LETTURE
Sarah Zuhra Lukanič
      

Sarah Zuhra Lukanič

 

Le lezioni di Selma

 

Libribianchi Edizioni, Milano 2007, pp. 144, € 11



      


di Tiziana Colusso

 

 

Bisogna anzitutto dare credito alle nuove editrici animate da giovani disposti a gettarsi nelle acque infìde dell’editoria italiana, tra gli scogli di concentrazioni editoriali sempre più blindate e le secche di una miriade di stampatori a pagamento travestiti da editori. In questo desolante panorama, le edizioni Libri Bianchi di Milano costituisce una lodevole eccezione, soprattutto per la scelta programmatica di dedicarsi a letterature di paesi tormentati da conflitti o da complesse situazioni etniche. Tra i libri finora pubblicati: Lettera dalla Cecenia di Philippe Bohelay, Nel paese dei pesci prigionieri di Nedim Gürsel ed ora queste Lezioni di Selma dell’autrice croata Sarah Zuhra Lukanič. L’autrice risiede in Italia dalla fine degli anni 80, e dal 1992 ha deciso di continuare nella lingua italiana una produzione di prosa e poesia iniziata in croato dalla fine degli anni 70.

La sua è una lingua italiana asciutta, quasi spoglia. A volte si ha l’impressione che questo stile telegrafico serva a superare l’imbarazzo verso una lingua percepita ancora come “lingua seconda”, non padroneggiata nell’infinita complessità semantica e sintattica, che da Dante in poi ha offerto più di una sfida e di uno scoglio agli stessi scrittori di madrelingua italiana.

Attualmente la questione dell “officina del linguaggio” si pone con ancora maggiore forza, dal momento che nelle “patrie lettere” stanno entrando di diritto, e spesso con merito, anche gli scrittori provenienti da altre lingue madri. Abbiamo già discusso di queste questioni in questa rivista, e dunque rimando all’articolo dedicato all’antologia Nuovo Planetario Italiano   [link ] a cura di Armando Gnisci ed altri.

Nel caso de Le lezioni di Selma, l’asciuttezza sobria, anche se a volte dà alla pagina una tonalità sbiadita, sembra tuttavia attagliarsi bene alla materia narrata, evitando ogni pericolo di deriva romantica e infiocchettata di aggettivi ad una storia che in sé potrebbe essere una versione balcanica di Madame Bovary, con una signora borghese raffinata e colta, moglie di un medico, che si innamora di un rude soldato. L’originalità della storia è tutta nel garbuglio etnico-storico in cui la trama sentimentale si dipana: Selma, la protagonista, è ebrea, suo marito, Omer, è musulmano, il soldato rude e passionale fa parte di un drappello di tre soldati serbi venuti ad interrogare il marito. A fare da sottofondo, Sarajevo.

Il contesto trasforma dunque l’intreccio sentimental-borghese in un framma paradossale e a volte crudele, nel quale la protagonista, in barba ad ogni convenzione personale, sociale, culturale e religiosa, si fa trascinare dalla passione per il “capitano Marko”, rude e inamovibile quanto basta a definire il suo personaggio tagliato con lo scalpello. Il capitano Marko e i suoi soldati prendono possesso della casa, trasportano il marito in cantina per un interrogatorio che si protrae per giorni, e Selma, dapprima pietrificata dall’orrore e dalla paura, si abbandona poi ad una passione insensata quanto violenta.

Il finale è abbastanza strano. Ci si aspetterebbe un esito violento, estremo, ad una storia del genere, e invece tutto il quadretto familiare si ricompone, l’occupazione di Sarajevo finisce, Marko e i suoi spariscono, il marito Omer torna al suo lavoro di medico perito del tribunale,  e Selma non trova di meglio che mettere una foto del rude capitano Marko in una cornicetta, insieme alle foto di famiglia. Lieto fine o fine ironia?

 




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