Auto rossa
Il marciapiede bagnato rimandava sfrangiate le
luci gialle dei lampioni. Un'auto rossa ferma in seconda fila davanti al
portone, aveva i mezzi fari accesi e i vetri tanto appannati da non lasciar
distinguere chi vi fosse nell'abitacolo.
La cena era pronta ma Luigi non era
rientrato. Anna di tanto in tanto guardava dalla finestra che affacciava sul
viale, ma i rami folti dei platani, tanto alti da lambire le finestre del
quinto piano, formavano una marea compatta di foglie scure che impediva di
vedere di sotto. Se Anna si sporgeva poteva solo sentire passi rapidi sul
marciapiede. Solo quando il passante compariva nel largo spiazzo privo di
alberi di fronte al portone, dove l'auto rossa si era fermata, Anna poteva
vederli.
Mentre attendeva cercava di ricordare che
scarpe Luigi avesse indossato la mattina, che suono avrebbero prodotto sul
selciato bagnato giungendo dalla metropolitana. Forse aveva le scarpe nere con
la suola di gomma e non lo avrebbe sentito. Non sapeva neppure quale
impermeabile avesse indossato e non aveva voglia di guardare nel suo armadio
per controllare. Non si spiegava il ritardo anche se negli ultimi tempi qualche
volta aveva ritardato. Le aveva telefonato nel pomeriggio per dirle che alle
nove sarebbe stato a casa. Avvertiva sempre quando tardava.
Anna aveva spento il gas sotto lo
spezzatino per paura che si prosciugasse e, con un panno di carta, aveva
ripulito il fornello bianco dalle macchioline rosse di sugo. Il fornello
scintillava come pure le piastrelle che lo circondavano. Nel versarsi un
bicchiere di vino aveva osservato la parete di piastrelle sulla sinistra del
fornello e colto un leggero alone opaco. Bevuto un lungo sorso, aveva poggiato
il bicchiere e lucidato le piastrelle opache con il glassex finché avevano
brillato come le altre. Aveva riempito di nuovo il bocchiere e, in soggiorno,
aveva acceso la lampada sul tavolino ed anche la televisione, dopo averne
spolverato lo schermo con la mano nuda, indugiando negli angoli dove la polvere
elettrizzata si annidava di più. Dalla poltrona si era messa a guardare il
principio di un film bevendo il vino, ma di tanto in tanto si alzava per vedere
dai vetri se Luigi arrivava.
L'auto rossa era sempre lì,
parcheggiata male, i vetri chiusi completamente appannati. Anna pensò che chi
era in macchina avrebbe potuto aprire uno spiraglio per far entrare un po’
d’aria fredda. I fari ora erano spenti. Il telefono aveva suonato. La voce di
Luigi intermittente, deformata dal cellulare, annunciava che avrebbe ritardato,
che si trovava ancora alla fermata Anagnina della metropolitana. Sarebbe stato
a casa fra mezz'ora. Se Anna voleva mangiare non c'erano problemi. Anna aveva
detto che lo avrebbe aspettato ma che lo spezzatino sarebbe diventato secco.
Lui aveva risposto che non importava. Annoiata, si era messa a guardare dalla
finestra, aprendo il vetro. Non faceva freddo. Le piaceva il viale alberato che
correva a perdita d'occhio fino al Tevere come una siepe aerea, il luccichio
della pioggia sulle foglie che cominciavano a ingiallire. Di giorno, se c'era
vento, l'ammasso inquieto delle foglie appariva a volte come un mare verde
striato di giallo.
Anna aveva guardato di nuovo con
attenzione l'auto rossa. Se fosse stato giorno non avrebbe potuto fermarsi lì
perché in quel punto avrebbe intralciato il traffico. Ma di notte passavano
poche auto e non disturbava. Comunque
Anna aveva provato un senso sordo d'irritazione per l'autista indisciplinato.
Luigi le diceva spesso che lei era una moralista e non solo in fatto di guida.
Mentre Anna fissava l'auto, ne era uscita veloce, proprio dallo sportello di
guida, una ragazza vestita di nero. Aveva lasciato aperto lo sportello e si era
messa a correre in direzione della fermata della metropolitana. Era scomparsa
sotto gli alberi ma subito Anna l'aveva vista tornare indietro. Senza risalire
in macchina, la ragazza aveva cominciato a parlare animatamente con chi era
rimasto nell'abitacolo.
Dal quinto piano Anna non riusciva a
sentire che cosa la donna dicesse ma aveva avvertito il tono concitato,
stridulo delle parole. Una sola parola
gridata due volte era salita fino a lei nell'aria umida: "vattene
vattene". Aveva visto lo sportello di destra aprirsi incerto ma subito
richidersi perché la donna era rientrata nella macchina chiudendo a sua volta
lo sportello, scomparendo di nuovo dentro la fitta cortina appannata.
Anna aveva chiuso la finestra e si
era messa a guardare la televisione. Aveva bevuto il vino troppo in fretta e
ora si sentiva stordita. Aveva fame. Era andata in cucina e preso un grosso
pezzo di pane, si era riseduta di fronte alla televisione per mangiarlo. Luigi,
quando lei mangiava grandi pezzi di pane senza condimento, senza spezzarli con
le mani, le diceva che nel fondo era rimasta una contadina. Glie lo diceva
anche perché lei diffidava sempre delle medicine.
Anna non sapeva se a lui desse fastidio che
lei mangiasse il pane a morsi ma le pareva di cogliere nel tono di lui una
riprovazione divertita, benevola.
Erano ormai passati venti minuti da
quando Luigi aveva telefonato. Doveva essere all’altezza della fermata di
piazza di Spagna. In pochi minuti sarebbe giunto a via Lepanto. Riaprì la
finestra e si mise a guardare dalla parte della metropolitana, ascoltando
attentamente i passi. Aveva sentito veloci passi maschili ma quando l'uomo era
stato di fronte al portone non si era fermato, aveva proseguito.
L'auto rossa era sempre lì
luccicante di pioggia, con i vetri appannati. Anna aveva continuato a fissarla
ma non era accaduto nulla. Aveva solo sentito levarsi dall'auto un rapidissimo
suono di clacson, come se per errore qualcuno si fosse appoggiato al pulsante.
Era tornata in cucina certa che
ormai Luigi sarebbe comparso fra pochi minuti. Aveva riacceso lo spezzatino
allungandolo con un goccio di vino per renderlo meno secco. Aveva assaggiato il
sugo con un po' di pane ma le era sembrato con un fondo amaro, come i sughi
troppo consumati dal fuoco.
Di nuovo alla finestra aveva visto
l'auto rossa muoversi lentamente a marcia indietro per parcheggiare lungo il
marciapiede, in uno spazio lasciato libero da un'altra auto. Dalla finestra ne
scorgeva ora solo la parte anteriore mentre il resto dell'abitacolo era
nascosto dal tronco di un platano. Aveva continuato a guardare il viale,
ascoltato i passi. Aveva sentito passi avvicinarsi dalla parte della fermata.
Due uomini e una donna erano comparsi nel suo raggio visivo. La donna, che Anna
aveva riconosciuto perché abitava al terzo piano della sua scala, si era
fermata e aveva aperto il portone. Gli uomini avevano proseguito ed erano
presto scomparsi.
Anna era andata in cucina a fissare
lo spezzatino. Ne aveva infilzato un pezzetto con la forchetta per assaggiarlo
ma il pezzo era caduto sul fornello. Aveva raccolto il pezzo con le dita e lo
aveva scagliato nel tegame senza assaggiarlo, poi si era asciugata le dita con
il panno carta e pulito con cura la macchia rosso cupo sul bianco del fornello.
Aveva spento la fiamma lasciando lo spezzatino coperto.
Era tornata alla finestra e aveva
visto la ragazza dell'auto rossa in piedi tra l'auto e l'albero. La vedeva di
tre quarti mentre abbracciava, tenendo le braccia sollevate, un uomo che la
stringeva alla vita. Dell'uomo indovinava appena la figura scura nascosta dal
platano. Di lui vedeva distintamente solo le braccia e
le mani bianchissime sul nero del vestito di
lei. La coppia si stava baciando ed Anna poteva vedere i capelli lunghi della
ragazza pendere indietro lucidi. Aveva pensato che l'uomo doveva essere alto e
che per baciare la ragazza doveva chinarsi in avanti e lei piegare indietro la
testa. Le era venuto in mente che, la prima volta che aveva baciato Luigi, le
era sembrato troppo alto perché per baciarlo aveva dovuto piegare il collo
all'indietro. Avrebbe preferito un uomo della sua stessa statura. Ma poi si era
abituata.
Era tornata in cucina ed aveva
deciso di riaccendere lo spezzatino. Aveva sentito il suono di una sirena
avvicinarsi veloce. Era tornata in soggiorno e, affacciata alla finestra, aveva
visto un'ambulanza fermarsi davanti al portone. Due portantini con una barella
ne erano scesi, erano entrati nel portone già aperto. L’uomo e la ragazza
dell'auto rossa non si vedevano più. Forse erano rientrati nell'auto. Il
parabrezza era ancora appannato. Anna allarmata si era chiesta chi stesse male.
Aveva paura delle ambulanze, le pareva che sarebbero venuti a portare via anche
lei, un giorno o l’altro. Quando le sentiva sfrecciare lungo il viale, anche di
giorno, un turbamento l'attraversava sempre. Si era affacciata al pianerottolo
e aveva visto che stavano portando via il signor Martini, un uomo anziano che
abitava al secondo piano. Anna sapeva che era malato, che aveva la polmonite.
Forse era peggiorato. Dietro la barella stava scendendo la moglie, anziana
anche lei, con una valigetta. Forse avrebbe accompagnato il marito
all'ospedale. Numerosi inquilini del palazzo erano affacciati alla ringhiera
per vedere i portantini che portavano all'ospedale il signor Martini e
bisbigliavano, salutavano la signora.
Anna rientrata si era di nuovo affacciata alla
finestra. L'auto rossa non c'era più. Accanto all'ambulanza lampeggiante Luigi
con l'impermeabile scuro parlava con alcune persone ferme davanti al portone.
Lo chiamò forte. Lui alzò la testa e le fece cenno con la mano, come a dire "aspetta
un momento". Vide uscire la barella dal portone e i portantini introdurla
nell'ambulanza. Vide salire con fatica la signora anziana aiutata da Luigi.
Vide la donna sedersi sullo strapuntino accanto al marito. I portantini,
richiuso con fragore lo sportello posteriore, risalirono davanti. L'ambulanza
ripartì lampeggiando senza sirena. Anna vide Luigi avvicinarsi lento al portone
continuando a parlare con i curiosi. Si era asciugato la fronte col dorso della
mano, forse una goccia di pioggia. Si era passato il dorso della mano anche
sulla bocca. Aveva estratto da una tasca un fazzoletto e si era nuovamente
asciugato la bocca. Poi Anna sentì il tintinnio delle sue chiavi, lo vide
entrare. Il portone si richiuse cupo con un rimbombo che le vibrò nello stomaco.
Andò in cucina a
spegnere lo spezzatino.
******
Borsa di vinile
Adele da
alcuni mesi osservava la ragazza quando usciva dal portone. Una mattina aveva
notato che anziché il solito zainetto portava un’immensa borsa di vinile. Nera,
lucida e con in mezzo un marchio colorato. Dalla finestra del terzo piano Adele
non riusciva a decifrare il marchio. La borsa troppo grande sembrava una sacca
pubblicitaria vinta con punti Findus o del detersivo di Marsiglia.
Al principio,
quando aveva cominciato a osservarla, la ragazza non le era sembrata
appariscente come appariva da quando usava la borsa. Piccola di statura, magra,
si era sempre vestita sommessamente, i capelli castani lunghi certo naturali.
Comparsa la borsa i capelli avevano cambiato colore, erano diventati più rossi
e le circondavano la testa come fiamme ventilate. Adele pensava che la ragazza
vestisse meglio prima, specie dopo averla vista indossare una minigonna di
pelle nera, un berrettino a visiera argentato, scarpe lucide nere allacciate
alla caviglia con tacco sproporzionato alla sua statura.
La
ragazza usciva di casa tutti i giorni, tranne la domenica, alle sette e un
quarto del mattino. Non aveva cambiato orario neppure dopo la comparsa della
borsa. Si allontanava con un motorino dopo aver legato la borsa sul sedile
posteriore. Non sempre usava il casco. Aveva un modo particolare di partire da
quando aveva mutato abbigliamento: faceva impennare con un rombo il motorino
immettendolo con abilità nel traffico. Scompariva in un attimo tra le auto
diretta verso il centro. Anche questo stile di guida non corrispondeva all'idea
iniziale che Adele si era fatta della ragazza ma la nuova versione le faceva
scuotere la testa, sia pure con indulgenza.
Durante
il giorno Adele non pensava a che cosa la ragazza stesse facendo, perché
uscisse ogni mattina alla stessa ora. Certo lavorava ma non le interessava in
modo particolare sapere che lavoro facesse. A volte però fantasticava che le
sarebbe piaciuto conoscerla. Abitavano in un casamento di dieci piani, diviso
in due scale senza portiere, sulla via Tuscolana non lontano dalla fermata
Subaugusta della metropolitana. Adele al terzo piano della scala A, la ragazza
al quinto della scala B.
Stringere
amicizie in un edificio tanto popoloso non era facile. Le persone dell'età di
Adele se ne andavano la mattina presto e non si sapeva quando sarebbero
tornate. Gli studenti uscivano più tardi, i più piccoli accompagnati dalle
mamme. Gli anziani, i pensionati, che a diversi orari andavano a fare la spesa
nei negozi della Tuscolana sembravano ad Adele troppo vecchi per incuriosirla.
Avere un'amica un po' più giovane di lei, come la ragazza della borsa, le
sarebbe invece piaciuto, anche se da quando aveva cambiato modo di vestire le
appariva forse un po’ aggressiva.
Aveva
comunque voluto sapere come si chiamasse. Una domenica mattina ad una finestra
del quinto piano della scala B era comparsa la testa fiammeggiante della
ragazza mentre sbatteva un tappetino. Il giorno dopo, contando le file dei campanelli
sul citofono, Adele trovò il nome. Fu quasi certa che la ragazza si chiamasse
Rosa Ciciliano. Cercò nell'elenco telefonico e trovò il numero. Lo compose
verso le otto della mattina successiva e nessuno rispose, come Adele aveva
previsto in quanto aveva visto Rosa uscire anche quella mattina alle sette e un
quarto. Certo abitava da sola. Adele non lasciò un messaggio alla segreteria
telefonica. Non avrebbe saputo che cosa dire. Notò che Rosa pronunciava le
parole con un lieve accento avvertibile specialmente nell'ultima frase del
messaggio telefonico: 'lasciate un messaggio per favore'. 'Per favore' suonava
più o meno come 'per favaare'. Ma Adele non seppe individuare la provenienza di
quella pronuncia neppure nelle telefonate che cominciò a fare ogni mattina,
dopo che Rosa era uscita. Il tono del messaggio, anche se l’accento non le
piaceva, le comunicava comunque un senso di vitalità. Una mattina in cui Adele
si era sentita particolarmente di buon umore e il messaggio le era parso più
cordiale del solito, aveva detto 'ciao' dopo il beep. Ma si era pentita subito
e non aveva più ripetuto il saluto.
Le finestre delle due scale dalla parte
interna del palazzo erano più vicine di quelle esterne per un sistema di
cortili che dalla facciata non si percepiva. Adele si accorse un giorno di
avere le finestre interne di Rosa di fronte alle sue, sebbene due piani più in
alto. Aveva individuato con facilità la cucina e il bagno di Rosa perché aveva
visto, appeso ai fili per stendere che collegavano le due finestre, il
cappellino argentato di Rosa.
Aveva cominciato ad osservare la biancheria
che Rosa stendeva. Non stendeva lenzuola o asciugamani e Adele aveva pensato
che forse si serviva di uno stenditoio situato sopra la vasca da bagno, come
anche lei faceva. Rosa, che doveva stendere di notte perché Adele non l’aveva
mai vista, stendeva fuori solo biancheria intima colorata. A volte uno o due
capi soltanto ma il lunedi mattina Adele trovava una vera distesa di mutandine,
tanga e reggiseni di ogni colore sventolare sopra di lei. Neri oppure rossi.
Una volta un completo viola, un’altra verde. Un'altra ancora una camicia da
notte rossa con le spalline sottili. I colori dominanti erano il rosso, il nero
e il viola. Più di rado il bianco e il beige. Adele, dal numero di completi
stesi il lunedì mattina dedusse che Rosa doveva cambiarsi la biancheria una
volta al giorno. Aveva scosso la testa per questa esagerazione anche se aveva
sentito dire che i più giovani usavano farsi un gran numero di docce
giornaliere e non bagni nella vasca una volta la settimana il sabato
pomeriggio, come le aveva insegnato sua madre. I colori della biancheria di
Rosa, se c'era il sole, illuminavano il cortile con la loro vivacità e
piacevano ad Adele anche se pensava, con blanda riprovazione, che lei non
avrebbe mai steso all’aperto una biancheria tanto allusiva, specie i tanga che
nella parte posteriore erano poco più che un filo. Si ripromise di parlarne con
Rosa quando si sarebbero conosciute.
Adele
aveva scritto il nome e il numero di telefono di Rosa nella propria agenda
telefonica e quel gesto le era parso un primo passo per una futura amicizia.
Nell'agenda erano segnati molti nomi di persone che conosceva poco, cui non
telefonava quasi mai. Ma sfogliandolo Adele aveva l'impressione di conoscere
molte persone cui, se avesse voluto, avrebbe potuto telefonare.
Per
osservare ogni giorno l'uscita di Rosa, Adele aveva cominciato a regolare la
sveglia alle sei e mezzo. Non voleva più affidare il piacere di vederla a
risvegli casuali. Voleva però, prima di appostarsi dietro la tenda del
soggiorno, sedersi calma in cucina per fare colazione. Con la tazzina del caffé
caldo in mano, dopo aver bevuto il latte e mangiato pane burro e marmellata si
appostava, alle sette precise, dietro la tenda del soggiorno che dava sulla via
Tuscolana e da cui vedeva il portone. Attendeva guardando di tanto in tanto
l'orologio mentre sorseggiava lentamente il caffé. Se non avesse smesso di
fumare da più di un anno, nell'attesa di veder comparire Rosa avrebbe certo acceso
una sigaretta. Vedeva ogni mattina, qualche minuto dopo le sette, l'uomo
addetto alla pulizia delle scale aprire il portone. La sera, invece, il portone
veniva chiuso alle venti da un condomino scelto a turno. Adele non andava alle
riunioni di condominio. Abitava in un appartamento in affitto e non voleva
conoscere i condomini. Prima che Rosa uscisse da casa Adele non guardava mai le
finestre del cortile perché temeva che Rosa, nell'affacciarsi a ritirare la
biancheria, potesse scorgerla e pensasse che la stesse spiando.
A
quell'ora del mattino erano numerosi gli inquilini dell'edificio che uscivano
per andare al lavoro. Alcuni avevano la macchina, altri si spostavano con i
motorini. Altri ancora si dirigevano a piedi verso la metropolitana perché forse
lavoravano in centro e, se avessero usato la macchina non avrebbero trovato con
facilità il parcheggio. Quando mancavano due o tre minuti alla probabile
comparsa di Rosa, Adele provava un lieve stato di agitazione, a volte di
apprensione. Si chiedeva che cosa avrebbe fatto se non l'avesse vista uscire.
Quando la tensione dell'attesa cominciava a salire e il caffé nella tazzina era
finito, in genere Rosa compariva. Si stagliava in controluce nel vano scuro,
poi la sua figura attillata entrava in piena luce. Reggeva con una mano la
grande borsa lucida che toccava terra e con l’altra il sacchetto della
spazzatura che gettava, facendolo roteare, in uno dei cassonetti aperti lungo
il marciapiede. Nel camminare dondolava sui tacchi troppo alti e il ticchettio veloce
giungeva fino ad Adele. Si dirigeva verso il motorino, di solito parcheggiato
lì vicino. A volte, se non era proprio di fronte, per vederla partire Adele
doveva sporgersi un po'. Lo faceva spostando con cautela la tenda per non
essere vista.
Dopo che Rosa era scomparsa nel traffico,
Adele chiudeva la finestra, tornava in cucina, lavava la tazzina e la riponeva
nel colapiatti. Si metteva, come ogni mattina, a fare le faccende. Alle nove
estraeva da un cassetto un panno bianco arrotolato e lo apriva sul tavolo di
cucina. Il panno poteva racchiudere di volta in volta una federa di lino, un
asciugamano, fazzolettini sottili di seta pura, camicie da notte di batista,
tovaglioli. Adele, sedutasi al tavolo
con la luce accesa, iniziava il suo lavoro di ricamo che svolgeva per un
negozio di biancheria raffinata di piazza di Spagna da quando Antonio l'aveva
lasciata. Lavorava ascoltando la radio fino alle undici e quaranta. Poi
scendeva veloce a fare la spesa. A quell'ora incontrava mamme con le carrozzine
e scambiava con loro brevi cenni con la testa. Spesso le mamme si soffermavano
lungo il marciapiede se c'era il sole e formavano piccoli gruppi con mamme e
bambini di altri casamenti. Adele non si avvicinava perché le pareva di non
avere nulla da dire. Aveva l'abitudine di mangiare all'una in punto, di
riposare un po' dopo mangiato e di riprendere a ricamare fino al tardo
pomeriggio. Poi guardava la televisione. Di pomeriggio usciva quasi soltanto
per andare, con la metropolina, a piazza di Spagna a consegnare il lavoro
fatto. Talvolta andava al cinema con una sua cugina che abitava a Testaccio.
Pensò un
giorno di regalare a Rosa un fazzolettino di lino ricamato con le sue iniziali.
Comprò la stoffa in quanto i fazzoletti che ricamava per Piazza di Spagna erano
contati. Comprò del sottilissimo lino rosa e, dopo aver tagliato la forma del
fazzoletto, vi disegnò con la carta carbone un intricato ma elegante ricamo
floreale che racchiudeva, come in un medaglione, le iniziali di Rosa. Questo
lavoro, molto più elaborato di quello che normalmente svolgeva per il negozio,
costrinse Adele a lavorare un po’ di più la sera. Ricamava inframezzando il
lavoro con l’osservazione intermittente della televisione. Per finire il
fazzoletto impiegò una settimana. Pensò dapprima di inviarlo a Rosa per posta
ma preferì poi, dopo averlo stirato alla perfezione e composto in un pacchetto
adeguato, di infilarlo nella cassetta della posta. Per cogliere la sorpresa di
Rosa nel ricevere il regalo decise di depositarlo nella cassetta la mattina
molto presto in modo che Rosa, nell’uscire alle sette e un quarto, lo trovasse.
Lei, dalla finestra, avrebbe potuto osservarla mentre lo scartava. La mattina
in cui voleva depositare il regalo nella cassetta di Rosa, Adele mise la
sveglia alle cinque e mezzo. Si lavò e si vestì anche se a quell’ora
difficilmente avrebbe incontrato qualcuno per le scale. Ebbe qualche difficoltà
a infilare il pacchetto nella cassetta. Per farlo dovette leggermente piegarlo
e forse il fazzoletto si era sgualcito. Ma ormai era fatta. Risalì in fretta ma
era ancora troppo presto. Prima che Rosa uscisse dal portone doveva passare
un’ora e mezzo. Si rimise a letto ma non riuscì ad assopirsi. Si rialzò e fece
come sempre la colazione ma con più lentezza del solito, immaginando che cosa
avrebbe pensato Rosa nel trovare il regalo. Le venne il dubbio che forse a Rosa
il colore rosa, che pure evocava il suo nome, non piacesse. Infatti il rosa tra
la sua biancheria stesa non era mai comparso. Adele si sorprese di non averci
pensato e una leggera ansia turbò il piacere che stava per pregustare. Alle
sette precise, dopo aver sbrigato qualche faccenda per passare il tempo si
appostò alla finestra. Vide l’uomo delle pulizie aprire il portone. Poi, con
uno o due minuti di ritardo dovuti certamente al tempo impiegato da Rosa ad
aprire la cassetta, vide comparire Rosa. In una mano teneva la borsa e il
pacchetto. Nell’altra il sacchetto della spazzatura. Dopo aver scagliato il
sacchetto Rosa si fermò, poggiò in terra contro una gamba la borsa e aprì il
pacchetto. Adele tratteneva il fiato. Dal terzo piano non poteva vedere la
faccia di Rosa ma solo i suoi capelli rossi. Vide che osservava il fazzoletto e
che se l’era avvicinato al naso per annusarlo. Adele si pentì di non averlo
spruzzato con un po’ di acqua di colonia. Vide Rosa appallottolare la carta e
gettarla, come un sasso, nel cassonetto. Poi la vide infilare con fatica il
fazzoletto in una strettissima tasca della minigonna. Adele pensò che così si
sarebbe completamente sgualcito. Si pentì di aver scelto il lino. Se avesse
preferito la seta il fazzoletto sarebbe rimasto intatto anche in quella
minuscola tasca.
Dopo
qualche giorno Adele aveva deciso di salire al piano di Rosa con l'ascensore,
dopo aver fatto la spesa, per vedere la sua porta. Nessuno aveva fatto caso a
lei. Era salita al quinto piano della scala B. Uscita nel pianerottolo aveva
guardato le due porte che vi si affacciavano. La porta di sinistra, senza nome,
doveva essere quella di Rosa perché l'altra aveva, sotto il campanello, un
altro cognome. Osservò la porta e le parve polverosa, con ditate intorno alla
toppa, le maniglie non lucidate. Pensò che ai giovani delle maniglie lucide non
importava niente. Le venne l'impulso di lucidare le maniglie con il fazzoletto,
di pulire la porta ma non aveva con sé niente di adatto. Ridiscese con
l’ascensore, uscì in strada e comprò
sidol, Vivolegno spry e un rotolo
di panno carta. Risalì al piano di Rosa
e con energia si mise a spruzzare la porta con l’olio, strofinandola con la
carta morbida e poi lucidandola. Con il sidol rese luccicanti le maniglie. La
porta in pochi minuti aveva perso il suo aspetto trasandato. La guardò
soddisfatta con la testa storta, facendo un passo indietro per vedere meglio
l’effetto. Durante il lavoro era stata attenta di non farsi vedere. Se sentiva
l’ascensore salire o scendere si nascondeva. Nessuno dalla porta accanto a
quella di Rosa si era affacciato.
Tornò a casa contenta ma con una
leggera ansia, quasi avesse compiuto una violazione.
Si
sorprendeva, mentre la sera guardava la televisione, che mai le fosse venuto il
desiderio di controllare quando Rosa ritornasse. Aveva riflettuto che, mentre
l'uscita di Rosa era certa, il rientro non lo era. Aspettarla avrebbe
significato smettere di lavorare prima del previsto e dover rinunciare ad
alcuni spettacoli televisivi che la interessavano, specie la soap opera Oscuri sentieri che andava in onda alle diciotto e trenta e
che l’appassionava. Adele non aveva neppure mai pensato con chiarezza come
avrebbe potuto conoscere Rosa. Per ora le bastava vederla partire la mattina,
osservarla dalla tenda tirata. Guardare la sua biancheria sventolare, lucidarle
la porta e provare un generico senso di curiosità, di simpatia per lei. A volte
persino di affetto.
Una
sera, prima della chiusura del portone, Adele si era affacciata alla finestra
attratta da un miagolio di gatti, gli urli di una zuffa amorosa. Mentre
guardava vide Rosa dirigersi, con la sua borsa immensa verso il portone. Non
era sola. Con lei c’era un ragazzo. Il ragazzo era alto, vestito di scuro. Le
aveva preso di mano la borsa con gesto affettuoso e con l’altro braccio la
stringeva a sé. Avevano scambiato qualche parola entrando nel portone. Adele si
accorse di non avere mai pensato fino a quel momento che Rosa potesse ricevere
a casa qualche ragazzo, che potesse avere un fidanzato.
La
scoperta la turbò. Pensò che se Rosa aveva un ragazzo sarebbe stato più
difficile stabilire con lei il legame che Adele immaginava: lo scambio di
qualche cena, il guardare insieme un film o un altro spettacolo alla
televisione. Talvolta una passeggiata al sole la domenica mattina. Si sentì
ferita, quasi che Rosa l'avesse tradita. Pur rendendosi conto dell'assurdità
del suo sentimento cominciò a nutrire verso Rosa una diffidenza. Pensò che non
aveva mai visto Rosa in faccia, che non conosceva la sua espressione. Decise
che doveva vederla perché dal suo viso, dai suoi occhi specialmente, avrebbe
giudicato se c’era da fidarsi, se non avrebbe dovuto cambiare opinione su una
persona che usava quel tipo di biancheria intima esibendola senza pudore a
tutto il casamento.
Per
esaminare da vicino Rosa avrebbe dovuto prendere con lei l’ascensore quando lei
usciva la mattina. Calcolò che per scendere dal quinto piano a terra doveva
impiegare circa un minuto. Se Adele si fosse trovata sul pianerottolo di Rosa
alle sette e quattordici minuti come per caso, sarebbe entrata con lei
nell’abitacolo e avrebbe potuto osservarla.
Per qualche giorno non ebbe coraggio di
attuare il suo piano. Quando si decise si vestì di tutto punto come dovesse
uscire. Si fermò sul pianerottolo di Rosa in attesa. Quando attraverso la porta
sentì il ticchettio chiamò l’ascensore. Rosa aprì la porta e Adele girata verso
di lei la fissò. Fece un cenno di saluto. Rosa rispose con un mormorio ed entrò
per prima. Adele a sua volta entrò e rimase con le spalle alla porta
dell’ascensore continuando a fissare Rosa. Giunte al piano terra Adele uscì per
prima. Sentì che Rosa, passandole rapida davanti aveva mormorato: “Che cazzo
vole ‘sta stronza”.
Per
punire Rosa di aver pronunciato quella frase volgare, non meno volgare della
sua biancheria, del resto, Adele decise di privarla della sua attenzione per
una settimana. Non l'avrebbe guardata uscire, non avrebbe osservato le sue
finestre sul cortile anche se la sua faccia, osservata da vicino nei due minuti
di discesa dell’ascensore le era piaciuta, le era sembrata affidabile
rafforzando il desiderio di un’amicizia. Della palese volgarità delle parole
avrebbero parlato al momento opportuno.
Perdere
un'abitudine istaurata da tempo risultò faticoso per Adele. Si impose di
rimanere a letto fin dopo le sette e un quarto per non essere tentata di spiare
Rosa. Ma senza l’obbligo della sveglia, il piacere della colazione al tavolo,
l'osservazione dell'uscita di Rosa bevendo il caffé caldo, il tempo assumeva
caratteristiche distorte, si sfasava. Provava difficoltà nel mettersi a
ricamare alle nove precise, a scenedere per fare la spesa alle undici e
quaranta. Fu faticoso non spiare Rosa per un’intera settimana.
La
mattina dell’ottavo giorno, finita la punizione, Adele si sentì felice quando
la sveglia suonò alle sei e mezzo. Di ottimo umore, quasi avesse ristabilito
con Rosa una consuetudine affettuosa dopo un litigio, riprese le abitudini
interrotte. Mangiò la fetta di pane e marmellata con gusto, bevve con piacere
il latte. La tazzina di caffé caldo le parve particolarmente profumata mentre,
alle sette e un quarto, attendeva dietro la tenda che Rosa uscisse dal portone.
Ma Rosa non comparve. Adele attese fino alle nove ma Rosa non si fece vedere.
Andò a guardare le finestre sul cortile. Vide che le serrande erano
completamente abbassate e sui fili non c'era biancheria stesa. La vista delle
finestre chiuse la sorprese perché Rosa non le chiudeva mai del tutto. In quei
mesi non le aveva mai chiuse neppure di notte, ma sempre aveva lasciato un
grande spiraglio tra il davanzale e la serranda per areare la cucina e il
bagno.
Quello
stesso pomeriggio, rompendo le proprie abitudini, Adele si era seduta vicino
alla finestra nella speranza di veder rientrare Rosa. Forse quella mattina era
uscita più presto, o non era rientrata a dormire. Aveva atteso fino a oltre
mezzanotte, quando più nessuno passava sul marciapiede della via Tuscolana,
tranne qualcuno che portava fuori il cane per l’ultima pipì. Ma Rosa non era
comparsa. Le finestre sul cortile erano restate chiuse.
Per
alcune mattine Adele continuò ad alzarsi presto in attesa di Rosa, ma
inutilmente. Aveva provato a telefonare ma nessuno rispondeva, neppure la
segreteria telefonica. Un’ansia crescente le aveva impedito di ricamare. tanto
che dal negozio avevano sollecitato una consegna.
Dopo
quattro giorni, incapace di sopportare l'incertezza, Adele decise di suonare
alla porta di Rosa alle sette del mattino. Forse era malata, ma se fosse stata
in casa le avrebbe certamente aperto. Prima che l'uomo delle pulizie aprisse il
portone scese, prese l'ascensore della scala B e salì al quinto piano. Suonò
alla porta di Rosa ma nessuno venne ad aprire. Le si gonfiò nella gola un nodo
di pianto, sopraffatta dall'impotenza, dal non sapere che cosa fosse avvenuto.
Suonò
alla porta accanto. Sentì passi lenti e poi più niente. Forse l'inquilino la
stava osservando dallo spioncino. Una signora anziana, in vestaglia, aprì poi
uno spiraglio senza togliere la catena. Adele le chiese se sapesse qualcosa di
Rosa Ciciliano. Lei era un'amica e non la sentiva da giorni, neppure per
telefono. Si era preoccupata. La donna l'aveva fissata con diffidenza ma le
aveva detto che Rosa aveva traslocato. Aveva trovato una casa nel quartiere
Salario, più vicina al lavoro. Non le aveva lasciato il nuovo indirizzo perché
si conoscevano poco.
Rientrata
in casa Adele si accorse che non riusciva a far niente. Si sdraiò sul letto con
un senso di stanchezza che le spezzava le gambe. Le sembrava che da quel
momento non le sarebbe più stato possibile trascorrere le giornate da sola a
ricamare, uscire per la spesa o per andare a consegnare il lavoro a piazza di
Spagna. Le sembrò che tutto fosse inutile. Per vari giorni si trascinò per
casa, senza vestirsi, senza lavarsi. Sbocconcellava qualche biscotto, quel po’
di cibo che ancora aveva in casa. Non rispondeva al telefono. Si vergognava di
comportarsi così, certamente sua madre l’avrebbe riproverata se l’avesse vista,
avrebbe detto che non era dignitosa, che doveva vergognarsi. Ma ad Adele non
interessava quello che sua madre avrebbe pensato di lei, se fosse stata ancora
viva. Niente le importava più. Pensò che la vita che aveva vissuto da quando
Antonio l’aveva lasciata era stata inutile, non le importava di continuarla. Ma
non sapeva che cosa avrebbe dovuto fare per finirla. Tutto le appariva
difficile, richiedeva troppa energia. La sfiorò il pensiero di gettarsi dalla
finestra ma quel gesto richiedeva un grande sforzo. Più semplice sarebbe stato
sdraiarsi sul letto e smettere di mangiare.
Quando,
dopo nove giorni, i pompieri sfondarono la porta, chiamati dalla cugina con cui
Adele andava talvolta al cinema, la trovarono ancora viva. Mentre l’ambulanza
la trasportava all’Ospedale di S.Giovanni Adele non pensava a niente.