LUOGO COMUNE
RICORDI
Magdalo Mussio, un maestro di ‘pittura verbale’


      
Una fraterna testimonianza sull’artista toscano nato nel 1925 e scomparso nell’agosto 2006 a Civitanova Marche. Geniale grafico ai tempi della rivista “Marcatre”, protagonista dell’avanguardia verbovisiva a partire dagli anni Sessanta, si era poi decentrato nella campagna di Pollenza ed amava sostenere: “La mia arte e cattiveria preferita è che il mio silenzio abbia appreso a non tradirsi nel tacere”. I suoi percorsi creativi tra la parola e l’immagine appaiono come digradare verso delle eleganti, quasi liriche “ideografie per la poesia”.
      



      

di Lamberto Pignotti

 

 

   Quando un amico di vecchia data, un compagno di lunghe avventure culturali e artistiche, mi viene a mancare una delle mie naturali inclinazioni è quella di non cancellarne il nome dall’indirizzario. Magdalo Mussio sta ancora lì, nella mia rubrica.

   Magdalo, fiorentino come me – ma lui ci teneva molto a dirlo e lo scriveva nelle sue biografie – è ancora vivo, mi viene spontaneo dire, e lotta con me, per quelle idee e iniziative che per tanti anni ci hanno unito e variamente coinvolto dagli anni dell’editore Lerici, del “Marcatre”, la rivista che ancora oggi ci manca e a cui negli anni Sessanta aveva dato come redattore responsabile una inconfondibile identità sostanziale e formale, a quelli della collana “Marcalibri”, la cui prima uscita è stata proprio quella delle mie Istruzioni per l’uso degli ultimi modelli di poesia del 1968, un libro da lui sollecitato e particolarmente curato nella veste editoriale e grafica, a quelli ancora delle stravaganti edizioni della “Nuova Foglio” di Pollenza – Macerata in cui Magdalo aveva fatto pubblicare la mia Eterografia, tutta composta di immagini tratte da foto di giornale, con scritte e interventi manuali.

   Questo per testimoniare di un tragitto di esperienze realizzate, ma ci sarebbero da ricordare tante altre cose che poi non sono andate in porto: una collana saggistica che avremmo dovuto curare insieme per Lerici, un paio di mostre da realizzare in coppia, una a Milano e una a Roma, previste da qualche anno e poi rinviate…

  A parte qualche incontro casuale e fugace nella sua casa appartata nelle campagne di Pollenza, dove Magdalo si era “de-centrato” dopo aver vissuto al “centro” di battaglie artistiche, letterarie e culturali a Milano e a Roma, c’è stato anche un incontro più deliberato e concreto nel 1996 nella prospettiva di una sua vasta personale realizzata l’anno successivo a Palazzo Ricci di Macerata e che ha fornito l’occasione per una mia testimonianza sulla sua opera artistica svoltasi all’insegna dei rapporti fra scrittura e pittura, fra parola e immagine. Ed è da quello scritto apparso in catalogo (ma sarebbe meglio dire “libro d’artista”, perché da lui stesso plasmato e significativamente intitolato charta, ) che voglio trarre alcune mie considerazioni che seppure “datate” da un decennio mi appaiono ancora valide, e soprattutto mi consentono di sentire Magdalo come un artista ancora presente e operante.





Magdalo Mussio, "Bifurs", 2001


  

   …Che gioco fa e che ruolo ha Magdalo Mussio nel campo dell’arte? Quelli che lì per lì sembrano “scartafacci”, “graffiti”, “appunti”, sono forse letteratura? Quelli che a prima vista appaiono come “topografia”, “sismografia”, “mappa del tesoro”, sono, chissà, pittura?”

   …Quando si tratta di interazioni, sconfinamenti, fusioni, contaminazioni tra arti dell’immagine e arti della parola si è tentati di elaborare anche qualche originale concetto di genere artistico. Se gli sconfinamenti si muovono istituzionalmente dalla scrittura verso la pittura si usano abitualmente espressioni come “poesia visiva” e simili, se il processo avviene in direzione opposta si dà luogo invece a una gamma più fantasiosa di definizioni. In un saggio che riguardava Magdalo Mussio ho preferito usare l’idea di “pittura verbale”, ricalcandola e simmetricamente invertendola da quella di “poesia visiva”.

   Adoperando con cautela  l’idea di “pittura verbale”, senza tentare di elaborare per l’occasione un inusuale concetto del sostantivo “pittura” e accettando l’aggettivo nel senso che il materiale usato è costituito anche da parole, si può dire che Mussio tenta in vario modo di forzare l’immagine a diventare immaginazione. Sono messe qui in campo forme che stanno formandosi, forme che manifestano il processo di costruzione..

   Il materiale verbale, con la sua presenza fisica, con il suo invadere lo spazio, risulta immagine sottomessa alle leggi della rappresentazione pittorica, ma inclina d’altronde con eleganza, con toni addirittura intimistici, a un particolare genere lirico, di tradizione vagamente e suggestivamente letteraria.

   Nell’ambito di una scrittura visiva, di una pittura verbale, Mussio fa assistere a momenti di essenzialità, all’accostamento armonico e non violento di elementi dai toni misurati, dai colori tenui. La figurazione tende ad essere sfumata, la grafia non si impone e sembra cercare quasi di passare inosservata. Al limite ci si imbatterebbe nella scrittura bianca sulla pagina bianca, nella presenza del silenzio.

   “La mia arte e cattiveria preferita è che il mio silenzio abbia appreso a non tradirsi nel tacere”, ha scritto Mussio nel catalogo di una delle mostre che ci hanno visto fianco a fianco, Segno e poesia (Centro d’arte Bellora, Milano, 1986). E precisava subito dopo: “Parlare di sé, del proprio scadimento, dell’articolarsi della memoria e il contrapporsi ad essa per farne un episodio di felicità; un grafema che si affianca a una voce non udibile nel tempo camuffato; un atto che dimentica subito il proprio fare e la felicità ritorna a essere un nero episodio della memoria di sé… Si parla di ‘scrittura’ e anche di ‘antiscrittura’, del crinale sul quale si opera. Altri ne debbono parlare. Mi sembrano cose lontane. Non saprei…”

   “Scrittura”; “antiscrittura”… L’ipotesi da cui non si può prescindere è che l’idea di “scrittura” sia comunque e sempre connessa all’idea di “figura”. La “scrittura” insomma non può non riguardare anche la sfera dell’”immagine”. Del resto la stessa idea di “linguaggio” visivo per la pittura e le diverse arti figurative e spaziali è passata da tempo senza suscitare scalpore. Parallelamente non si dovrebbe trasecolare a sentir parlare ad esempio di “pittografia” per la letteratura o di “ideografia per la poesia”, allorquando esse vengano raffigurate sullo spazio di una pagina.

   Compiacendosi per le belle espressioni si potrebbe dire che ogni vero scrittore dipinge la propria pagina, che ogni vero pittore scrive il proprio quadro. Più direttamente per l’artista che opera fra la parola e l’immagine, con la parola e l’immagine, un tale modo di procedere risulta in qualche modo più che pertinente. Ed è appunto un tale modo di procedere che Magdalo Mussio ha messo in tangibile e superlativa evidenza lungo tutto il suo percorso.





Una copertina della rivista "Marcatre" negli anni '70





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