SPAZIO LIBERO
SIMENON-CAMILLERI
Commissari a specchio: Maigret e Montalbano


      
Una disamina incrociata dei due famosi investigatori partoriti dalla fantasia dello scrittore belga e del narratore italiano. Un confronto che rivela molti punti di contatto e necessarie dissomiglianze. Il poliziotto francese, monogamo e buongustaio, è immerso nel grigiore metropolitano di Parigi; quello siciliano, fidanzato ‘a vita’ ed edonista, si muove nell’infida, solare, un po’ folkloristica e immaginaria provincia di Vigàta. I due possono essere riguardati, in qualche modo, come padre e figlio.
      



      

di Valeria Pighini

 

È sera, fa freddo, una pioggia leggera cade e bagna le strade semideserte di una Parigi tranquilla e silenziosa, appena rischiarata dalla flebile luce di qualche lampione. Un uomo entra in un bistrot: è robusto, fuma la pipa e indossa un pesante impermeabile. Si siede e, davanti ad un buon bicchiere di Calvados, aspetta pazientemente l’arrivo di qualcuno.

Questo potrebbe essere l’inizio di un qualsiasi libro di Georges Simenon, scrittore belga scomparso nel 1989 e divenuto celebre per le “Inchieste del commissario Maigret”. Jules Maigret, il bonario personaggio nato dalla sua fervida fantasia, è infatti il protagonista di innumerevoli romanzi composti in un arco temporale vastissimo che va dai primi anni trenta (Maigret e il lettone, il primo della serie, risale al 1931) agli inizi degli anni settanta (Maigret e il signor Charles, 1972), romanzi semplici, ma avvincenti che hanno acuito e consacrato definitivamente la fama di Simenon nel panorama della letteratura Europea e non solo .

Maigret è un poliziotto stimato, apprezzato e non può non suscitare simpatia: dotato di un intuito e di un’intelligenza formidabili e fuori dal comune, mantiene sempre, nei confronti di tutti, un comportamento comprensivo e contraddistinto da umiltà e modestia: mai spocchioso verso i suoi sottoposti, pranza volentieri con loro e, talvolta, li invita persino a casa sua. Con i delinquenti sfodera l’arma di un’apparente calma, salvo dimostrarsi burbero e severo, qualora occorresse, con i più incalliti e spietati.

Maigret è un marito fedele: lui e la sua Louise, che egli chiama affettuosamente “Signora Maigret” (il nome di battesimo della donna, come pure quello del commissario, compaiono raramente nei romanzi), sono sposati da anni e lei, donna cordiale e riservata, si è abituata da tempo al lavoro del consorte, un lavoro rischioso e senza orari che lo porta a stare fuori casa spesso anche di notte o per intere settimane. Maigret sa di poter contare sulla discrezione di Louise e per questo si confida di buon grado con lei, le chiede pareri sul caso che sta esaminando e si fa anche aiutare; è un piacere per lui rientrare a casa dopo un’estenuante giornata trascorsa al Quai Des Orfèvres o magari in giro per la città ad interrogare balordi, e trovare qualcuno disposto ad ascoltare i suoi racconti con pazienza ed interesse, magari a tavola, davanti ad una cenetta con i fiocchi preparata con amore e dedizione. Il commissario, infatti, adora mangiare e bere e non perde mai l’occasione, anche e soprattutto quando è in servizio, per intrufolarsi in una Brasserie e gustare un buon bicchiere di birra o di ottimo vino. Si potrebbe affermare che ciò rappresenti, per lui, un vero e proprio rituale:  lo aiuta a concentrarsi e a riflettere. I bistrots e i “ristorantini”, meglio ancora se a conduzione familiare, diventano allora lo scenario affascinante e caratteristico che costituisce un po’ il marchio di fabbrica di tutta l’opera di Simenon. In questi luoghi, impregnati dell’odore invitante delle più disparate pietanze e bevande, si discute, ci si scambiano informazioni e da qui, spesso, si dipanano le trame criminose di intricati misteri. In questi misteri Maigret si addentra ogni giorno, è un autentico segugio: scruta, fiuta e, infine, si lancia all’inseguimento della sua preda. L’assassino, il truffatore o il ladro di turno non hanno scampo e il commissario, dopo averli smascherati, sa affrontarli con tutta la pacatezza che gli è propria, senza mai abbandonarsi a sfoghi di rabbia. A Maigret non interessa punire personalmente i criminali, quello che egli vuole realmente è comprendere le motivazioni che li spingono a compiere azioni abiette, le ragioni che inducono un essere umano a nuocere ad un altro essere umano; proprio per questo egli non fa differenze di sorta: uomini, donne, nobili, contadini, ricchi e poveri, per lui sono tutti uguali nel momento preciso in cui si macchiano di un reato.







Il commissario indaga con tenacia, immergendosi nelle atmosfere che ogni caso gli offre, penetra  nelle vite, nelle abitudini di vittime e carnefici e le passa al setaccio fino a portare alla luce verità, menzogne e contraddizioni anche a rischio di risultare petulante. Nulla gli sfugge, percepisce suoni, colori, odori, finanche sapori; del resto, egli non può fare a meno del suo lavoro. Le inchieste per lui sono come una droga, una linfa vitale, lo mantengono lucido e attivo e neppure la malattia può tenerlo lontano dalle indagini (Maigret e il cadavere scomparso). Questa particolare dedizione gli permette di scorgere trame delittuose anche lì dove tutti, compresi i suoi superiori, non vedono altro che banali coincidenze o morti naturali (Maigret e la vecchia signora di Bayeux).

Il “territorio di caccia” di Maigret è generalmente Parigi, la jungla metropolitana con il suo reticolo di strade, piazze, vicoli, con i ristoranti eleganti e le bettole malfamate, con gli alberghi di lusso (Maigret e una vita in gioco ), i night club (Maigret al night club) e gli squallidi locali di strip tease (Maigret e l’affare strip tease). Tuttavia il commissario si reca spesso anche in provincia, trovandosi così di fronte ad una realtà completamente diversa: è la realtà di quelle cittadine in cui il tempo sembra essersi fermato, dove le pie donne si alzano all’alba per assistere alla prima messa (Maigret e l’affare Saint Fiacre), dove le notizie corrono in fretta e dove chi ha la sfortuna di essere un forestiero viene additato come responsabile di ogni male (Maigret a scuola).

Il commissario è un punto di riferimento per tutti, per la moglie in primis, ma anche per i suoi collaboratori: il fido e ligio Lucas, il giovane Janvier e lo sfortunato ispettore Lognon, personaggio, quest’ultimo, verso cui Maigret dimostra di provare un affetto profondo e che sarà a più riprese al centro di complicate vicende (Maigret e l’ispettore sfortunato, Maigret e il fantasma, Maigret al night club, tanto per citarne alcuni). Costoro rappresentano un po’ una seconda famiglia per il commissario, lo ammirano, si fidano di lui e lo sostengono nei momenti di difficoltà, sono quasi come dei figli. Egli, del resto, figli veri e propri non ne ha, eppure…

Abbandoniamo momentaneamente la Parigi caotica e uggiosa di Simenon, facciamo un salto temporale ai giorni nostri e trasferiamoci in una terra calda e assolata, La Sicilia, nello specifico Vigàta, piccola e amena cittadina situata tra Porto Empedocle e Agrigento, descritta e raccontata magistralmente e con colorita precisione da Andrea Camilleri .

A Vigàta il tempo scorre lento, scandendo pigramente le ore, i minuti e i secondi di giornate sempre uguali da secoli, caratterizzate da semplici gesti quotidiani che hanno il sapore di un rito. A Vigàta tutti si conoscono, si salutano, si rispettano e, purtroppo qualche volta, si ammazzano; a Vigàta i profumi dolci della zagara e degli agrumi si mischiano all’odore acre del sudore dei pescatori, del pesce fresco e al fetore pungente dei cadaveri senza nome che riaffiorano dal mare (Giro di boa) o che giacciono abbandonati nelle discariche (La forma dell’acqua). Vigàta è tutto questo e anche altro, è l’emblema di una Sicilia divisa tra folklore, tradizione e modernità, una Sicilia che vive di contraddizioni, di giustizia e di omertà e che, attraverso il sapiente recupero del dialetto (Camilleri sceglie volutamente di scrivere in siculo), si riappropria delle sue origini e della sua identità; ma Vigàta non esiste, almeno in termini geografici, eppure è saldamente presente nella mente dei tanti lettori che, nel corso degli ultimi anni, si sono appassionati ai romanzi e ai racconti di Camilleri e alle avventure del commissario Salvo Montalbano (il cognome vuole essere un omaggio a Manuel Vàsquez de Montàlban, altro celebre giallista).

Attorno a Montalbano Camilleri ha costruito tutto un mondo fatto di  altre cittadine inesistenti (Fela, Fiacca, Montelusa, Montereale, Raccadali, Sampedusa) e di personaggi straordinari, piccole macchiette di uno spettacolo tragicomico estremamente realistico. Pagina dopo pagina, libro dopo libro, compaiono furfanti, ingegneri dalla sessualità chiacchierata (La forma dell’acqua, ma anche L’odore della notte), affascinanti e ricche signore (La voce del violino), artisti strampalati e depressi (il racconto Tocco d’artista), trafficanti di droga improvvisati (il racconto Il senso del tatto) e poi ancora, mafiosi quasi simpatici, casalinghe chiacchierone, venditrici di uova che offrono il proprio corpo per pagare le cure al marito gravemente ammalato (La pazienza del ragno), medici fedifraghi e belle straniere .

Con questa realtà multiforme, Montalbano ha a che fare ogni giorno e la affronta con grande sicurezza rivelandosi un poliziotto e un uomo tutto d’un pezzo e dimostrando di avere numerosi punti in comune con il suo illustre predecessore Maigret. I due personaggi, infatti, lontani nel tempo, ma vicini nell’indole, condividono più di una caratteristica e, con le dovute distinzioni, potrebbero essere idealmente scambiati per padre e figlio: un bonario padre francese che lascia il testimone all’irruento figlio siciliano.

Come Maigret, anche Montalbano ha una nutrita schiera di affezionati collaboratori pronti a sacrificarsi per lui, a cominciare dal suo vice Mimì Augello, inguaribile Dongiovanni nonostante sia sposato con la gelosissima Beba; il solerte Fazio, fissato con le date e le note anagrafiche e l’istintivo Galluzzo e poi ancora Catarella, forse uno tra i personaggi più originali creati da Camilleri. Catarella, addetto al centralino, è un po’ “lo scemo del villaggio” con quell’aria spaurita e il comportamento cerimonioso, ma se non esistesse bisognerebbe inventarlo: tenero e maldestro porta sempre in commissariato scompiglio e allegria. Infine attorno a Montalbano gravitano tutta una serie di altri soggetti particolari che i lettori hanno imparato a conoscere bene in tutti i loro pregi e difetti: uno di questi è il dottor Lattes, “capo di gabinetto del questore, nominato «Lattes e mieles» per la sua untuosità, omo di chiesa e di prighera, omo che non diciva una parola senza prima averla cosparsa di vaselina e che ringraziava di continuo, a proposito o a sproposito, la Madonna!”; non bisogna inoltre dimenticare  il pm Tommaseo che dietro ogni crimine scorge le sordide manovre di qualche maniaco sessuale; infine  il giornalista Nicolò Zito, sempre pronto a dare una mano.

Come il suo illustre collega d’oltralpe, Montalbano è totalmente consacrato al lavoro, quasi fosse una vocazione; anche per lui non esistono vacanze, la parola riposo non è contemplata nel suo vocabolario: persino un innocuo fine settimana nella ridente cittadina di Levanza nasconde in realtà il pretesto per indagare su alcuni cittadini del luogo, imparentati con un uomo assassinato a Vigàta (Il senso del tatto). Quando il commissario accetta un invito a cena o ad un evento mondano, si può star sicuri che il suo secondo fine è quello di interrogare tutti i presenti, magari con la scusa di scambiare quattro chiacchiere.

I casi di cui si occupa diventano sfide personali che tolgono il sonno e dove non è concesso arrendersi: come Maigret, anche Montalbano è solito fare di testa sua inimicandosi, spesso e volentieri, i suoi superiori: specialmente il “signori e guistori” (così Catarella chiama il questore)  non perde occasione per convocarlo e rimproverarlo animatamente a causa della sua impulsività e testardaggine (e a volte Montalbano per evitare la “ramanzina” si fa negare al telefono) pur sapendo che il commissario continuerà a seguire il suo sesto senso dimostrando alla fine di avere ragione.

Nonostante alcune sue caratteristiche strizzino esplicitamente l’occhio a Maigret, tuttavia Montalbano mantiene una sua personalità forte e distinta. Lo stesso Camilleri non ha mai fatto mistero dell’ammirazione nutrita nei confronti di Simenon (del resto Maigret viene citato nei romanzi di Montalbano), contribuendo anche, in passato, a sceneggiare i suoi romanzi per la televisione; eppure ha voluto a più riprese sottolineare le differenze tra i due commissari: “Quando ho cominciato a scrivere gialli, il problema è stato quello di differenziare Montalbano da Maigret . In parte credo di esserci riuscito, soprattutto nel modo di condurre l’indagine. Maigret si affida alle atmosfere, alle sensazioni, cerca di mettersi dalla parte del morto quasi identificandosi con lui e così capire le motivazioni del delitto . Montalbano cerca invece di ragionare, di scansare la ri-creazione dell’atmosfera.







Montalbano, dunque, è scaltro e razionale, lavora su ciò che vede, formula ipotesi e le verifica sul campo; si potrebbe asserire che egli sia più scientifico rispetto a Maigret il quale, invece, preferisce addentrarsi negli ambienti e immedesimarsi nelle persone .

Come Maigret, anche Montalbano ama abbandonarsi ai piaceri della buona tavola, ai sapori forti dei piatti della sua terra: è facile incontrarlo da “Don Calogero”, da “Enzo” o in altre piccole trattorie tipiche, di quelle con vista sul mare dove si mangia bene, a volontà, e si spende poco. Come Maigret anche Montalbano invita al ristorante informatori e testimoni, in modo da fare il punto della situazione davanti a un succulento piatto di pesce fresco, magari accompagnato da vino bianco della casa, il tutto a patto che prima si mangi e poi si discuta. Anche per lui, insomma, un buon pasto consumato lentamente stimola il ragionamento e può risvegliare, in chi si mostrava confuso o reticente, ricordi ed ammissioni.

A stuzzicare il palato del commissario ci pensa inoltre Adelina, la fidata “cammarera” che gli fa trovare in frigorifero sempre qualcosa di pronto e gustoso. Ecco, quindi, comparire una differenza fondamentale tra i due commissari: Montalbano, al contrario di Maigret, non ha una moglie attenta a premurosa ad attenderlo a casa; certamente ha un amore, l’eterna fidanzata Livia, che vive e lavora a Genova, ma il loro rapporto, con il passare del tempo, si è logorato fino a ridursi a una routinària serie di brevi e fredde telefonate. Se Maigret si dimostra un marito fedele, il suo “figlioccio siciliano” è piuttosto refrattario al matrimonio e trova ogni scusa per non affrontare lo spinoso argomento. A questo proposito afferma ancora Camilleri: “Maigret è felicemente maritato e sua moglie quando lui non va a mangiare alla Brasserie Dauphin gli prepara squisiti piatti. Anche a Montalbano piace mangiare: se maritato con una fimmina che non sapeva cucinare, avrebbe domandato il divorzio dopo qualche mese, se invece Livia avesse saputo star in cucina, avrei fatto un doppione della coppia di Maigret. Allora ho scisso la signora Maigret in due: la “cammarera” Adelina che gli prepara i piatti che piacciono a lui e la fidanzata Livia la quale, come vedete per ragioni del tutto letterarie, da troppo tempo aspetta che Montalbano la sposi.

Montalbano è sempre circondato da “fimmine” bellissime e provocanti, come l’amica svedese Ingrid, con la quale ha un rapporto particolare e un po’ ambiguo. Da quando, poi, gli acciacchi e i segni dell’età hanno principiato a farsi sentire (Montalbano ha ormai ampiamente superato la cinquantina), il commissario ha cominciato a cedere al fascino femminile, arrivando persino a tradire Livia: si tratta di tradimenti consumati in fretta, tra le onde del mare ( La vampa d’agosto) o durante un ricevimento, di nascosto da tutto e da tutti (La pista di sabbia), tradimenti che hanno il sapore amaro di una favola che Montalbano racconta a se stesso per illudersi, per sentirsi ancora giovane, per combattere lo spettro dell’abitudine che inizia ad infestare la sua esistenza. Per Maigret tutto questo è impensabile: certamente anche lui si trova a doversi confrontare con donne misteriose e ammaliatrici (Maigret e la casa delle tre vedove) e l’aspetto sensuale ed erotico non viene trascurato da Simenon, ma la fedeltà a Louise non è mai messa in discussione; i tempi, in fondo, erano diversi .

In conclusione non si può non rilevare come tra Maigret e Montalbano sussistano forti similitudini; non può essere un caso, per esempio, che entrambi siano protagonisti di serie televisive tratte dai  romanzi e che Camilleri, come già ricordato in precedenza, sia stato uno degli sceneggiatori di vari episodi delle “Inchieste del commissario Maigret”, adattati per il piccolo schermo e magistralmente interpretati da Gino Cervi (Montalbano ha invece il volto dell’attore romano Luca Zingaretti, ormai “naturalizzato siciliano”). È altrettanto vero, tuttavia, che le differenze, a volte impercettibili, non mancano, rendendoli due personaggi unici nel loro genere. Come sempre accade, padre e figlio si somigliano, ma non possono e non devono essere uguali; condividono pregi e difetti, ma inevitabilmente i loro caratteri e le loro scelte saranno differenti. Il padre generalmente dà consigli e il figlio sceglie liberamente se seguirli o no: Montalbano ha appreso alla perfezione le lezioni impartite dal genitore transalpino, se n’è appropriato e ora, forte di questa eredità morale, la rielabora seguendo una strada tutta sua .

 




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