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BIRMANIA-MYANMAR - INTERVISTA
Diritti del lavoro e libertà politiche si accordano con la liberazione interiore


      
Parla Cecilia Brighi, responsabile esteri della Cisl, autrice del libro “Il pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia”, dove racconta sia l’intricata storia della nazione asiatica sia le tante singole storie dei lavoratori schiavizzati e di sindacalisti, attivisti civili, monaci-combattenti, artisti e donne schiacciati dal potere militare. È la storia, anche, di una globalizzazione sbagliata e ingiusta a cui il movimento buddista oppone una filosofia di vita e una scelta pacifista fondata sul rispetto dell’uomo e della dignità delle persone.
      



      

di Tiziana Colusso

 

 

Rivolgiamo quattro domande a Cecilia Brighi, dirigente sindacale, responsabile per la Cisl dei rapporti con le istituzioni internazionali e con i paesi asiatici, autrice del libro Il pavone e i generali. Birmania: storie da un Paese in gabbia. (Baldini Castoldi Dalai, 2006)

 

D: Il suo interesse per la Birmania, che dalla lettura del libro si intuisce profondo e di lunga data, è nato “sul campo” di un’attività di cooperazione sindacale, oppure c’era già qualche elemento personale che la portava a sentirsi affine a questo paese e a questo popolo?

 
R: Lavoro per la Cisl ormai da oltre 30 anni e da molti anni mi occupo di politica internazionale, ovvero della promozione dei diritti del lavoro in Asia e nelle politiche delle istituzioni internazionali. Per questo motivo conosco abbastanza bene le pesantissime condizioni di sfruttamento e di oppressione dei lavoratori e le lavoratrici in paesi come il Pakistan, l’India, la Cina, la Corea e la Birmania. Quest’ultimo paese, come per altro la Cina, è un po’ l’emblema di una globalizzazione profondamente sbagliata. La Birmania, prima della dittatura, era un paese ricchissimo, e ora è ridotto alla fame e alla disperazione dalla violenza cieca della giunta. Milioni di persone, quotidianamente e da decenni, sono costrette ad ingoiare in silenzio, per paura di deportazioni, uccisioni, arresti, torturi, lavoro forzato, stupri. Un popolo che ciò nonostante è ancora convinto di poter cambiare pacificamente la propria condizione e tornare alla democrazia. Ma il mondo è sempre stato sordo ai richiami e agli appelli della opposizione e del sindacato. Ciò mentre si continuava ad avallare gli interessi economici delle imprese che sino ad oggi hanno potuto investire liberamente in settori altamente proficui per i militari birmani, o importare prodotti come il pregiatissimo teak o le stupende pietre preziose o capi d’abbigliamento, senza  alcuna remora. Tanto più che sulla carta erano state adottate risoluzioni, non vincolanti come le sanzioni, che chiedevano ai governi e alle imprese di rivedere i propri rapporti con questo paese per evitare che si continuasse il lavoro forzato. Nulla è stato fatto. E in anni di collaborazione con il sindacato birmano clandestino ho potuto apprezzare il coraggio  delle difficilissime scelte personali (molti di loro da anni non possono contattare le loro famiglie, i loro figli) spesso definitive e la loro dedizione. Ho potuto conoscere i lavoratori forzati appena fuggiti dalle grinfie dell’esercito, o il lavoro sindacale clandestino in settori produttivi chiave. Quindi, specie per una donna credo sia molto difficile operare una scissione tra il coinvolgimento politico e quello personale. In anni di lavoro si sono costruite infatti amicizie forti, fatte di chiacchere durante i viaggi, valutazioni, racconti,  piccoli regali reciproci. Un legame prezioso per coloro che sono costretti a vivere in condizioni difficili, fuori dal paese e con la netta percezione che il mondo guardasse altrove.

 

D: Ciò che rende avvincente come un romanzo il suo libro è la scelta di  raccontare la spinosa e complessa storia della Birmania attraverso le storie dei singoli: artisti, sindacalisti, attivisti politici, monaci-combattenti, lavoratori schiacciati dalle pratiche del lavoro forzato, donne: come convivono e si armonizzano le varie componenti, diverse per formazione e per approccio, della “resistenza” al regime?


R: Il lavoro sindacale o quello politico costringono spesso a scrivere o a parlare di situazioni di sfruttamento difficili come quelle del lavoro minorile, del lavoro forzato, delle zone franche per la esportazione, di violenza contro le donne, ma difficilmente si riesce a trasferire la qualità delle sofferenze e della oppressione. Si parla spesso citando cifre, statistiche, casi generali, senza poter raccontare cosa ci sia dietro ad esempio le grandi migrazioni, la fuga dai propri villaggi e paesi a causa delle dittature, della fame, della desertificazione. Fughe per salvarsi la pelle e costruire un futuro dignitoso per sé e per le proprie famiglie. Non si riesce a raccontare i sentimenti e a far capire meglio cosa si nasconde dietro la cecità delle imprese che guardano solo al profitto o le grandi strategie geopolitiche dei governi, che non considerano né le statistiche e tanto meno le persone che ci sono dietro. Io ho cercato di raccontare tutti e due i lati della medaglia della storia birmana. Le sofferenze delle persone, i prezzi pagati sul piano affettivo e personale  e la storia politica del paese e il difficile lavoro di ricucire i rapporti tra le nazionalità etniche, che il dominio inglese e poi la dittatura hanno cercato di mantenere separate, costruendo e alimentando conflitti che ora grazie al dialogo promosso dalla dissidenza, sono superati. Infatti per anni si sono avuti incontri tra le diverse etnie e mentre la giunta preparava una costituzione che ratificava il potere militare, l’opposizione è riuscita a mettere a punto i principi di una costituzione democratica e federale, condivisa dalle diverse etnie, proprio perché il federalismo è la garanzia del rispetto delle diversità e delle autonomie.







 

D: Nella sua attività di cooperazione sindacale, ci sono stati momenti in cui si è sentita in pericolo, o ha avuto la sensazione di non poter più svolgere la propria attività, come succede ad alcuni dei protagonisti del libro?

 
R: Beh, certo a volte ho avuto  qualche piccolo timore, conoscendo un pochino quello che è capace di fare la giunta anche attraverso  gli uomini dei servizi segreti, che proliferano anche nelle zone di confine tra Thailandia e Birmania. Ma nulla di più. La mia grande paura soprattutto nella situazione attuale è che alcuni dei protagonisti della opposizione politica e sindacale, alcuni dei quali sono i protagonisti del mio libro, possano essere vittima dei servizi, possano essere uccisi o rapiti. Questo timore rimane forte soprattutto per il fatto che se si vuole che le manifestazioni di questi ultime settimane possano provocare il cambiamento, l’attività dall’esterno deve continuare, anzi deve essere rafforzata. Questo comporta un aumento dei rischi per tutti coloro che operano per la democrazia. È molto difficile fare e attuare progetti e programmi, sapendo che le persone con cui lavori sono sovraccariche di responsabilità e che  molto poco di quello che si decide può essere realizzato senza incidenti, perché magari mentre si è in una riunione si viene a sapere che ci sono stati degli arresti, o che stanno arrivando oltre confine dei disertori, o degli ex lavoratori forzati, allora molte cose si fermano e si deve superare le emergenze. Quindi la comprensione delle difficoltà in cui il sindacato clandestino opera è molto importante per  modulare conseguentemente i tempi e le azioni. Lavorare a Roma è molto diverso dal lavorare in queste condizioni. Se non si capiscono le loro profonde difficoltà e l’imprevedibilità delle loro scelte, difficilmente si riesce ad entrare in sintonia e a concludere qualche cosa di positivo.

 

D: Vorrei rivolgerle una domanda riguardante il buddismo birmano, non solo perché è l’aspetto della resistenza che ha più colpito gli osservatori di tutto il mondo, ma anche per un profondo interesse personale verso la filosofia e la pratica buddiste. In Birmania il buddismo è religione ufficiale, di Stato, e molti templi sono costruiti e mantenuti dal governo ufficiale. Al tempo stesso, tra i monaci buddisti c’è anche una forte componente di resistenti e combattenti - sia pure nei limiti della nonviolenza prescritta da questa religione - come Sayadaw U Ottama, di cui lei narra nel libro. Lei dice che i monaci “sono da sempre contro i militari” e che i templi sono a volte luogo di rifugio per studenti e attivisti politici. Secondo la sua esperienza come si conciliano questi due aspetti apparentemente antitetici?

 

R:  Il buddismo in Asia ha prodotto nei secoli una filosofia di vita importantissima, che permea le scelte di centinaia di milioni di persone. Una religione che si basa appunto sulla non violenza, ma anche sul rispetto dell’uomo e della dignità. In Birmania il buddismo è stato sempre  un elemento chiave della vita delle persone, anche dei militari. I monaci buddisti hanno da sempre, come U Ottama, fatto scelte coraggiose a fianco dei diritti, della indipendenza della giustizia. Anche per questo sono profondamente rispettati.

La questua quotidiana mette a diretto contatto i monaci con le sofferenze del popolo, con la impossibilità di una vita che abbia una parvenza di dignità. Anche questo ha creato un legame profondo, senza dimenticare che i monaci sono stati a fianco degli studenti e degli operai molte altre volte in anni difficili e nelle manifestazioni del 1988 sono scesi in piazza e sono stati calpestati e uccisi insieme al loro popolo. All’epoca il mondo è rimasto indifferente. Oggi spero che non si richiuda questo coraggio in un cassetto e non si volti più pagina. Non credo quindi che vi sia una contraddizione tra lotta per i diritti e la democrazia e religione. Anche in Italia ormai da anni il pacifismo è diventato un discrimine importante. Purtroppo però anche il pacifismo spesso dimentica paesi come la Birmania.




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