reincarnazione
nei corpi della parola (la riapparizione epocale dell’oralità) dopo il suo
attraversamento di alienazione e di estraniazione lungo il circuito delle
incarnazioni macchiniche extracorporee dei media, sia vecchi che nuovi. Frasca,
autore che affronta di vigore il vortice delle tumultuarietà mediali, si esprime con
uno stile a sua volta a vortice, indicativo, sul piano dell’espressione (della
scrittura), di tutto il suo “sistema” non-sistemico.
Seguiamolo ponendo attenzione soprattutto
alla sua terminologia come esplicito indizio della nuova dimensione che sta
facendo la sua comparsa in seguito all’espansione della Galassia Maxwell e
della fuoriuscita della parola letteraria dalla parola scritta: “Ecco, alla
fine gli attori della cultura sono sempre quattro: l’informazione, il supporto
(tavoletta, papiro, pergamena, ecc.), la modalità di registrazione (scrittura
quale che sia) e il corpo”: il corpo da “informare”. Anche il corpo da
“informare” è un mezzo, perché l’informazione non si esaurisce in lui, ma vene
diffusa, propagata. Un corpo parla, agisce, scrive (cioè parla comunque e
comunque informa); se così non fosse non ci sarebbe nemmeno, usando la sua
terminologia, la “pendenza lieve” della parola come vita e della vita come
parola (precipuamente orale), bensì la “pianura dell’immodificabile”. Ma
trascriviamo direttamente: Ciascuno dei quattro attori della cultura
(l’informazione, il supporto, la modalità di registrazione, il corpo) “modifica
l’altro e ciò determina la pendenza lieve, che investe però gli ‘attori’
ciascuno a suo modo. Il supporto, estroflesso da un corpo (il supporto è
un’ulteriore pròtesi), tende a divenire sempre più immateriale, e a ritornare
pertanto sul corpo come una pellicola (ecco da dove ‘lentamente’ è nato il
design). La modalità di registrazione rimappa il sensorio umano (è il trait
d’union fra corpo e supporto), ma oscilla per lo più fra vista, udito e
tatto, la cui gerarchia viene ‘ripertinentizzata’ a ogni eventuale variazione
di supporto. L’informazione procede nel corso del tempo (come ha giustamente
osservato Harald Weinrich) ‘denarrativizzandosi’ (dal catalogo delle navi
omerico da compitare al ‘manualetto della navigazione’ da consultare), salvo
poi ‘rinarrativizzarsi’ nelle fasi in cui cambia il supporto (come nel caso del
‘sapere narrativo’ posto a base da Lyotard giusto della ‘condizione
postmoderna’, quando cioè l’elettricità si è stratificata sulla carta e,
avrebbe aggiunto McLuhan, con il lancio del primo satellite artificiale siamo diventati tutti attori del ‘teatro
globale’). E il corpo? Si modifica, naturalmente, molto più lentamente di
quanto non vorrebbero i cantori del postumano, ma si modifica e, soprattutto,
si percepisce modificato. Del resto, perché un corpo si ‘propriocepisca’ altro
da ciò che era, e sarà il caso di convocare una volta ancora don Chisciotte,
basta che con un soprassalto senta l’informazione non genetica che
l’attraversa.”
E così prosegue: “Ecco: non sto ripetendo
per l’ennesima volta che la letteratura è morta (l’arte, a mio parere, gode
come sempre di ottima salute, anzi ‘cospira’ per un’ottima salute), ma
semplicemente che è diventata da un lato ‘letteratura’, restringendo il suo
campo di circolazione in comunità autoreferenziali (sono sempre stato convinto
che la cosiddetta ‘letteratura di genere’, ad esempio, identifichi dei settori
di pubblico, e delle pratiche di ‘riconoscimento’, non già delle strategie
testuali) e dall’altro si è trasformata, alla lettera, in un’altra cosa; o,
meglio, è tornata ad essere quello che è sempre stata, prima di finire sotto la
pressa tipografica: l’arte di mettere insieme parole con cui ravvivare, e
rendere ripetibile, un insieme percettivo. E dunque un’avventura conoscitiva.
Avventura conoscitiva e critica (ed è ciò Abruzzese richiede). Frasca così
conclude il suo saggio: “Mi piacerebbe dire che siamo qui per questo”.
L’avventura della letteratura intesa come distruzione
produttiva di se stessa, indicata da Abruzzese, trova in Gabriele Perretta
una interpretazione particolare da lui qualificata come ricombinazione.
Titolo del suo intervento: La nuova sfida della ricombinazione è un
saggio esteso, il più esteso di tutti, ricco storicamente e teoricamente, e quasi onnicomprensivo dei fattori che
costituiscono il panorama degli ultimi decenni, attraversati dalle invasioni
linguistiche e fantasmatiche della letteratura nata nell’ordine-disordine della
cybersfera. Quindi una rassegna documentata e ragionata dei dinamismi
espressivi ed estetici generati dalle strutture e dai sistemi delle medietà.
Difatti Perretta mira alla individuazione e alla sistematizzazione di una
poetica che egli stesso definisce col termine di realismo mediale, dal
momento che la medialità opera direttamente, oltre che sui linguaggi, anche
sull’immaginazione e sull’immaginario, di conseguenza su tutta la realtà,
interna od esterna alla soggettualità, sia umana ed ora, in virtù della
civilizzazione ex machina
informatica e tecnocratica, anche
extraumana. Il di più del mondo che sta per sopraggiungere e a cui si deve
poter far fronte, sia inglobandolo e sia
lasciandosi inglobare: condizione che non ha scampo. Ciò che risulta dalla
esposizione che Perretta ne fa, è l’esigenza della formulazione di una
letteratura di anticipazione (di precorrimento), che intenda essere
criticamente consapevole di quale mondo,
di quale scienza, di quale società, di quale uomo (il ricettore e il
trasmettitore primo della nuova medietà) stiano per aver luogo a livello della
realtà e a livello dell’idealità (leggasi pure vivibilità).
Perretta procede nella sua esposizione
ricostruendo i percorsi complessi del sorgere della nuova scrittura, che fino a
ieri (all’epoca della fantascienza ‘classica’) appariva come un prodotto di
quelle “letterature che si inserivano in uno scambio onnivoro tra la ‘scienza
della fantascienza’ e la ‘fantascienza della scienza’”: dialogo che oggi appare
alterato e modificato, reso più complicato e più evoluto dalla compara di una fantasy
capace di una ulteriore forma di ricombinazione. Il termine
“ricombinazione” che Perretta estende all’apparato simbolico, cioè linguistico,
tenendo conto del passaggio di questo attraverso le strutture della
medialità, è da lui mutuato dalla scienza biologica e individuato come modello
di ricombinazione sia dei geni procreativi corporei, sia degli schemi
della creatività: un modo di mettere insieme lo scienziato, il filosofo e
l’artista. Procedimento che egli qualifica come ricorso al “comparativismo
euristico” (ottima definizione), da intendersi come ricombinazione di
scienze della vita e di scienze dell’informazione.
Sulla scia (attrattiva) di Nelson Goodman,
Perretta si attiene al principio che “scrivere nuove pagine di letteratura che
integrino scienza e letteratura significa fabbricare mondi.” Ben
inteso si tratta di mondi nuovi, per cui tale letteratura ha per suo oggetto
obbligato la ricerca e l’individuazione di ciò che può accadere e di come lo si debba dire uscendo da un’estetica
autoconservativa ed entrando in un’estetica esplorativa, entrando, per
l’appunto, nella dimensione della letteratura d’anticipazione. In sintesi:
“Sempre di più la scienza ha provato a far slittare gli ambiti, essa è spesso
passata da quello tecnico-matematico a quello letterario. Se un tempo era
l’arte che allargava i suoi confini di transitare nella scienza, come nella
scienza della fantascienza classica, adesso è la scienza che transita verso
l’arte, ovvero tende a sviluppare un pensiero ‘creativo’. La letteratura non
aspira più soltanto ad un’estetica, ma assurge anche alla funzione di
ragionamento o di informazione scientifica. Un tempo la fantasia superava la
realtà, poi è soggiunta un’altra epoca in cui la realtà supera la fantasia;
adesso siamo in un periodo in cui la costruzione della realtà, ovvero le
gittate scientifiche e tecnologiche che sistematicamente e quotidianamente
crescono sotto i nostri occhi, hanno la capacità di inventare
contemporaneamente sia la realtà che la fantasia, o meglio ‘la fantasia della
realtà’ e la ‘realtà della realtà’”.
Enzo Berardi, con una testimonianza più da
scrittore che da argomentatore, si richiama esplicitamente alla poetica del realismo
mediale proposta da Perretta, ma il suo intervento non verte propriamente
sulla teorizzazione di questa prospettiva, si pone piuttosto come una presa di
posizione problematica ed etica (si potrebbe dire “impegnata”) di chi, in
qualità di scrittore, deve esistenzialmente scontrarsi con i “disagi” e le
furiosità della società mediatizzata, di cui egli coglie la condizione di
emergenza. Concetto espresso chiaramente nel titolo del suo intervento: Il
contemporaneo in emergenza. Per cui una letteratura, che nasca all’interno
di questa condizione non può essere che una “letteratura in all’erta”. La
società mediatica (la società dello spettacolo, già ultradiscussa da Debord in
poi), dominata com’è dal prevalere dell’informazione a discapito dell’esperienza,
implica con la prevaricazione anonima dei media il generarsi di una scrittura
(o di un insieme di scritture) sempre meno letteraria. Spetta allora al medialismo
(il realismo mediale, inteso dal suo propugnatore Perretta, come una
pratica della critica delle tecnologie mediatiche), escogitare fattualmente,
soprattutto sul piano del vivere
biologicamente e corporalmente quotidiano, un’arte che sappia stabilire una
connessione generativa dell’esperienziale con le tecnologie e con i processi
“mentali” che da queste derivano,
sapendo avvalersi, creativamente e criticamente, della polimorfia dei
media. E’ questa la via che consente il
recupero di una letterarietà da riscatto esistenziale e di reviviscenza di una
creatività a soggettualità più ampia di quella riconosciuta finora dalla
società “borghese” (e in via di dissoluzione della stessa soggettualità).
Berardi, infatti, parla della opportunità della comparsa di una soggettualità
determinata da una creatività diventata
collettiva.
Fabio Giovannini, forse il più attento tra i
primi iniziatori della letteratura della cybersfera in Italia, trova occasione
con Le continue battaglie dei generi letterari di ribadire alcune
tematiche generali da lui sostenute ormai da più di un decennio. Una di queste,
come dice il titolo del suo intervento, riguarda la valorizzazione e la
rivalutazione della letteratura di genere, di cui ripercorre gli itinerari
ormai storicizzati, dal gotico alla fantascienza, dalle storie poliziesche al
noir, dal pulp al cyberpunk, le cui contaminazioni reciproche stanno alla base
dell’allargamento della letteratura come luogo dell’immaginario generalizzato:
un risultato culturale e sociale di grande importanza ai fini del superamento
della distinzione classista (e perciò arretrata) tra letteratura alta e
letteratura bassa, letteratura maggiore e letteratura (considerata a torto)
minore, tra letteratura di qualità e letteratura senza qualità. La letteratura
di genere, tutt’altro che minore per Giovannini, “sembra essere la più vivace fucina
per cogliere i cambiamenti della modernità e della postmodernità”.
La narrativa di genere, inoltre, si rivela
importante soprattutto se viene praticata come estrema “nel senso di
spingere oltre i limiti del realismo, portando alla ultime conseguenze la
realtà, senza limitarsi a riprodurla o ‘raccontarla’”. L’estremizzazione dei generi, anzi, è la modalità con cui la letteratura può
diventare indicatrice e portatrice di una capacità d’urto (farsi letteratura
“urtante”) sulla realtà fino al punto da poter
portare la realtà ad andare oltre se stessa. Giovannini ha dato alla
modalità che egli propone il nome di transrealismo. Nel ribadire questo suo
concetto si richiama a un volume collettivo, pubblicato dieci anni fa, L’immaginario
mutante (Synergon-Edigroup), in cui il concetto di transrealismo era stato
sostenuto soprattutto da parte sua.
Oggi, difatti, scrive: “In quella raccolta
di saggi (L’immaginario mutante, N.d.R.), infatti, ricorreva il
termine ‘transrealismo’, che prendeva origine dall’antologia Transreal,
pubblicata in America agli inizi degli anni Novanta a cura di Ruddy Rucker.
Quella tendenza rielaborava il concetto di realtà. Nell’epoca della simulazione
informatica e della realtà virtuale, la realtà ‘normale’ è solo uno dei livelli
del reale, a volte riduttivo se non fuorviante. La stessa realtà quotidiana
oggi ha raggiunto una complessità tale da rendere inadeguata la chiave di
lettura del vecchio realismo.” Ed è così che prosegue: “Il transrealismo non
prospettava ‘fughe’ dalla realtà attraverso il fantastico, ma ricomponeva
realismo e fantastico. Anzi, intendeva la propria estetica come un grimaldello
per la critica sociale dell’esistente. Quel nuovo approccio alla realtà, negli
interventi contenuti in L’immaginario mutante, veniva suggerito
attraverso la contaminazione tra le diverse letterature di genere: il nero, il
giallo, il cyber, ecc. Giallo e nero (in versione neo-noir) come sguardo alla
violenza nei rapporti umani, come volontà di non chiudere gli occhi di fronte
al ‘lato oscuro’ della realtà. Cyber come aggiornamento e sviluppo della
fantascienza, alla ricerca di un immaginario tecnologico che affronti il
mutamento della realtà con l’irruzione delle alte tecnologie.”
In questo senso, transrealisti effettivi,
certamente, sono Pino Blasone, Vanni De Simone e Marco Palladini. Pino Blasone,
presente con un intervento di taglio
filosofico (Figure del tempo nella narrazione di genere), enuncia
già nell’esergo la sua impostazione con
una citazione di Eugenij Zamjatin: “Una letteratura che sia viva non vive
secondo il ritmo dell’orologio di ieri, né di quello di oggi, ma di quello di
domani.” Indica inoltre come suoi autori di riferimento i due pensatori
“marxisti” più sofisticati, che per lui si rivelano anche come i più validi per
una comprensione organica e proficua dell’attualità: Walter Benjamin ed Ernst
Bloch (quest’ultimo preso come referente soprattutto per i concetti del Principio
speranza e Spirito dell’utopia). La categoria del tempo e lo spirito
dell’utopia costituiscono infatti le due tematiche, strettamente collegate tra
loro, intorno alle quali Blasone sviluppa la sua analisi acuta ed approfondita,
incentrata, va da sé, considerati i due concetti principali da lui posti in
questione: il concetto di tempo e il concetto di utopia.
Posta in questi termini, è naturale che la
sua argomentazione sia prevalentemente interessata alla formazione e alla
formulazione di una letteratura d’anticipazione; e si può dire che, data la
prospettiva prevalentemente filosofica entro la quale Blasone si muove, questa
possa essere qualificata come una disamina dell’ontologia del non ancora.
Si capisce che l’intenzionalità dell’idea, sia pure generalissima, della
mutazione come prospettiva da
rivoluzione permane in lui come orizzonte ineliminabile del reale. Ed è su
questo sfondo che Blasone concepisce il pensare-agire della letteratura come
funzione di una coscienza anticipante: ciò che da sempre si presenta in essa
come l’immaginario di una realtà che rivela l’essenza di se stessa nella
visione interpretante dell’utopia (termine quest’ultimo che Blasone, non
disgiungendolo dall’analisi della categoria del tempo -compito specifico del
filosofo - porta a completezza strutturale e terminologica aggiungendovi quello
dell’ucronia). Difatti un’appropriata costruzione impostata sulla dimensione
dell’utopia può considerarsi completa ed esauriente solo se essa è inclusiva ed
esplicativa anche della dimensione dell’ucronia. Un non-luogo è “integralmente”
un non-luogo solo se, al contempo, esso è anche un non-tempo.
Utopia e ucronia sono in effetti le opzioni
privilegiate e congiunte sulle quali si è sviluppato (e continua a svilupparsi)
l’immaginario letterario di ogni tempo; ed in particolare nel “nostro” tempo
(quello della maturità del moderno), l’immaginario elaborato in modo del tutto
particolare ed interamente specifico della fantascienza. Blasone mette
bene in evidenza come le storie (o le mitologie) costruite sulle
ipotesi-ipostasi che si avvalgono delle visioni generate dallo spirito dell’utopia-ucronia
(processo che non riguarda soltanto la fantascienza), culminano di per sé, dati
i loro effetti di straniamento (indizio questo, peraltro, del conseguimento di
un valore aggiunto estetico), in una dimensione di alterità (di straniamento, appunto,
e pertanto di valore aggiunto dell’arte), che egli definisce col termine di
eterotopia.
Certo, per questa via, Blasone viene a dar
man forte alla valorizzazione delle letteratura di genere propugnata da
Giovannini, giacché è indubbio che è proprio la letteratura di genere quella
che si avvale di più di ogni altra forma di letteratura del far ricorso alle
mitologie impostate sulle ideazioni ispirate alle ipotesi-ipostasi delle
utopie, le quali, va ribadito, sono pur sempre pur sempre un costrutto
sinergico costituito dal nesso, obbligatoriamente unitario, secondo
l’impostazione generale che ne dà Blasone, dell’utopia-ucronia. Utopia-ucronia
(e anche questo è da ribadire) come nesso unitario con effetti di eterotopia.
Perché se questi effetti mancano, allora è l’intero costrutto inventivo che
viene meno a se stesso, sul piano del valore letterario, ovviamente. Ed è ciò
che al letterato “impegnato” prima di tutto interessa. Blasone, infatti, si
mostra subito pronto a cogliere questo
punto debole che la letteratura d’utopia può facilmente generare. Una
costruzione utopistica, che sul piano artistico (a livello cioè degli effetti
di straniamento e di moltiplicazione di senso che gli derivano dalla dimensione
raggiunta dell’eterotopia) risulti non riuscita, corre il rischio esiziale di
elaborare da sé la propria stessa negazione di validità (di credibilità) col
rivelarsi portatrice di “distopia”. Terminologicamente un “fuori luogo”, per
cui un fuori senso, anche a livello di contenuto. L’esito in distopia è ciò che
annulla il risultato vivo e creativo dell’utopia-ucronia: l’effetto cioè di
oltrereale (di transreale, come direbbe Giovannini assieme ai suoi
compagni che si riconoscono nell’estetica e nella poetica dell’Immaginario
mutante).
Blasone mette così in evidenza il rischio di
ambiguità (dovuta senz’altro anche alla sua inevitabile complessità, complicata
dalla sua altrettanto inevitabile collocazione su contenuti relegati alla
settorialità) che la letteratura di genere comporta, soprattutto tenendo conto
della tendenza di questa forma letteraria a capovolgere da sé la prospettiva
pur positiva dell’utopia-ucronia, suo locus firmus, nella lisi
autodissolutoria della distopia, ma al tempo stesso afferma e conferma le
ragioni di fecondità e di validità del far ricorso all’ispirazione e
all’elaborazione impostata sull’immaginario dell’utopia (“per ambigua che sia”
e per quanto essa abbia la tendenza a dissoversi nella distopia) in ogni forma
di letteratura, di genere o non specificatamente di genere che essa sia.
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Alfredo Pirri, "White cube", anno: 2005/2006 tecnica: Plexiglas, resina epossidica, vernici acriliche, quattro elementi assemblati (50 x 50 x 50 cm cad.) ingombro : cm. 50x 50 x 200 h cm
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Muovendosi completamente all’interno di questa
“nuova dimensione” della letteratura, immerso nella sua stessa metaforizzazione
transrealistica e nel ritmo della sua scrittura “da scrittore” (incorporando la
sua teorizzazione nella forma di un racconto ragionante ed
agonistico-antagonistico), Vanni De Simone conia la dicitura di DeadLine:
esplorazione in direzione dell’estremizzazione. Titolo del suo intervento: Missione
DeadLine. Tra l’altro DeadLine è anche la denominazione di una nuova
collana di narrativa da lui diretta per l’editore Bevivino. Pertanto il suo
testo va letto anche come se fosse una specie di manifesto. Eccone gli
enunciati: “Scopo della Missione DeadLine non è negare valore a opere
passate e presenti, ma considerare i mezzi, le estetiche e le poetiche più
‘organiche’ per l’interpretazione e la lettura della fase odierna. Si tratta di
verificare l’assunto paradossale secondo cui in un’epoca di iper produzione e
fruizione di informazioni, la realtà in quanto tale risulta interpretabile
con mezzi artistici o mediali già noti. Il cosiddetto realismo letterario delle
opere contemporanee (tv, fiction, cinema, narrativa, soap-opera, sitcom, grandi
fratelli nani e deformi, fattorie e isole più o meno rintracciabili) ricreano
spesso solo un’immagine capovolta della realtà, quando non sbracatamente finta
e contraffatta. Non costituiscono, nonostante la iperinflazione da notizia che
contribuiscono a creare, alcuna via di fuga (o scampo) verso la verità. Spesso
esse ignorano, poco spiegano, molto cancellano e moltissimo confondono,
manipolando, contrabbandando, fuorviando. Questo corto circuito rende inutile
non l’immaginario in quanto tale, ma la rappresentazione artistica della realtà
così come appare, perché il fatto reale supera in inventiva di gran lunga
qualsiasi elaborazione letteraria. Se ne
deduce che la rappresentazione artistica dovrebbe porsi super partes,
dovrebbe simbolicamente rappresentare l’evento reale, trasfigurarlo per
renderlo in qualche maniera puro e astratto.”
Il medium da lui privilegiato come strumento
di questa trasfigurazione del reale nella dimensione della sua astrazione è il
medium naturale dello scrittore autenticamente naturale, quello su cui
si fonda la sua autonomia: il medium originario della funzione fantastica (anzi
neofantastica, come lui si esprime), attività mentale ed esperienziale insieme
di una mitopiesi in cui la soggettualità dell’artista dà conferma a se stesso
di se stesso introducendo nei mutamenti della realtà la mutazione immaginaria
che egli intende affermare nella stessa realtà, contribuendo, in questo modo al
suo mutamento, ma in senso tutto umano, al fine di renderla “esistenziabile”: o
meglio, “più esistenziabile” Dice: “Così
il fantastico è divenuto un mezzo (un medium?) di comprensione di tale
mutazione, di tale ininterrotta metamorfosi della realtà. E’ in questa ottica
che il fantastico diventa a sua volta realtà, quando funge da lente di
rifrazione e poi di ingrandimento. La quale, se in apparenza deforma,
contemporaneamente mette a fuoco, contribuisce alla giusta percezione o alla
visione del mondo. Si assiste cioè alla metaforizzazione del tempo presente in
funzione della comprensione del tempo presente medesimo.” E con la nettezza
d’ardimento di chi non teme di porsi allo scoperto, precisa che tale “funzione
della comprensione del tempo presente”, che da lui viene considerata come lo
specifico conoscitivo della letteratura, implica e conduce al raggiungimento della verità.
High zona, quindi, quella della DeadLine
di De Simone. Suo motto: “Andare al di là dei media attraverso i media
implementati dal fantastico (anzi dal neofantastico)”, tuttavia con l’attenzione rivolta anche all’estensione
della letteratura ai 3/4 di umanità, ai quali, non arrivando la letteratura,
non arriva né verità né liberazione. In sintesi egli condensa così la sua
impostazione: “Il neo fantastico dunque, scrittura del ‘nostro tempo’, con
tutti i modi di esprimere i due elementi di cui si compone - valenza mitica
e valenza metaforica - è un insieme di scritture in apparenza diverse
fra di loro ma che si scompongono e ricompongono continuamente, dando luogo a
ciò che abbiamo per qualche tempo definito transrealismo. Mitologia,
realismo magico, elementi di fantascienza classica, i vari punkismi,
rapporto tra tecnologia e spiritualità, New Age, sono altrettanti
tasselli che uniti, o fusi tra loro, concorrono alla formazione di una nuova
estetica.”
Marco Palladini, anche lui autore
“estremista” e assertore di una scrittura che attraversa i generi, anche lui
“transrealista”, prefigura lo status per così dire politico e antropologico
dello scrittore coi requisiti della sua funzione di rispondenza e di
corrispondenza con l’odiernità. Ne fa il facitore (e il dicitore) di una
“letteratura portatile”. E’ ciò che dice nel titolo stesso del suo intervento: Derive
imperfette di letteratura portatile a futura memoria. Questa è la
collocazione di verità in cui ora si trova ogni autore (e non soltanto di
letteratura): nella condizione imperfetta del moto di deriva, anche perché la
realtà stessa è in situazione di deriva, che inoltre è la situazione che la
rende invivibile, ma che comunque deve essere assunta ed affrontata come vivibile, dal momento che viverla
bisogna, anche se reattivamente in stato di ribellione. Palladini trae spunto da questa
consapevolezza per dare forma ad una sua
scrittura che intende esplicitamente essere la voce-portavoce di una rabies
da sprezzatura che attinge la propria energia dalla “spezzatura” di una
scrittura plurigenere, una “neo o ultra-lingua globale”, stilisticamente molto “serrata” (molto
letteraria quindi), ma che si qualifica, data la condizione di errabondità
dello scrittore che la pratica, come la scrittura di una letteratura
“portatile”, come il personal computer.
Pertanto una letteratura diasporica che si
sposti ed errabondi con l’autore, una letteratura idiosincratica e rizomatica,
capace forse di esistere senza consistere in un luogo dell’anima o in un
territorio di privilegiate forme estetiche. Patria del poeta è la stessa poetrìa
che egli si porta addosso, gestore di uno stile di vita che coincide con il suo
stile di espressione, tutto fondato sui materiali che l’attualità offre tenendo
conto delle dimensioni passate e della dimensione futuribile, nella consapevolezza
di trovarsi nel bel mezzo di una conflittualità che non è dato di eludere e di
cui anzi ci si alimenta. Perciò si scrive come si vive, in antagonismo e
furore. Ciò vale sia quando si fa della “teoria”, sia quando si fa della
“poesia”: le due scritture devono essere uniche o per lo meno devono essere
commiste ed appaiate. E’ una teorizzazione che egli sostiene, in questo suo
intervento, inserendo nel corpo del suo testo argomentativo, testi da autore
“poetico”, che egli riporta in corsivo e
nei quali scarica l’eccedenza di “indignazione”, di cui la componente “teorica”
dell’intervento è sostanzialmente il vettore. Ebbene, chi son li maggior sui?
Sui di Palladini s’intende. E Palladini li nomina: Joyce di Finnegans
Wake e Kerouac di On the Road. Adozione che egli suggerirebbe anche
agli altri suoi “compagni di strada” poetica.
Per quanto riguarda il timbro “serrato”
dello stile e per quanto riguarda la tematica (si badi, anche qui di ordine
filosofico), si tenga conto del paragrafo dello stesso incipit, che
inoltre sembra essere anche un momento da dialogo con Blasone sulla categoria
del tempo. Scrive così Palladini: “Il tempo rettilineo non esiste. E’ una illusione cronologica o una
superstizione metodologica. Fa parte di una vigente cronolatria credere che
esso si rivolga sempre in avanti e non, piuttosto, che esso si ravvolga anche
all’indietro secondo un modo di continuum orbitale come già
presumeva Nietzsche con la sua filosofia dell’Eterno Ritorno.”
Resta da dire che dall’insieme degli interventi
di tutti i compagni on the road di questa raccolta di scritti (La
letteratura nell’era della civilizzazione informatica), si può trarre la
convinzione che il salto con l’asta della trave della filosofia, posta da
Alberto Abruzzese come asticella da dover superare come prova preliminare e
primaria per l’accesso e l’inoltro nella
dimensione della nuova letteratura, sia stato consapevolmente affrontato e, va
detto, anche “virtuosamente” eseguito,
ai rispettivi livelli, da tutti gli autori in agone.