Come in treno di notte /
insonnia
Ogni volta che si affaccia alla finestra, di notte, gli sembra di stare in
treno. Come accade in treno, per vedere il panorama bisogna sporgersi un poco
sopra il davanzale.
Affacciato
alla finestra, il ragazzo può vedere, in fondo al precipizio del settimo piano,
l’unico gatto del quartiere, nero e sciancato, che fruga nell’immondizia. Il
gatto alza la testa e lo fissa dal basso, diffidente, cauto, finché emette un
roco miagolio che gli si spegne in gola quando balza via a nascondersi,
spaventato come dal fragore di un treno che in quel punto sferraglia frenando
la corsa per superare lo scambio.
Anche
il ragazzo sente il rombo cadenzato di un treno ascoltando il respiro esaltato
che soffia dentro la stanza, il proprio respiro. Non trattiene il fiato
affinché non si interrompa quel ritmo di vagoni in corsa. Leggeri sussulti
scuotono il pavimento ogni volta che le ruote incontrano le traversine dei
vecchi binari, i vetri tremano, il ragazzo sente i sussulti del cuore.
La caligine della città copre il cielo di un fumo cinerino irregolarmente
sporcato di giallo. Qua e là traspare il nero cupo del profondissimo spazio da
cui si può liberare soltanto il segno di una stella, un foro sottile e chiaro,
ma non luminoso quanto i fari delle macchine che corrono ai piedi della collina
ammassata confusamente sulla sinistra. La fila dei fanali accesi lungo la
strada in salita forma una catena interrotta da vari impedimenti, che siano
speroni di tufo o alberi o cartelloni pubblicitari o monconi di case in
costruzione. Il fiume dovrebbe seguire lo stesso percorso della strada: forse
si vede un luccichio d’acqua, laggiù in fondo, ma forse sono i catarifrangenti
sui paracarri e il fiume rimane infossato e invisibile.
Quali
macchine fluiscano verso il centro della città con i fari anteriori bianchi
brillanti nel buio, e quali si allontanino verso la collina mostrando i
fanalini rossi di coda, questo non è chiaro, perché comunque in basso, le luci
restano mobili e sfuggenti, mentre il treno corre più veloce di loro,
lasciandole sempre più indietro.
Nella
corsa del treno presto l' ultima casa sarà raggiunta e sorpassata.
Vista
di sguincio, la distesa nera della campagna resterà separata dal buio del
cielo,non perché sia più o meno scura, ma per la sensibile densità della terra,
una pesantezza opaca distinta dalla inestinguibile profondità dell' aria. Si
vedranno le fattorie sparse, una ogni tanto, annidata nell’oscurità, fatta di
un solo parallelepipedo come fosse un unico mattone, con la facciata schiarita
in parte da un lume poco efficace.
Al
di là delle case, che saranno perdute a sinistra in senso contrario alla corsa
del treno, la linea indistinta dell’orizzonte terrestre si prolunga uniforme,
qualche volta salendo nella curva di un rilievo o calando verso il fiume, ma
nell’insieme senza mostrare grandi variazioni, più ricordata che visibile.
Se il treno acquista velocità, ogni tanto qualche palo o tronco d’albero o
sperone di muro gli sfreccia davanti agli occhi costringendolo a tirarsi
indietro per non venire colpito da quell'ostacolo mobile e vicinissimo.
Tuttavia, davanti alla finestra, rimane fisso un albero secco da cui penzolano
due lembi di plastica impigliati ai rami, due sacchetti da muratore di una
plastica molle e resistente che non si consumeranno mai. Col vento si gonfiano
tesi in posizione orizzontale, sbattono come i capelli dei morti nei film di
fantasmi. Soltanto li avrà distrutti la corsa del treno, caduti in un luogo
sorpassato, da sopprimere, da dimenticare.
Troppo
a lungo perdura il ligustro nel giardino di fronte, tenace a resistere, folto e
verde, trattenuto dentro la forma regolare della chioma sferica che si
distingue di giorno e di notte. Il ligustro fermo perfino nel vento e nella
pioggia, senza che si scuota un ramo, soltanto turbato da un lieve tremore
delle foglie percosse, ma non più di un brusio,. Il ragazzo lo vedrebbe svanire
con rammarico: spostarsi rapidamente, scivolare a sinistra. Ma perderlo nella
frantumazione del paesaggio in fuga sarà inevitabile, se il treno corre e dalla
finestra non ci si può sporgere più di tanto.
Gli sembra che aumenti nella stanza lo scuotimento delle pareti, del pavimento,
degli infissi, tremano i libri sulle scansie, si rovescia una sedia che il
ragazzo ha urtato spostandosi per non essere risucchiato dal vento del treno
che acquista sempre maggiore velocità e ormai quasi abbandona la città presto
lontana sulla sinistra. Il limite urbano sarà appena segnato dalla fila dei
lumi lungo la circonvallazione, le case spariranno alla vista, si perderanno in
una nebbia sempre più fitta.
Sulla sinistra la città pare sempre più lontana. Ormai la corrente delle
macchine si distingue male dai lumi fissi lungo la strada: sono tutti punti
luminosi ed è difficile dire quali si muovano. Non vale la pena di voltarsi da
quella parte, anche se forse adesso si vedrebbe il fiume, da quando il treno si
è arrampicato sopra un’altura, si fa per dire, un’altura modesta, non più del
quarto piano di una casa costruita in economia. Eppure un baluginare diverso fa
supporre che quella traccia azzurra sia fiume, nel punto più lontano, dove il
suo corso si separa dal tracciato della strada: un tremolio impercettibile,
davvero non si distingue dal lampeggiare dei fari, dal segno fisso dei fanali,
da qualche luminescenza vagante nell’aria non si sa dove e perché.
Finché
il treno comincerà a rallentare.
Adesso
le case di fronte sono vicinissime, parallele alle rotaie del treno, e il
ragazzo, sporgendosi dalla finestra, riesce a osservare la vita notturna degli abitanti,
mentre gli passano lentamente davanti agli occhi: quattro seduti intorno alla
tavola a cenare, più tardi del solito, e il mescolo sollevato si allunga in una
traiettoria lunghissima, lasciando cadere qualche goccia di brodo come tracce
per la via del ritorno; passa l'anziano inquilino del terzo piano che ha appena
acceso la luce a metà della notte cercando gli occhiali sul comodino, e il
ragazzo non può sapere se li troverà perché il moto del treno lo trascina via;
passa la donna in attesa, passano le coppie affaccendate nel letto sfatto,
passa uno che legge e un altro che scrive, passano quelli che dormono e per
loro la notte si consuma così, sono casi comuni, e passa la stanza vuota con la
luce accesa che sbiadirà solo allo schiarire dell’alba. Come ogni sera. Ma se
il treno rapidamente li abbandona, allora questa è l’ultima volta e certo il
ragazzo non li potrà rivedere.
Guardati
dal treno i luoghi sembrano evidenti, eppure già trascorsi, così
incomprensibili. Gli si appanna la vista come se il vento della corsa gli
irritasse gli occhi, o forse è per lo sforzo di distinguere quelle cose
lontane. Non vale la pena di guardare: troppo rapidamente tutto sparisce
nell’oscurità della notte.
Sdraiato
sul letto immagina i lumi accesi dentro le stanze delle case di fronte. Le case
che si stanno perdendo in una qualche lontananza, mentre il treno passa
muovendosi sempre più lentamente, esce dal buio, torna a nascondersi, la
scansione delle traversine ha intervalli più lunghi.
Pensa che altri ascoltino passare il treno.
Chissà
dove porta? - si chiedono alcuni.
Altri
sanno che scivola, solo, nell’oscurità di una lontananza estrema.
Nel
suo letto il ragazzo ha le palpebre pesanti. Chiudendo gli occhi sente che il
treno sta entrando in una galleria senza fine.