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CRISTINA UBAX ALI FARAH
I nodi
etno-culturali
che non si sciolgono


      
“Madre piccola” è il primo romanzo dell’autrice italo-somala che tenta di riassumere i molti ingarbugliati fili personali e politici della diaspora della gente del Corno d’Africa, anche attraverso una interessante mescidazione linguistica. Resta una comunità non pacificata dove le colpe dei padri ricadono automaticamente sui figli, mentre nei confronti dell’Italia prevale il sentimento di delusione per un paese “considerato incapace di gestire profughi e richiedenti asilo”.
      



di Daniele Comberiati

 

 

Le voci della diaspora somala irrompono nel primo romanzo dell’italo-somala Cristina Ubax Ali Farah, Madre piccola, uscito per Frassinelli a metà aprile ’07. I pensieri e le riflessioni di due donne – Domenica e Barni –  e di un uomo – Taageere – fungono da griglia ideale nella quale vengono riportati più di vent’anni di storia somala e, in parte, italiana.

 

I tre personaggi consentono all’autrice l’utilizzo di registri linguistici e di materiali diversi: nel linguaggio forbito e nei termini arcaici di Domenica Axad vi è tutto l’orgoglio di far comprendere quale sia realmente la sua madrelingua, e allo stesso tempo i suoi pensieri ingarbugliati riportano alla condizione psicologica difficile della migrazione e dell’esilio forzato, di cui anche il suo corpo porta i dolorosi segni. Barni cerca e trova nella dedizione al mestiere di ostetrica un equilibro che compensa la scomparsa dei genitori, l’assenza di una propria famiglia e la perdita dell’amata amica e cugina Domenica, persa quando a Mogadiscio è scoppiata la guerra civile. A legare ancora una volta il filo invisibile che le aveva unite ci pensa Taageere, il perfetto esempio della complessa situazione che vivono gli uomini somali: nelle sue telefonate dall’America alla moglie rimasta col figlio in Italia, un linguaggio convulso e colloquiale smaschera la difficoltà di ritrovare una collocazione dopo la disintegrazione della Somalia e dei valori culturali a cui faceva riferimento. Per gli uomini la ricerca di un equilibrio e di una nuova normalità appare molto più ardua: attaccati a valori tradizionali che non riescono a riportare nelle società occidentali, oscillano fra rifiuto ed indolenza, perennemente alla ricerca del paese in cui i sussidi statali siano più consistenti, in un viaggio all’apparenza folle che tocca Kenya, Italia, Inghilterra, Olanda, Finlandia, Svezia, Stati Uniti e Canada.

 

Oltre ai diversi registri e materiali linguistici utilizzati, Cristina Ubax Ali Farah cerca di perpetrare un rovesciamento del rapporto di potere fra colonizzatori e colonizzati attraverso l’inserimento, nel corso dell’intero romanzo, di termini italiani ripresi dai somali e storpiati, avvicinati alla lingua somala. Così “peperoni” diventano “barbaroni”, “Bariimo luuliyooo” è la variante di “Primo luglio”, “Boyeeso” il femminile dell’inglese “boy” e le “ciabatte” si trasformano in “jabaati”. Nella riappropriazione e nelle varianti dei termini utilizzati dai colonizzatori inglesi e italiani è insito un tentativo di rivalutazione della propria cultura, di una lingua che è apparsa nella forma scritta solo negli anni Settanta e che, per via della scarsa diffusione e ovviamente della guerra civile, non viene ancora utilizzata dai maggiori scrittori somali contemporanei.

 

La comunità della diaspora che viene presentata in Madre piccola è una comunità non pacificata, nella quale gli odi e gli antichi rancori tra clan che hanno generato la guerra civile non si sono assopiti dalla condizione comune, ma anzi risultano esasperati e inferociti dall’esodo. L’albero genealogico che porta all’identificazione di ogni individuo per comprendere a quale clan appartenga si trasforma in uno strumento che porta ad un’assurda divisione aprioristica fra buoni e cattivi, in un sistema perverso nel quale le colpe dei padri ricadono continuamente sui figli creando un meccanismo destinato a disintegrare la comunità.

 

Le pagine più suggestive sono proprio quelle riguardanti la diaspora americana di Taageere, dove i somali cercano di riprodurre lo stesso sistema di vita che attuavano in Somalia, ma si ritrovano più spesso con la stessa violenza e gli stessi problemi. In queste pagine il discorso in prima persona è reso più complesso dalla presenza, talvolta discreta talvolta invadente, di una figura esterna, un mediatore culturale, al quale Taageere fa riferimento quando parla e che ne contraddistingue linguisticamente tutto il monologo. I pensieri contorti che si sovrappongono, le domande retoriche, il tono colloquiale e alcuni termini gergali sono tutti i segni di questa presenza esterna, forse l’unico modo per spingere la diaspora a raccontarsi. E da questi racconti emerge l’impossibilità di descrivere un presente fatto di attese, sussidi e indolenza senza ricorrere a quel passato prima mitico e poi devastante, allo scoppio della guerra civile che sembra ripetersi ogni giorno, tra gli odi atavici e non sopiti fra i clan, forse anche questo un modo per sopravvivere alla noia.

 

Se il romanzo, nella sua trama complessa, polifonica e plurilingue, sembra più volte perdersi e ritrovarsi, intrecciarsi e sciogliersi, è perché aderisce perfettamente all’oggetto della narrazione e perché ripercorre i viaggi della diaspora, dando al lettore non somalo appena il senso di cosa significa l’esodo senza meta, la ricerca di un presente che non può prescindere da un passato che pure è obbligato a superare.

 

E l’Italia in tutto questo? L’antica potenza coloniale, nonché a capo della missione “Restore Hope”, che nel 1991 avrebbe dovuto fermare quella guerra civile che ancora oggi imperversa, è lo sfondo in cui tutte queste storie trovano la loro parziale risoluzione, in cui alcuni nodi si ritrovano e si sciolgono, in cui i personaggi riescono ad accettare presente e futuro. Eppure nelle parole di molti di loro emerge una certa delusione per il paese in cui tutti dopo lo scoppio della guerra civile volevano andare e da cui tutti, appena pochi anni dopo, volevano fuggire, a causa dell’assenza del minimo sussidio, della pochezza dello stato sociale e dell’ipocrisia delle leggi sul diritto d’asilo. Ora l’Italia è soltanto una meta necessaria, per chi fugge dalla Somalia e con imbarcazioni di fortuna attraversa il mar Mediterraneo: se prima era una parte di storia comune ad avvicinare i somali, ora l’unica vicinanza è quella geografica, perché l’antico paese colonizzatore è giustamente considerato incapace di gestire profughi e richiedenti asilo.

 

Un’ultima nota ancora sui materiali utilizzati e sul linguaggio: all’interno delle tre voci narranti, l’autrice ha inserito i testi di altrettanti canzoni somale, appositamente riscritte per l’occasione, appartenenti rispettivamente all’indipendenza, agli anni Settanta e alla guerra civile. Inoltre un glossario dei termini somali utilizzati è stato inserito alla fine del testo, decisione intelligente poiché l’eventuale presenza di note o di traduzioni avrebbe senz’altro nuociuto alla scorrevolezza del romanzo.




Alfredo Pirri, "Acque", 2006; tecnica: Acquerello su carta Arches e cornice in plexiglas; dimensioni: cm 113 x 76. Courtesy Oredaria, fotografie di Mario e Gino Di Paolo.

Cristina Ubax Ali Farah: intervista

 

Lo spunto esterno è spesso molto visibile nei racconti di Cristina Ubax. In Corale notturno era talmente evidente che il rapporto interlocutore-intervistato pervadeva l’intera narrazione. Anche in Rapdipunt, pubblicato nel periodico «Quaderni del ’900», una voce, in prima persona, racconta la sua storia: il monologo è ispirato alle vicende del gruppo giovanile di afro-italiani che si incontrava in passato a piazzale Flaminio. L’adolescente protagonista, voce narrante del monologo, esplora una dimensione dove l’attesa e la riflessione sull’identità invadono la quotidianità dei ragazzi, e i dubbi tipici dell’età si sovrappongono alle delicate situazioni familiari e all’atmosfera di diffidenza che respirano intorno a loro. L’Italia sembra una terra di passaggio non richiesta, lontana dalla terra d’origine come dagli altri paesi sognati dell’emigrazione, il Canada o gli Stati Uniti. L’utilizzo della prima persona è anche un modo per entrare più in profondità nella psicologia della protagonista, ed un artificio retorico per immedesimarsi nel suo linguaggio e quindi nella sua visione del mondo:

 

È un po’ che giro con loro, Mauro dice che sono strana: che ci faccio tutto il tempo appresso a lui, quella è una vita da maschi, non per quelle come me, che fino all’altro ieri erano le meglio della classe e ora chissà che mi è preso. Mi sono stufata, gli dico, mi sono stufata di fare la ragazza per bene, tanto se non vado a scuola per qualche giorno non se ne accorge nessuno. E quel quadernetto? Mi serve, lo sa che scrivo poesie, scrivo poesie o accendo fiammiferi, lo sanno tutti.

 

«Mi interessa molto l’utilizzo della prima persona e dell’interlocutore esterno, che adotto in “Corale notturno” e nel racconto “Madre piccola”. Anche il romanzo avrà questo titolo pur non avendo niente a che fare con il racconto: agli editori è piaciuto e mi hanno proposto di usarlo anche per il romanzo. Preferisco la prima persona perché mi dà la possibilità di far uscire la voce dei personaggi e mi interessa utilizzare l’interlocutore esterno perché chi parla modula sempre il proprio linguaggio e il proprio comportamento in base a chi ha di fronte.

Anche per il romanzo “Madre piccola” ho utilizzato la prima persona. La narrazione fa perno sulla voce dei tre protagonisti e ruota intorno a tre momenti chiave della storia contemporanea somala: la degenerazione della dittatura di Siad Barre, la guerra civile e la successiva diaspora. Tratto che accomuna i personaggi è lo shock della separazione: ognuno ha un trauma riconducibile a quella circostanza e le loro vicende si intrecciano nel corso degli anni. Ogni voce narrante ricorre tre volte. In tre capitoli del libro (che corrispondono a tre voci differenti) ho utilizzato testi di canzoni somale famose legate a momenti storici precisi. Le canzoni non sono tradotte, ma scritte ex novo, usando i testi originali come tracce. Le voci narranti si rivolgono ad un interlocutore, ogni volta differente. Per ogni voce, l’interlocutore è una volta “intimo”, interno al testo e alla realtà descritta, l’altra volta “esterno”, rappresentando un ruolo definito. Come già nel racconto “Madre piccola”, in una voce ho utilizzato varianti somale di parole italiane, tentando di capovolgere i rapporti interni al binomio lingua – potere.

Per quanto riguarda “Rapdipunt” devo ammettere che è stato molto più faticoso per me ricreare quel linguaggio, perché non mi appartiene affatto. Nel racconto ho inserito la figura di un vecchietto che esattamente come nelle fiabe aiuta l’eroe nella sua ricerca. Anche il gigante appartiene al mondo delle fiabe. La struttura della fiaba mi sembrava molto adatta a descrivere il percorso formativo di una adolescente che attraversa il periodo in cui più forti sono i dubbi e le riflessioni sull’ identità e sulla personalità».

 

In effetti il recente romanzo Madre piccola può rappresentare la summa delle teorie estetiche e linguistiche di Cristina Ubax Ali Farah. Oltre alle parole italiane presenti in diverse varianti nel linguaggio comune somalo come “barbaroni” invece di “peperoni” o “kabushiini” in luogo di “cappuccino”, diverse sono anche le modalità di espressione e i materiali e i registri linguistici utilizzati. Si passa così da una riflessione intima ad una telefonata, dall’italiano forbito di una lettera ad una prosa più colloquiale, fino alla presenza discreta o invadente di un narratore esterno. Il risultato è la composizione di un mosaico complesso che riporta la forma della diaspora somale e di una narrazione che si perde, si ritrova e si ricompone, come si perdono e si ritrovano i personaggi. I piani temporali sono costantemente intrecciati nei discorsi dei protagonisti, perché per riprendersi il presente c’è bisogno di fare i conti con il passato, e il passato in questo caso significa guerra civile, odio devastante fra clan, l’apatia dilagante fra gli uomini. La comunità somala della diaspora viene subito rappresentata come non pacificata, perché gli odi che il paese si porta dietro dalla guerra civile risultano ripetuti ed esasperati dall’esodo. Le donne sembrano rispondere alla paura e all’indolenza con maggior forza: per gli uomini è più difficile ritrovarsi, privi dei punti di riferimento della propria cultura vagano fra i mille luoghi toccati dalla migrazione. Il personaggio di Taageere, che si ritrova di fronte alla necessità di affrontare allo stesso tempo passato e presente – un figlio che non ha mai conosciuto e un figlio in arrivo   ne è la perfetta sintesi narrativa e poetica, e Domenica Axad, sua attuale moglie e compagna, è il suo lato mancante. Domenica riprende con la telecamera voci e volti della diaspora, costruendo un materiale eterogeneo che ne riassume perfettamente l’essenza. E attraverso le sue parole, nell’incipit del romanzo, vi è la ricerca profonda dell’autrice:

 

Soomali baan ahay, come la mia metà che è intera. Sono il filo sottile, così sottile che si infila e si tende, prolungandosi. E il groviglio dei fili si allarga e mostra, chiari e ben stretti, i nodi, pur distanti l’uno dall’altro, che non si sciolgono.

Sono una traccia in quel groviglio e il mio principio appartiene a quello multiplo




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