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di Federica Maccotta
Teatro e giornalismo si
intrecciano nel campo dell’inchiesta, un genere che vive su quotidiani e
riviste, pur con alterne fortune, e che da una decina d’anni ha sconfinato sui
palcoscenici italiani. Prendendo in prestito, dalla professione del reporter,
il metodo d’indagine: un metodo basato sul lavoro sulle fonti, sulla citazione
di documenti e testimonianze, sulle ricerche sul posto. In una parola, su un
patto di onestà che viene stipulato tra giornalista e lettore: quel che stai
leggendo merita fiducia perché è stato fatto tutto il possibile per restituire
una versione corretta dei fatti, vicina alla realtà, senza pregiudizi e
schieramenti.
Con questi
“ferri del mestiere” lavorano anche alcuni autori e attori teatrali, quelli che
hanno scelto di portare in scena la ricostruzione di vicende dimenticate o poco
conosciute, in bilico tra teatro civile, di narrazione e politico. “Teatro
d’inchiesta” è infatti un’etichetta instabile, che comprende spettacoli ed
esperimenti molto diversi tra loro. Uniti, tuttavia, dal patto di onestà: uniti
da una ricerca seria e documentata che si riflette nella drammaturgia.
L’esempio più noto è Il racconto del Vajont (1993) di Marco Paolini,
vero apripista del genere in Italia. Il primo a raggiungere un pubblico che le
rappresentazioni teatrali tradizionali non possono neanche sognare: tre milioni
e mezzo di spettatori in una sera. Il lavoro dell’attore-autore veneto è stato
infatti trasmesso in diretta da Raidue, il 9 ottobre 1997, proprio dalla diga
del Vajont. Qui, il 9 ottobre del 1963, quasi duemila vite vennero spezzate a
causa di una frana che dal monte Toc cadde nell’invaso della Sade alzando
un’onda che scavalcò la diga stessa, cancellando il paese a valle, Longarone.
Una tragedia
che all’inizio venne considerata una “ribellione della natura” ma che presto si
è rivelata costruita dall’uomo e dalla sua irresponsabilità: questo racconta
Paolini, basandosi su Sulla pelle viva, libro-inchiesta della
giornalista Tina Merlin che seguì per il quotidiano l’Unità l’intera
vicenda del Vajont, sugli atti del processo alla Sade (Società adriatica di
elettricità) e sulle testimonianza che lo stesso Paolini ha raccolto nel corso
degli anni. Testimonianze che gli hanno permesso di correggere, sistemare e
ridefinire il testo drammaturgico di volta in volta: cambiandolo, se
necessario, da una replica all’altra, da una sera all’altra. «Ho avuto – spiega
Paolini in Quaderno del Vajont – la preoccupante sensazione che
qualsiasi cosa avessi detto sarebbe diventata la verità sul Vajont. Allora
abbiamo massacrato il testo alla ricerca di contraddizioni e punti oscuri. Ho
condiviso questo lavoro con colleghi e spettatori, con testimoni e protagonisti
di questa storia, ho incontrato anche alcune persone che nomino nel racconto.
Ogni cambiamento comportava un peggioramento momentaneo della qualità teatrale
del racconto, perché i passi nuovi non erano fluidi e sicuri come gli altri. Ma
è su questo, sulla consapevolezza di non mentire, che ho costruito l’orazione.
Alla fine del racconto dico sempre: “Avete il diritto e anche il dovere di
dubitare di tutto quello che avete ascoltato”».
Il lavoro di
Paolini dunque, come quello del reporter, non ha l’ambizione di dire l’ultima
parola o di aver raggiunto una verità assoluta. Piuttosto, lasciando parlare i
fatti e quindi la realtà, il teatrante e il giornalista mirano a restituire
allo spettatore e al lettore un quadro più completo, nel quale, come in un
puzzle, vengono accostati eventi e nomi, ricostruendo quel contesto che spesso
manca nell’informazione come nella coscienza civile.
Nanni Balestrini, tavola verbovisiva, 2006
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Un’operazione
analoga a quella di Vajont è stata fatta da Paolini per altre due pagine nere
della storia italiana recente: la vicenda di Ustica e quella del Petrolchimico
di Porto Marghera. Al Dc9 Itavia scomparso nelle acque tra Ponza e Ustica
vengono dedicati I-tigi. Canto per Ustica (che debutta, con
l’accompagnamento musicale di Giovanna Marini e del suo quartetto, nel giugno 2000 in piazza Santo
Stefano a Bologna e viene trasmesso da Raidue il 6 luglio 2000) e I-tigi.
Racconto per Ustica (2001, senza il Quartetto vocale). La storia complicata
e misteriosa, storia di tecnicismi e superficialità, dell’aereo precipitato il
27 giugno 1980 viene ricostruita con precisione attraverso l’istruttoria del
giudice Rosario Priore e il materiale originale (tracciati radar,
registrazioni, carte) raccolto da Daniele Del Giudice, che ha scritto il testo
con Paolini. Anche Parlamento chimico. Storie di plastica (2002) si basa
principalmente sugli atti di un processo: quello condotto dal giudice Felice
Casson, aperto grazie alla denuncia documentata sporta da un operaio del
Petrolchimico in pensione. Gabriele Bartolozzo ha ricollegato infatti, grazie
all’aiuto di esperti, la morte per tumore di centocinquanta operai alla
tossicità di materiali chimici usati nello stabilimento: soprattutto cvm
e pcv (cloruro di vinile e cloruro di polivinile).
I-tigi
e Parlamento chimico, come Vajont, si scontrano con una difficoltà
che si presenta anche al giornalista: utilizzare termini tecnici, riferiti a
procedure specialistiche sconosciute ai più, rendendoli comprensibili. Prove
d’invaso e carotaggi, aerovie e transponder, finanza e cloruri: per non
rinunciare a usare le parole corrette, calzanti, il teatrante e il reporter
sono costretti a spiegarle, ripeterle e rispiegarle, utilizzando paragoni con
concetti d’uso comune, affinché le nozioni non scivolino addosso a chi legge o
ascolta ma abbiano modo di sedimentarsi. Evitando così di rendere vana la
ricostruzione dei fatti.
Non solo Paolini si trova di fronte a questo
problema: i temi scelti dal teatro d’inchiesta sono per lo più temi difficili,
storie ingarbugliate e caricate dal peso di perizie e tecnicismi. Storie che l’autore-attore
non può sempre affrontare da solo: per questo – e per rendere ancora più solido
il patto di onestà – spesso sceglie di rivolgersi a esperti che possano
aiutarlo a chiarire, per primo a se stesso, i passaggi più difficili e
specialistici. Roberta Biagiarelli, per esempio, racconta dei “comitati
scientifici” che l’hanno guidata nella creazione dei suoi spettacoli per A
come Srebrenica (1998) e per Reportage Chernobyl (2004). Biagiarelli
infatti si è basata su libri, testimonianze e pareri di esperti: i comitati
scientifici appunto, formati da giornalisti e scienziati (in particolare,
questi ultimi, per lo spettacolo sul disastro nucleare del 1986 in cui viene data voce
anche alle parole dei superstiti raccolte nel libro di Svetlana Aleksievic Preghiera per Černobil’) che hanno
fornito dati e ricostruzioni degli eventi. Per il lavoro su Srebrenica, città
posta nel 1993 sotto la protezione dei caschi blu dell’Onu durante la guerra
nella ex Jugoslavia e attaccata nel luglio del 1995 dalle forze serbo-bosniache
che ne massacrarono gli abitanti, l’attrice è stata invece molte volte in
quella zona, raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti e dei profughi. Da
questa esperienza è nato, nel decennale della strage, anche un video-reportage
a metà strada tra documentario e teatro, creato dalla stessa Biagiarelli e dal
giornalista Luca Rosini: Souvenir Srebrenica (2006), finalista al premio
David di Donatello del 2007.
In questo caso, dunque, dietro allo spettacolo esiste un
vero e proprio impegno di indagine e reportage sul posto da parte dell’autrice,
che non si è limitata a lavorare sulle inchieste redatte da altri.
Anche Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi
(2006) nasce da un viaggio compiuto dagli autori (Giorgio Barberio Corsetti,
Guido Barbieri e Oscar Pizzo) nei luoghi del suo tema. Questo
“requiem civile” è un intreccio di musica, testimonianze e immagini dedicato
alla tragedia del naufragio fantasma del Natale 1996, quando la F174, un barcone carico di
migranti, affondò al largo della costa siciliana portando con sé 283 vite. Una
tragedia – la più grande del Mediterraneo dopo la fine della seconda guerra
mondiale – passata per anni sotto silenzio, della cui esistenza si è
addirittura a lungo dubitato e portata alla luce nel 2001 da un’inchiesta del
giornalista de la
Repubblica Giovanni Maria Bellu. Portopalo
racconta solo in minima parte quanto successo dieci anni prima, concentrandosi
sul dopo: gli autori sono stati in Sicilia, per comprendere le reazioni degli
abitanti di Portopalo di Capo Passero (i pescatori trovavano nelle proprie reti
i cadaveri ma non denunciavano l’accaduto per timore di fermare l’economia
della pesca), e in Pakistan, il paese da cui veniva gran parte dei migranti.
Qui hanno parlato con le famiglie, hanno tentato di documentare il peso del
dolore, dell’assenza, del vuoto. Durante lo spettacolo infatti (nato dunque da
un reportage nato a sua volta da un’inchiesta giornalistica) vengono proiettate
le immagini del viaggio, accompagnate dalla musica dal vivo e dalle testimonianze
di alcuni dei protagonisti: in scena ci sono Bellu, il pescatore siciliano
Salvatore Lupo, il rappresentate dei lavoratori pakistani in Italia Shabir
Mohammad e due sopravvissuti al naufragio, Shahab Ahmad e Mohammad Afzal.
Quest’ultimo ha avuto la possibilità di venire in Italia e testimoniare al
processo proprio grazie agli autori di Portopalo, che lo hanno
“scoperto” in Pakistan.
Il naufragio del 1996 ha ispirato anche
un’altra pièce: La nave fantasma (2004) di Bellu, Renato Sarti e Bebo
Storti (Teatro della Cooperativa). A differenza del lavoro di Barberio
Corsetti, Barberi e Pizzo, questo spettacolo si concentra sul viaggio della
Yiohan (la “nave madre”) e sulla notte dell’affondamento della F174, mettendone
in luce gli aspetti più paradossali e grotteschi. Si tratta infatti di un
“cabaret tragico” che ripercorre con fedeltà le tappe dell’inchiesta di Bellu
sottolineando l’assurdità, quasi caricaturale, di alcune situazioni: il
silenzio delle autorità, il comportamento “omertoso” di chi sapeva e non ha
parlato, l’attenzione scarsissima dei media riguardo a questa tragedia. La
spirale del silenzio, insomma, in cui è scivolata la morte di 283 persone a
poche miglia dalle coste italiane. Spirale rotta da Sarti e Storti che portano
in scena, tra sketch comici e denuncia, lo stesso pubblico, obbligandolo ad
ascoltare e a reagire. Il riso infatti è una forma di condivisione e
compartecipazione, amplificata in questo caso dalla continua interazione tra
platea e palco: tutti gli spettatori vengono per esempio coinvolti nella scena
finale, quella delle tempesta, durante la quale i due attori leggono le
deposizioni dei sopravvissuti.
Un’altra tragedia del mare, quella del traghetto
della Navarma (oggi Moby Lines) che la notte del 10 aprile 1990 bruciò al largo
del porto di Livorno causando la morte di 140 persone (ci fu un solo
sopravvissuto), è riletta in teatro da Francesco Gerardi e Marta
Pettinari in M/T Moby Prince (2006). Gli autori e interpreti
restituiscono allo spettatore la ricostruzione – o meglio, le ricostruzioni –
di quanto accadde quella notte: attraverso le testimonianze e le perizie
raccolte nel processo, utilizzando materiale video e audio (le registrazioni
delle comunicazioni radio), danno voce alle diverse “verità” emerse.
Interpretazioni di come siano andate le cose, di come e perché ci sia stata una
collisione tra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo: interpretazioni,
appunto, che a quasi venti anni di distanza non hanno portato a una soluzione
certa di questo “mistero d’Italia”, che nella memoria collettiva resta da
imputare alla nebbia o alla distrazione dell’equipaggio (che stava guardando
una partita di calcio, si disse).
Le nebbia che forse avvolse il Moby Prince e che
certamente avvolge tante storie semi-dimenticate è la stessa che nell’ottobre
2001 portò alla collisione, sulla pista dell’aeroporto di Linate, tra l’aereo
MD87 della Scandinavian Airlines System e un Cessna Citation, causando 118
vittime. Ma non fu solo la foschia della pianura padana il motivo dello
scontro: ci furono altre responsabilità, emerse durante le indagini e
raccontate da Giulio Cavalli in Linate 8 ottobre 2001 (2006),
scritto con Fabrizio Tummolillo. Per
farlo, l’attore milanese ha scelto di usare documenti giudiziari e perizie, ma
anche l’ironia grottesca del grammelot della Commedia dell’arte, forma
espressiva tipica dei giullari del Cinquecento e che, ai giorni nostri, è
indissolubilmente legata al premio Nobel Dario Fo. La mimica esagerata, la
recitazione viscerale e il linguaggio nonsense si piegano dunque a fare la
cronaca di una vicenda caratterizzata da elementi di banale incredibilità: la
segnaletica aeroportuale fuori norma, sulle piste i segnali anti-intrusione
disattivati da anni, il radar di terra che è stato acquistato ma non ancora
installato, i segnali di stop con luci rosse e verdi accese insieme.
I lavori su Linate e sul Moby Prince, così come il
canto per Ustica di Paolini, sono nati su sollecitazione delle associazioni dei
familiari delle vittime: tuttavia, spiega lo stesso Paolini, non si tratta di
“casi”, di dolori individuali, bensì di storie che devono diventare parte del
bagaglio civile dei cittadini, per insegnare loro a indignarsi ma soprattutto a
farsi domande e a pretendere risposte. «I Tigi siamo noi ogni volta che
voliamo», spiega l’attore veneto, che ha scelto di trasformare la sigla
dell’aeroplano nel nome di un popolo, così simile a quelli dei primi abitanti
della penisola italica.
Luigi Filadoro, "Senza titolo", 2007, acrilico su tela cm. 150 x 120
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La Storia e le storie
d’Italia, le vicende cariche di dolore e mistero che hanno segnato il Novecento,
sono al centro delle letture (reading) del giornalista Daniele
Biacchessi, che ha scelto di dare una forma di monologo teatrale alle sue
inchieste, spesso accompagnato dal sax di Michele Fusiello: i testi e i video
delle sue performance si possono consultare su internet, sul sito Retedigreen.com.
I temi spaziano dalla ricostruzione della fuga di gas tossico dalla fabbrica
chimica Icmesa di Meda, al confine con Seveso il 10 luglio 1976 in La fabbrica dei profumi (1996), alla
morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi di diciotto anni legati
al centro sociale milanese Leoncavallo uccisi il 18 marzo 1978 nel quartiere
Casoretto di Milano in Fausto e Iaio (1998). Dalle stragi, piccole e
grandi, che hanno insanguinato l’Italia in La storia e la memoria
(2004), agli omicidi di mafia in Storie
d’Italia (2006) e in Quel giorno a
Cinisi (2006) sulla morte di Peppino Impastato il 9 maggio 1978. Infine, il
lavoro più recente di Biacchessi è Luigi Tenco (2007), dedicato al
cantautore morto, per un colpo di arma da fuoco, il 27 gennaio 1967 in un albergo di
Sanremo mentre nella città ligure si svolgeva il Festival, a cui Tenco
partecipava.
Il teatro
d’inchiesta spesso indaga, come si è visto, vicende del passato più o meno
recente. Ma in un caso – Genova 01 (2001) di Fausto Paravidino –
si è occupato di cronaca quasi contemporaneamente al suo svolgimento. Il lavoro
di Paravidino sul G8 del 2001
ha infatti visto la luce, seppure in forma di work in
progress, a breve distanza dagli eventi: ne è nata una istant play,
commissionata al giovane autore genovese dal Royal Court Theatre di Londra per rendere noti i fatti di Genova al
pubblico inglese. Genova 01 da allora ha subito trasformazioni e
trascrizioni: alla luce di inchieste, di prove e di documenti, Paravidino ha
aggiunto al testo nuovi elementi, nel tentativo di restituire una ricostruzione
il più possibile onesta e fedele ai fatti. «All’inizio – racconta per esempio
Paravidino – dicevamo che il risultato delle violenze di Bolzaneto erano tre
persone in prognosi riservata; purtroppo abbiamo dovuto cambiare in “tre
persone in coma”». Il testo “istantaneo” ha così raggiunto la forma con cui
viene messo in scena ancora oggi, a sei anni di distanza: un collage di
informazioni che viene presentato, più che rappresentato, da un coro di
giovani. Che evidentemente assumono il punto di vista dei
manifestanti, ma che non prendono le parti di nessuno: il racconto vuole essere
lineare e pulito proprio perché siano i fatti accertati a parlare da soli.
Questa è
infatti la chiave del teatro d’inchiesta: non interpretare ma presentare, sulla
base di una seria documentazione. Un patto d’onestà che si sta ritagliando
sempre maggior spazio sui palcoscenici di un Paese in cui memoria, informazione
e coscienza civile hanno spesso contorni sbiaditi.
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI:
Svetlana Aleksievic Preghiera per Černobil’, Edizioni
e/o, 2002, Roma.
Giovanni Maria
Bellu, I fantasmi di Portopalo, Mondadori, 2004 (2a edizione 2006),
Milano .
Tina Merlin, Sulla
pelle viva, Cierre edizioni, 1997, Verona.
Marco Paolini, Vajont
9 ottobre ’63. Orazione civile, di Marco Paolini e Gabriele Vacis, Einaudi
Stile libero/Video, 1999, Milano (video + libro).
Marco Paolini – Daniele Del Giudice, I-tigi. Canto
per Ustica, Einaudi Stile libero/Video, 2001, Milano (video + libro).
Marco Paolini – Oliviero Ponte di Pino, Quaderno
del Vajont, Einaudi, 1999, Torino.
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