LETTERATURE MONDO
SCRITTORI DELLA MIGRAZIONE
Le molte voci del ‘soggetto nomade’

      
Un’attenta ricognizione delle tre distinte fasi attraverso cui si è sviluppata, in meno di vent’anni, la produzione degli autori immigrati italofoni. Dall’autobiografismo mediato da altri alla conquista di un proprio, singolare linguaggio, fenomeno che vede, tra i letterati di punta, Younis Tawfik, Amara Lakhous e Ornela Vorpsi. Vale la pena, anche, di sottolineare in questa tendenza il forte protagonismo femminile: dalla brasiliana Christiana De Caldas Brito alla greca Helene Paraskeva, dalla peruviana Gladys Basagoitia Dazza alla capoverdina Jesus Maria de Lourdes, alla slovacca Jarmila Ockayovà.
      




   

 

di Daniele Comberiati

 

Forse è stato un episodio di cronaca, accaduto nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1989, a dare inizio alla produzione artistica degli immigrati in lingua italiana. Un fatto di cronaca, dunque, sarebbe alla base di questa letteratura. A Villa Literno, nella provincia di Caserta, viene derubato e ucciso un giovane sudafricano di nome Jerry Masslo. Venuto in Italia per cercare fortuna, aveva trovato lavoro, come molti altri immigrati provenienti dall’Africa nera o dal Maghreb, nella raccolta di pomodori durante i mesi estivi.

 L’episodio scatena grandi polemiche in Italia perché, oltre ad essere un vergognoso atto razzista, ha la funzione di porre in evidenza all’opinione pubblica il problema dei nuovi immigrati. La RAI, il 28 agosto seguente, trasmette in diretta alle diciassette sulla seconda rete i funerali del ragazzo, mentre il 7 ottobre a Roma si svolge un’imponente manifestazione antirazzista alla quale partecipano circa duecentomila persone.

Un articolo di Enzo Forcella, apparso su “La Repubblica” il 26 agosto 1989, coglie perfettamente gli umori e i timori dell’opinione pubblica dell’epoca: «La verità è che per la prima volta, quest’estate, abbiamo cominciato a prendere consapevolezza di un fenomeno che già da anni sta turbando i sonni delle altre nazioni europee più sviluppate. Dopo essere stati sino all’altro ieri un paese di emigrati ci ritroviamo ora terra di immigrazione, una specie di eldorado per la gente del Terzo Mondo. Il fenomeno è esploso all’improvviso e, come al solito, ci ha colto impreparati.»

Le reazioni letterarie non si fanno attendere: anche Tahar Ben Jelloun, in un racconto scritto direttamente in italiano grazie alla collaborazione con Egi Volterrani e contenuto in Dove lo stato non c’è. Racconti italiani, si ispira alla morte del giovane sudafricano. Anche il romanzo dello scrittore senegalese Saidou Moussa Ba, La promessa di Hamadi, scritto in collaborazione con Alessandro Micheletti, parte da questo tragico omicidio, mentre il marocchino Salah Methnani, rivela che soltanto dopo quel delitto il settimanale L’Espresso aveva deciso di pubblicare un’inchiesta sull’immigrazione avvalendosi per la prima volta dell’aiuto di uno straniero.

Ha così inizio, secondo la definizione di Armando Gnisci, docente universitario, scopritore e principale critico del fenomeno, la prima fase delle letteratura italiana della migrazione, che presenta alcune caratteristiche evidenti: spinte dal dibattito mediatico intorno all’immigrazione più che dal reale valore letterario degli autori, grandi case editrici come De Agostini o Garzanti pubblicano questi testi che sono quasi tutti di impianto autobiografico e presentano una intensa riflessione civile sul fenomeno. Inoltre l’autore straniero è spesso affiancato da un curatore italiano, preposto dall’editore a “riconvertire” in una lingua corretta la versione originale. Chiaramente una situazione di questo tipo presenta equivoci palesi: che tipo di rapporto si crea fra autore e curatore? Il curatore agisce anche nell’impianto e nella struttura narrativa? Si può davvero parlare di coautore, all’interno di un rapporto collaborativo che non può essere paritario, poiché l’autore straniero ha un livello di padronanza della lingua sicuramente inferiore a quello del curatore?

Ben presto però il dibattito sull’immigrazione si è attenuato e di conseguenza è venuto meno l’interesse delle grandi case editrici: ebbe così inizio la seconda fase, o “fase carsica” della letteratura migrante italofona, contraddistinta dal fatto che gli autori scrivono direttamente in italiano senza alcuna mediazione, e che i loro testi vengono pubblicati da piccole case editrici, oppure addirittura da enti e associazioni culturali che si occupano di immigrazione. Sono di questo periodo opere come la raccolta di racconti Amanda Olinda Azzurra e le altre della brasiliana Christiana de Caldas Brito per i tipi della Oèdipus, Lo spirito delle sabbie gialle del senegalese Mbacke Gadji pubblicato dalle Edizioni dell’Arco o le prime raccolte liriche del poeta camerunese Ndiock Ngana.

Quella attuale potrebbe essere definita la terza fase della letteratura italiana della migrazione: diversi scrittori migranti hanno ormai acquisito un proprio stile ed un proprio linguaggio, gli argomenti tendono a variare e a comprendere le tematiche più diverse. Anche case editrici importanti si sono negli ultimi tempi riavvicinate a questi autori: oltre all’iracheno Younis Tawfik, ormai al suo terzo romanzo per Einaudi, si possono citare l’algerino Amara Lakhous, che ha pubblicato il suo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, vincitore dei premi Sciascia e Flaiano, con la e/o di Roma; l’albanese Ornela Vorpsi, che ha dato alle stampe Il paese dove non si muore mai per la Einaudi, mentre presso Laterza è uscita la raccolta Pecore nere, che comprende racconti di Igiaba Scego, Ingi Mubiayi Kakese, Gabriella Kuruvilla e Lily-Amber Laila Wadia.

Al di là di uno studio storico “classico”, si può essere introdotti al fenomeno attraverso percorsi che analizzino di volta in volta le questioni relative ai generi letterari utilizzati, la scrittura femminile, gli autori di “seconda generazione”, la produzione letteraria di scrittori provenienti dalle ex colonie italiane.




Pompilio Fiore, "Senza titolo", 1978


Un percorso attraverso i generi: l’autobiografia

 

Nella “prima fase” della letteratura migrante italofona, al di là della figura del coautore, risaltava il fatto che quasi tutti i testi fossero di impianto autobiografico. L’emigrazione diventa così una cesura fondamentale, la chiusura di una vecchia vita e l’inizio di una nuova, e la scrittura (in italiano) è il modo per affermarsi nel paese di origine e di manifestare la propria esistenza.

Questi primi scritti rappresentano un genere ibrido fra l’autobiografia e la fiction, nel quale l’esperienza personale e la narrazione di fantasia si mescolano senza soluzioni di continuità. L’utilizzo della cifra autobiografica all’interno del racconto di finzione è un elemento costante nella prima fase della letteratura di migrazione, basti pensare all’esempio della letteratura italo-canadese e al romanzo che ne segna, a detta di molti critici, l’inequivocabile inizio: Città senza donne di Mario Duliani è la rivisitazione della terribile esperienza dei campi di prigionia canadesi per italiani dopo l’inizio della seconda guerra mondiale, in cui venivano rinchiusi solamente uomini. Le stesse antologie curate dal MAC, il Movimento Arte e Cultura nato a Liegi che organizzava un concorso letterario dedicato agli italiani o ai figli d’italiani residenti nel Benelux, propongono nella maggior parte dei casi dei testi interamente biografici, oppure ispirati a storie vissute.  

Eppure fra questi testi almeno due meritano un’attenzione che oltrepassa la loro appartenenza alla produzione migrante. Sto parlando di Princesa, la bellissima autobiografia della brasiliana Fernanda Farias de Albuquerque e di Maurizio Iannelli e di Volevo diventare bianca di Nassera Chohra, con la cura di Alessandra Atti di Sarro.

Princesa, la cui vicenda ha ispirato l’omonima canzone di Fabrizio De Andrè, ha una genesi linguistica davvero interessante: l’autrice è stata incoraggiata a raccontare, in carcere, da un pastore sardo che le ha insegnato la lingua sarda prima che lei padroneggiasse pienamente l’italiano. Così sono stati scritti alcuni appunti in questa lingua ibrida, un misto fra italiano di strada, portoghese e sardo. Sulla base di questi appunti, Maurizio Iannelli ha poi redatto la versione definitiva del testo in italiano, stando ben attento a smussare e a correggere le imperfezioni e le libertà espressive. È però un vero peccato che, accanto a questa versione corretta, non sia mai stata pubblicata la versione originale dell’autrice, che l’ibridazione linguistica avrebbe reso forse fra i testi più interessanti della letteratura della migrazione.

Nel romanzo autobiografico inoltre si trova per la prima volta il personaggio del transessuale, che diventerà in seguito una figura alquanto ricorrente fra gli autori immigrati. Il transessuale ha in sé la dualità e l’ambiguità tipica di questa letteratura: la sua specificità contesa fra uomo e donna, il suo essere a metà tra i due sessi, sono elementi comuni anche agli autori stranieri che scrivono in italiano e probabilmente questo personaggio permette loro di mantenere un certo distacco dall’esperienza migratoria, senza perdere però di vista il nucleo centrale della loro poetica, e cioè la ricerca di una nuova identità.

In questo testo forte è la sensazione di trovarsi di fronte ad una tensione non risolta, a due lati della stessa persona che non si incontreranno mai: due lingue, due nomi, due corpi. È la storia di come Fernando diventa Fernanda attraverso un percorso dolorosissimo e squallido, quasi una punizione che però, alla fine, non porta ad alcuna liberazione e ad alcuna purificazione. La trasformazione da uomo a donna è descritta con un linguaggio crudo, ponendo l’accento sugli oggetti: le medicine, le punture, il corpo che cambia: «Anaciclin, sempre quattro pasticche al giorno. Fernando si consuma lentamente. Il pene rimpicciolisce, i testicoli si ritirano, i fianchi si allargano. Fernanda cresce. Pezzo dopo pezzo, gesto su gesto, io dal cielo scendo in terra, un diavolo – uno specchio. Il mio viaggio.»

Oltre alle frasi molto secche e brevi, spesso completamente prive di paratassi, è interessante notare il passaggio dalla terza alla prima persona, come se l’autore oscillasse fra un racconto personale e un tono oggettivo, fra l’autobiografia e il romanzo. In un contesto autoriale complesso (Princesa è l’unico testo della letteratura della migrazione dove la doppia autorialità è esplicitata fin dall’inizio e non si parla né di curatore né di revisore, ma di coautore) è indicativo come la dualità degli autori diventi dualità del personaggio e dualità del racconto: la chiave di tutto il libro è proprio in questa identità ambigua e duplice che non riesce mai a diventare unica. Due persone che scrivono, due lingue (anzi tre con il sardo) che si incrociano, due sessi che convivono nello stesso corpo.

Il corpo è l’elemento portante del romanzo, tanto che si può tranquillamente affermare che Princesa sia la storia di un corpo che viene letteralmente lacerato e ricomposto in un’infinità di passaggi. Nata in Brasile, Fernanda attraversa le strade notturne di molte città prima di oltrepassare l’Atlantico e giungere in Europa, prima in Spagna e poi in Italia. È qui che finisce in un carcere maschile e la prigione è la metafora della sua situazione: una donna rinchiusa in un corpo di uomo.

L’essere donna è prima di tutto passare attraverso la sofferenza e il dolore. “Ho paura, Severina” – dice ad un certo punto la protagonista – “Come paura? Se vuoi diventare una donna prima c’è il dolore”.  Poco prima, l’autore aveva descritto così una delle scene più drammatiche del romanzo: l’inizio della trasformazione del corpo di Fernando: «Novembre millenovecentottantacinque, Severina, nella sua casa, mi bomba i fianchi con iniezioni di silicone liquido. Senza anestesia.»

A differenza di tante teorie postmoderne, dove la crisi del soggetto unitario è considerato un evento liberatorio, un’apertura verso possibilità anti-autoritarie, in Princesa la molteplicità e la frammentazione della protagonista divengono mezzi di esplorazione del dolore. Il senso di auto-flagellazione non è neppure implicito: subire il dolore del corpo diventa necessario e quasi naturale.

Le esperienze del razzismo e del sessismo, della prigione e della malattia (la protagonista viene contagiata dal virus dell’HIV) portano in sé, ovviamente, anche il dolore ed è da questo dolore che Farias de Albuquerque cerca di ricostruire l’identità del suo personaggio.

           

Nel libro di Nassera Chohra Volevo diventare bianca invece è esplicitata l’alterità del colore della pelle, diversità che la protagonista accetta con difficoltà e solo al termine di una lunga ricerca interiore. Il senso di colpa e la vergogna aleggiano per gran parte del romanzo, il colore nero è incancellabile, troppo visibile: diventa il segno della differenza e genera odio e rancore verso i genitori, “colpevoli” di averla concepita così: «Corsi in casa come una furia alla ricerca di uno specchio. Ne trovai uno in fondo a un cassetto: era piccolo, con un graffio proprio nel mezzo. Non importa – pensai – per quel che mi serve è perfetto. Mi osservai a lungo, toccavo la guancia con l’indice della mano destra per vedere se, per una qualche magia, si riuscisse a far sparire un po’ di quel colore che mi riempiva tutta. […] Per una settimana mi sono vergognata moltissimo di mia madre e del colore della sua pelle, e solo ora so che non potrò mai vergognarmi abbastanza a lungo per essermi vergognata di lei.»

Il razzismo in questo romanzo diventa soprattutto una questione di auto-accettazione e quindi di autostima. Nassera Chohra ci porta in un percorso del tutto personale e intimo, nel quale il problema principale non è tanto quello di essere nero, quanto piuttosto la capacità di trovare il colore “adatto” ad ogni circostanza. Nella società in cui vive l’autrice, pur rimanendo problemi di razzismo e segregazione, il nero è comunque accettato quanto banalizzato e ridotto a cliché.

La protagonista, sognando una carriera di attrice, si accorge all’improvviso che la sua diversità può aiutarla. Il colore nero può darle quel tocco di esotismo e particolarità tale da farla preferire alle altre aspiranti attrici. Anche in questo caso, però, le illusioni si rivelano ben presto effimere: «Come tutte le ragazze, sognavo di fare l’attrice, cercavo disperatamente di essere un’attrice, ho fatto tutti i provini e non ero mai giusta. Di nuovo, il problema del colore – era troppo scuro o troppo chiaro, non avevo mai il colore giusto.»

Il tema del colore mai adatto, troppo chiaro o troppo scuro, è un tema caro anche alla letteratura afro-americana, come ha giustamente notato Alessandro Portelli. Moltissime autobiografie parlano di questa doppia non-identità, troppo chiara per i neri e troppo scura per i bianchi, un metissage che, prima di diventare ricchezza culturale e linguistica, si rivela semplicemente un limite e un blocco. L’impossibilità di uniformarsi al colore e alla cultura dominante e, al limite, al colore della cultura accettata (in questo caso il nero) diventa il simbolo di un’identità in transizione, di una personalità non ancora completamente formata.

L’identità ibrida della protagonista è prima di tutto un percorso di formazione e di crescita, percorso che si scontra con il razzismo e l’integrazione, certo, ma anche con altri ostacoli propri a tutti i giovani. Il tema dell’alterità è inteso in un senso più generale: l’appartenenza ad un’altra cultura e ad un’altra lingua è semplicemente un particolare tipo di diversità. Volevo diventare bianca può in un certo senso già essere considerato un romanzo che oltrepassa alcuni cliché di questa letteratura: l’input iniziale è ovviamente dato dalla diversità del colore della pelle, ma le tematiche affrontate in seguito appartengono ad un contesto più generale e comune a tutte le persone.

 

 

La produzione femminile

 

Quello che colpisce nella produzione attuale della letteratura italiana della migrazione è la massiccia presenza di scrittrici. Se l’alto numero di scrittrici è solamente una delle particolarità di questa letteratura, è altresì chiaro come il confronto fra due generi di scrittura, quello maschile e quello femminile, sia un tratto portante del discorso letterario in questione e ne orienti in alcuni casi le tematiche e le evoluzioni stilistiche. Ad un’attenta analisi statistica delle opere e degli autori fino ad oggi pubblicati, è possibile rendersi conto di come le autrici rappresentino più o meno il trenta per cento della produzione totale di questa letteratura, una percentuale enorme se si pensa al ruolo e alla presenza delle scrittrici nella letteratura italiana contemporanea.

La creatività artistica di queste narratrici spazia attraverso tutti i linguaggi letterari e testimonia una voglia e una forza di espressione non vincolate da limiti di genere o dalla difficoltà di passare da una forma ad un’altra. Si possano trovare accanto a testi teatrali (è il caso del racconto Ana de Jesus, nella raccolta Amanda Olinda Azzurra e le altre di Christiana De Caldas Brito, diventato in seguito un monologo teatrale adattato dalla stessa autrice e rappresentato al Teatro La Comunità di Roma) produzioni liriche e poetiche (soprattutto grazie alle opere delle brasiliane Rosana Crispim da Costa e Marcia Theophilo), romanzi  e autobiografie (penso al recente La luna che mi seguiva di Aminata Fofana), raccolte di racconti (fra le quali mi sembrano particolarmente interessanti le raccolte di Helene Paraskeva e di Lily-Amber Laila Wadia).

È inoltre possibile rendersi conto dell’eterogeneità di questa letteratura prestando attenzione ai paesi di provenienza delle autrici più celebri. Christiana De Caldas Brito è venuta in Italia dal Brasile, Helene Paraskeva è nata in Grecia, ad Atene, Gladys Basagoitia Dazza è originaria del Perù mentre Jesus Maria de Lourdes proviene dall’isola di Capoverde; vi sono infine anche scrittrici dell’est europeo quali la Ockayovà.

Le risposte e le ipotesi sulle motivazioni di tale presenza possono essere molteplici. Da qualche anno diversi studiosi interpretano il fenomeno come frutto della fase “carsica”, ossia irregolare e parzialmente sommersa, di questa letteratura. Visto che questi libri hanno una distribuzione molto limitata, non è più l’industria culturale a determinarne la pubblicazione filtrandola attraverso i rapporti di potere fra i sessi vigenti nella produzione e nel mercato. La nutrita schiera di scrittrici non è nient’altro che un segno della libertà dal mercato editoriale e dalle costrizioni economiche che questo comporta.

È chiaro come questa sia una motivazione che spiega solo in parte il fenomeno: basta davvero uscire dall’industria culturale per cambiare così radicalmente il rapporto fra i sessi e il ruolo delle donne nella letteratura? Inoltre personalmente non credo si possa affermare che la letteratura italiana della migrazione si situi al di fuori del mercato editoriale, penso piuttosto che questa produzione letteraria ambisca (e in alcuni casi arrivi) ad un mercato di nicchia, un piccolo ma fondamentale nucleo di lettori (molto spesso addetti ai lavori) che si interessano alle opere e creano un ambiente di promozione e discussione delle stesse. Questa letteratura inoltre non può considerarsi sommersa, ovvero underground, nel vero senso del termine, poiché la gran parte di questi autori, proprio perché stranieri e proprio perché hanno scelto di scrivere in lingua italiana, viene letta, criticata e pubblicizzata negli ambienti interessati.

Se poi si considerano i flussi di ingresso degli immigrati in Italia, alcuni aspetti appaiono subito più chiari. La presenza di autrici di Capoverde o provenienti dall’Europa dell’Est, per esempio, è spiegata dal fatto che, in entrambi i casi, sono state le donne ad emigrare per prime verso l’Italia, creando delle comunità a maggioranza femminile.

Analizzando la provenienza delle scrittrici in questione, infine, è facile rendersi conto di come la maggior parte provenga da paesi con una forte cultura e una forte tradizione patriarcale, come l’India, l’Algeria o l’Iraq. L’emigrazione per queste donne è stata un doppio trauma: da una parte hanno lasciato la propria terra d’origine, dall’altra spesso sono state costrette a lavorare, a diventare soggetti attivi di una società in cui non era più possibile non produrre. Un cambiamento così forte e improvviso le ha poste di fronte ad una nuova presa di coscienza, le ha strappate letteralmente da una situazione di passività e, se il cambiamento può essere stato talvolta molto brusco e devastante, i caratteri più forti ne hanno potuto anche trarre vantaggio, arrivando a formarsi una nuova identità, più complessa e solida.

Soprattutto per quelle scrittrici che provengono dai paesi arabi come Nassera Chohra o Salwa Salem, è certamente utile riprendere alcune considerazioni della scrittrice algerina Assia Djebar, che nell’arco di tutta la sua produzione artistica e saggistica ha cercato di dare voce alle esigenze troppo spesso represse e nascoste delle donne del suo paese, ma in modo particolare nel testo Queste voci che mi assediano ha rimesso in ordine e rivisto in chiave organica ed esaustiva i suoi interventi in materia. Secondo la scrittrice, la cultura patriarcale dell’islam e il successivo orientalismo occidentale avevano reso “senza voce” le donne arabe, schiacciate da regole interne che impedivano loro di esprimersi e da una visione dall’esterno che le banalizzava considerandole oggetto erotico-esotico. In questa situazione scrivere in un’altra lingua, in una qualsiasi altra lingua, diventava per queste donne l’inizio di un processo di svelamento e di presa di coscienza, in ultima istanza di liberazione da un silenzio pieno di contraddizioni.

Riprendendo anche le tesi della teorica femminista italiana Rosi Braidotti, si può affermare che le donne, avendo pochi diritti politici od essendo generalmente fuori dai percorsi istituzionali, si sentono più comunemente senza patria, poiché in linea di massima anche nel paese di origine non avevano a pieno la possibilità di far sentire la propria voce. È per questo motivo che la studiosa ha coniato il concetto di “soggetto nomade”, un superamento di quello del “migrante” in quanto il nomade rende indefiniti i confini senza tagliare i ponti e sostituisce l’idea di lingua-madre con quella di luogo linguistico, perdendo completamente il senso dell’esilio o della diaspora e mantenendo nella propria identità tratti delle culture che attraversa per dare vita ad una personalità nuova e più ricca.

In questo senso le scrittrici italofone, escludendo ovviamente quelle delle ex colonie per le quali la ricerca dell’identità presenta aspetti differenti, possono certo dirsi nomadi, poiché raramente nelle loro opere, al contrario di quanto accade fra gli scrittori, vi è la nostalgia o il rimpianto della patria perduta, mentre prevalgono fin dai primi testi altri aspetti quali la necessità di costruirsi una nuova realtà, la critica ironica al paese di accoglienza o di origine, l’arricchimento dopo l’esperienza migratoria di tematiche già analizzate in precedenza. Per citare un esempio, l’ironia talvolta graffiante della brasiliana Christiana Caldas de Brito od il senso grottesco e surreale della scrittrice albanese Ornela Vorpsi, non possono non far pensare rispettivamente all’opera dell’italo-australiana Rosa Capiello, che con il suo Oh, Lucky Country! ironizzava sulla situazione agghiacciante degli emigrati italiani in Australia parodiando il titolo del famoso romanzo australiano The Lucky Country, ed al celebre romanzo della scrittrice inglese di origine giamaicana Zadie Smith, White Teeth una parodia sul multiculturalismo e sulle usanze della sua patria di origine.  

La presa di coscienza della donna dopo l’emigrazione è d’altra parte un tratto che accomuna queste scrittrici ad innumerevoli emigranti italiane del Novecento. Anche loro provenivano da una società rurale e patriarcale (il più delle volte dall’Italia del Sud), dove il ruolo della donna era ben definito e cristallizzato da millenni. Essere costrette a partire e a lavorare ha dato loro possibilità e consapevolezza  nuove. Nel romanzo autobiografico Et elle a voulu sa part, cette roche obscure, Olinda Slongo, scrittrice italiana emigrata in Belgio, parla della sua trasformazione, adducendone le cause alle condizioni difficili dell’emigrazione e alla malattia e alla morte del marito, che non aveva resistito alle polveri della miniere di carbone: «J’étais devenue un animal de travail et de combat. J’avais pris la place du chef de famille; la responsabilité de l’avenir des enfants m’incombait.»

Sono le stesse sensazioni che hanno provato le autrici migranti giunte in Italia: il percorso di liberazione che proviene dal trauma della migrazione, tratto peculiare e tipico di tutta questa letteratura, è talvolta maggiormente accentuato nelle scrittrici ed è probabilmente un’altra causa della loro consistente produzione artistica.

Fra le opere uscite recentemente, è senza dubbio da segnalare il volume antologico Lingua Madre 2006, edito dalla casa editrice torinese Seb con la cura del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino, che ha ideato il concorso letterario da cui sono stati selezionati i testi raccolti. All’interno del volume sono presenti sia scrittrici italiane che straniere, unite dal tema della migrazione, in un percorso di scambio e recirpocità che, soprattutto in ottica futura, non potrà che rivelarsi fruttuoso.




Ryszard Kapuscinski, da "Taccuino d'appunti", Forum edizioni, 2004



Le seconde generazioni e gli scrittori delle ex colonie

 

Diversi critici sono concordi nell’affermare che nel panorama attuale della letteratura italofona non esistano autori migranti di seconda generazione, questo perché il migrante è sempre di prima generazione, implicando il migrare il viaggio, la scelta (forzata o meno) di un paese dove abitare, la conseguente decisione di utilizzarne la lingua. A questo punto lo scrittore di seconda generazione non sarebbe altro che uno scrittore italiano di origine straniera, nato nel nostro paese oppure giuntovi molto piccolo.

In realtà nel parlare di scrittori migranti di seconda generazione si può intendere il termine “migrante” anche in altro modo, ovvero in un’accezione che non faccia esclusivamente riferimento allo status giuridico e politico, ma che implichi i concetti etici, estetici e psicologici di identità fra più culture, plurilinguismo e duplice o molteplice appartenenza.

La già citata raccolta Pecore nere, per esempio, è stata presentata al pubblico proprio come un insieme di racconti di scrittrici migranti di seconda generazione: provenienti dall’India, dalla Somalia e dall’Egitto, le quattro scrittrici hanno proposto due racconti ciascuna nei quali si interrogavano sulla propria identità sospesa fra due culture e due lingue. L’insieme, pur essendo un po’ disomogeneo, è molto interessante per comprendere in che modo stia cambiando la società italiana: i riferimenti culturali delle autrici vengono presi dall’una come dall’altra cultura, creando situazioni comiche, grottesche, talvolta drammatiche.

D’altra parte non si può pensare che la portata psicologica e culturale della migrazione si esaurisca nell’esperienza di una sola generazione: come è successo in diversi paesi europei ed extra-europei, anche in Italia sono piuttosto le seconde generazioni a creare una sintesi creativa fra cultura d’origine e d’accoglienza lontana da autocommiserazione ed ingenuità stilistiche. Al di là dei numerosi esempi che si possono fare in ambito anglofono e francofono – che a mio avviso rientrano più nel discorso critico postcoloniale che in quello migrante – negli Stati Uniti da diversi anni e in tempi più recenti in Germania, scrittori di seconda generazione stanno portando la propria visione del mondo e il proprio linguaggio nell’establishment letterario.

Questi autori di seconda generazione hanno però un aspetto particolare che li differenzia dagli autori migranti e che li accomuna agli autori provenienti dalle ex colonie: l’italiano per loro non è una lingua appresa in seguito, in qualche modo scelta, ma di fatto una lingua madre altra, che convive accanto a quella della famiglia o del paese d’origine. Come gli autori di seconda generazione hanno studiato in Italia e hanno appreso l’italiano come prima lingua scritta, così gli autori postcoloniali molto spesso hanno seguito le lezioni nelle scuole italiane presenti in Eritrea, in Etiopia e in Somalia, alternandola a seconda delle diverse situazioni con la lingua del loro paese d’origine.

In effetti la produzione letteraria degli autori provenienti dalle ex colonie italiane è molto interessante, e dal punto di vista dell’ibridazione linguistica risulta sicuramente all’avanguardia rispetto alla letteratura migrante tout court. I racconti e le liriche di Cristina Ubax Ali Farah, di origine somala, i racconti dell’italo-etiope Gabriella Ghermandi, o ancora il romanzo Rhoda della già citata Igiaba Scego rispecchiano poetiche complesse e difficili scelte stilistiche. Anche scrittrici come le etiopi Martha Nasibù, autrice della bellissima autobiografia Memorie di una principessa etiope per Neri Pozza, e Maria Abebu Viarengo, che ha pubblicato stralci della propria autobiografia sulle riviste Linea d’ombra e Wasafiri, oppure come le eritree Elisa Kidané, suora missionaria comboniana, e Ribka Sibhatu, contribuiscono all’alta qualità di questa produzione artistica.

Inoltre il 2007 sarà un anno fondamentale per queste autrici: all’inizio della primavera uscirà il primo romanzo di Cristina Ubax Ali Farah, madrepiccola, per la casa editrice Frassinelli, mentre verso maggio dovrebbe uscire, per Donzelli, il primo romanzo di Gabriella Ghermandi. Queste due autrici hanno diversi punti in comune: entrambe partono dall’oralità per scrivere le proprie storie, e la loro lingua segue un ritmo tipico del linguaggio parlato, con continui inserimenti di parole ed espressioni somale o amariche. Inoltre entrambe utilizzano le interviste come griglia di riferimento iniziale per le proprie opere: vi è in questo modo un recupero della memoria orale che altrimenti andrebbe definitivamente perduta. Nei loro testi sono rintracciabili i traumi che ha lasciato dietro di sé il colonialismo italiano: il dramma dei meticci, le famiglie distrutte dalla legge fascista del “madamismo”, le testimonianze della diaspora attuale. Anche la recente storia italiana emerge dunque dalle loro opere: una testimonianza del colonialismo da parte dei colonizzati, ripresa e trascritta da autrici meticcie.

Piuttosto fruttuosa sembra essere una comparazione con autrici provenienti da famiglie italiane installatesi nelle colonie, come Erminia dell’Oro dall’Eritrea o Luciana Capretti dalla Libia. Ovviamente uno studio generale su questo fenomeno dovrebbe tener conto delle differenze fra le autrici appartenenti a famiglie miste, a famiglie italiane o a famiglie africane, differenze che portano a scelte linguistiche e di contenuto opposte.

È d’altra parte innegabile che gli scrittori delle ex colonie, soprattutto quelli appartenenti alla seconda generazione, insieme alla nuova ondata di scrittori migranti che vede alla ribalta figure di intellettuali che spesso possono esibire pubblicazioni antecedenti e indipendenti dalla stagione della letteratura della migrazione, stanno cambiando radicalmente il linguaggio della letteratura italiana migrante.

Gli scrittori delle ex colonie, già provvisti di una buona conoscenza della lingua italiana, si pongono evidentemente all’avanguardia in questo processo di rinnovamento all’interno della letteratura migrante italofona.

 

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Mappa dei principali siti sulla letteratura italiana della migrazione

 

Ecco una breve selezione dei siti più interessanti che si occupano di letteratura migrante italofona. La mappa seguente sarà divisa in tre sezioni: riviste, banche dati e siti generici, per permettere agli utenti di fare una prima cernita nelle rete. Di ogni sito è fornita una breve descrizione.

 

Riviste:

 

www.disp.let.uniroma1.it/kuma/kuma.html

 

Rivista di arte e letteratura “creola” a cura del prof. Armando Gnisci, docente alla Sapienza di Roma.

www.sagarana.net

Rivista e Scuola di scrittura creativa dirette dal prof. Julio Monteiro Martins, scrittore di origine brasiliana e docente all'Università di Pisa.

www.rivistapaginazero.net

Letterature di frontiera. Quadrimestrale di letteratura, arti e culture. La tematica che sottende ogni numero è relativa al concetto di frontiera, di confine e di sconfinamento in regioni di letterature a noi ancora estranee.

www.el-ghibli.provincia.bologna.it

L’unica rivista web italiana specializzata sulla letteratura della migrazione la cui redazione è interamente composta da scrittori migranti. Nata nel 2003, la rivista è giunta ormai al suo quattordicesimo numero.

http://www.archivioimmigrazione.org/caffè.htm

 

Una delle prime riviste che si sono occupate di letteratura della migrazione, curata dall’Archivio Immigrazione di Roma e giunta ormai al sedicesimo numero.

www.daemonmagazine.it

Interviste, approfondimenti ed eventi dal trimestrale daemon - libri e culture artistiche. Molti numeri passati sono stati incentrati sulla letteratura migrante.

 

 

Banche dati:

 

http://www.disp.let.uniroma1.it/basili2001/Basili.asp

 

La prima e più completa banca dati sulla letteratura migrante, curata dal prof. Armando Gnisci e dal dipartimento di Letterature Comparate dell’Università La Sapienza di Roma: 194 scrittori, 67 critici e 17 tesi per una mappa utile e aggiornata.

www.letterranza.org

Sito interamente dedicato alla letteratura degli immigrati espressa in lingua italiana, dal quale è possibile accedere ad alcuni siti personali degli autori, fra gli altri a quelli dell’italo-etiope Gabriella Ghermandi, dell’albanese Gino Luka, della guineana Aminata Fofana e del togolese Kossi Komla-Ebri.

 

Siti vari (associazioni, case editrici, ecc…):

www.traccediverse.com

“Traccediverse” è una nuova realtà editoriale, nata a Torino da un team giovane e deciso a mettersi in gioco per realizzare un prodotto di qualità. L'attenzione all'alterità è ciò che la caratterizza.

www.eksetra.net

Sito dell’Associazione interculturale Eks&Tra che organizza un concorso per scrittori immigrati.

www.besa.it

Sito della casa editrice Besa, con sede a Nardò (Lecce), specializzata soprattutto nella letteratura albanese italofona.

www.comune.fe.it/vocidalsilenzio

Voci dal silenzio nasce da alcune esperienze di lavoro sull'immigrazione realizzate nell'ambito della scuola e del volontariato da alcuni collaboratori del CIES di Ferrara. L'obiettivo è quello di dar voce, attraverso la scrittura e la letteratura, a persone, donne e uomini, spesso confinate nell'anonimato.

www.latendacentroculturalemultietnico.it

Sito del Centro Culturale Multietnico La Tenda di Milano: associazione di volontariato che si propone di rivitalizzare la vita sociale del territorio in cui opera a partire dalla presenza degli stranieri di nuova immigrazione. Il centro organizza incontri sulla “narrativa nascente” degli immigrati.           




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