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di Tiziana Colusso
Bisogna anzitutto dare credito alle
nuove editrici animate da giovani disposti a gettarsi nelle acque infìde
dell’editoria italiana, tra gli scogli di concentrazioni editoriali sempre più
blindate e le secche di una miriade di stampatori a pagamento travestiti da
editori. In questo desolante panorama, le edizioni Libri Bianchi di Milano costituisce
una lodevole eccezione, soprattutto per la scelta programmatica di dedicarsi a
letterature di paesi tormentati da conflitti o da complesse situazioni etniche.
Tra i libri finora pubblicati: Lettera
dalla Cecenia di Philippe Bohelay, Nel
paese dei pesci prigionieri di Nedim Gürsel ed ora queste Lezioni di Selma dell’autrice croata
Sarah Zuhra Lukanič. L’autrice risiede in Italia dalla fine degli anni 80,
e dal 1992 ha
deciso di continuare nella lingua italiana una produzione di prosa e poesia
iniziata in croato dalla fine degli anni 70.
La sua è una lingua italiana
asciutta, quasi spoglia. A volte si ha l’impressione che questo stile
telegrafico serva a superare l’imbarazzo verso una lingua percepita ancora come
“lingua seconda”, non padroneggiata nell’infinita complessità semantica e
sintattica, che da Dante in poi ha offerto più di una sfida e di uno scoglio
agli stessi scrittori di madrelingua italiana.
Attualmente la questione dell
“officina del linguaggio” si pone con ancora maggiore forza, dal momento che
nelle “patrie lettere” stanno entrando di diritto, e spesso con merito, anche
gli scrittori provenienti da altre lingue madri. Abbiamo già discusso di queste
questioni in questa rivista, e dunque rimando all’articolo dedicato
all’antologia Nuovo Planetario Italiano [link ] a cura di Armando Gnisci ed
altri.
Nel caso de Le lezioni di Selma, l’asciuttezza sobria, anche se a volte dà alla
pagina una tonalità sbiadita, sembra tuttavia attagliarsi bene alla materia
narrata, evitando ogni pericolo di deriva romantica e infiocchettata di aggettivi
ad una storia che in sé potrebbe essere una versione balcanica di Madame
Bovary, con una signora borghese raffinata e colta, moglie di un medico, che si
innamora di un rude soldato. L’originalità della storia è tutta nel garbuglio
etnico-storico in cui la trama sentimentale si dipana: Selma, la protagonista,
è ebrea, suo marito, Omer, è musulmano, il soldato rude e passionale fa parte
di un drappello di tre soldati serbi venuti ad interrogare il marito. A fare da
sottofondo, Sarajevo.
Il contesto trasforma dunque
l’intreccio sentimental-borghese in un framma paradossale e a volte crudele,
nel quale la protagonista, in barba ad ogni convenzione personale, sociale,
culturale e religiosa, si fa trascinare dalla passione per il “capitano Marko”,
rude e inamovibile quanto basta a definire il suo personaggio tagliato con lo
scalpello. Il capitano Marko e i suoi soldati prendono possesso della casa,
trasportano il marito in cantina per un interrogatorio che si protrae per
giorni, e Selma, dapprima pietrificata dall’orrore e dalla paura, si abbandona poi
ad una passione insensata quanto violenta.
Il finale è abbastanza strano. Ci
si aspetterebbe un esito violento, estremo, ad una storia del genere, e invece
tutto il quadretto familiare si ricompone, l’occupazione di Sarajevo finisce,
Marko e i suoi spariscono, il marito Omer torna al suo lavoro di medico perito
del tribunale, e
Selma non trova di meglio che mettere una foto del rude capitano Marko in una
cornicetta, insieme alle foto di famiglia. Lieto fine o fine ironia?
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