LE VIE DEL RACCONTO
ALBERTO SCARPONI
 

 

 

wysiwyg

 

«Li Po morì annegato perché, ubriaco, cercava di afferrare la luna riflessa nell’acqua», aveva af­fermato Guido.

 

«Li Po, eb­bro d’un amore impos­sibile per la ragazza Luna, piangeva di­sperato», raccontò Lapo.

 

E proseguì: «Allora il Vecchio Sag­gio ne ebbe pietà e gli spiegò che avrebbe po­tuto con­quistare l’amore della ragazza soltanto promet­tendo di non toccarla mai, perché questo era il destino fatato della Luna: non venir mai toccata da un uomo. Li Po fece quella pro­messa ed ebbe la ragazza. Ma soffriva terribilmente e scri­veva versi sublimi di desiderio e dolore. Tanto che la Luna ne fu toccata profonda­mente nel­l’a­ni­mo e, non volendo più sotto­stare al suo de­stino fatato, propose a Li Po uno stra­ta­gem­ma: la not­te si sarebbe sostituita alla propria imma­gine nello spec­chio dell’acqua e lui avrebbe po­tuto raggiungerla dentro il lago e afferrarla e stringerla a suo pia­ci­men­to. Tutti avrebbero sem­plicemente cre­du­to che lui fosse impaz­zito. Quella notte in effetti Li Po si tuffò nel lago e rag­giun­se un tale stato di felicità che non tornò più fuori. Anche la Luna fu felice e non tor­nò più sulla terra. Dove in effetti da al­lo­ra nes­suno l’ha più vi­sta. È ri­masta sol­tan­to la sua im­magine appesa in cielo e la di­ceria della ubria­chezza di Li Po».

 

Que­sto fu il rac­conto di Lapo.

 

Il loro terzo com­pagno disse che in realtà il fatto era quello.

 

Un angelo venne e annunciò la legge: wysiwyg.

 

 

 


Politico

 

Nicola nel passato non aveva mai fatto politica. Ma adesso lo rite­neva essenziale. Ne era tutto preso. Così, quando vide di nuovo Mi­rella, inca­stonò questo incontro nella cornice dei suoi in­teressi at­tuali.

 

Si domandò a cosa potesse con­durre la do­man­da che la donna da lui un tempo amata gli rivolgeva.

 

«Come stai?», aveva chie­sto lei.

 

Prima di rispondere, cercò di ricordare quale fosse l’ultimo momento del loro amore, che cosa lei potesse averne trattenuto come ricordo da usare ora con lui.

 

Ricordò una serata d’estate e il proprio dolore lancinante per la partenza.

 

Non riusciva ad essere certo del nesso con la do­manda odierna. Quindi rispose neutro:

 

«Bene, bene».

 

Poi andò via.

 

 

 

 


Ricordo

 

Lilla quel mattino aveva la testa altrove.

Sba­gliava di con­­ti­nuo nel­lo sfaccendare ac­can­to alla colf.

Le era an­dato sbadatamente lo sguardo verso la fine­stra di fronte, dove oziava un gio­va­not­­to.

 

Chis­sà per­ché le venne in mente l’incontro con Lu­cio, quel­­lo da cui era nato il loro matrimonio.

 

[Lei si tro­vava là di malavo­glia. Non le piace­vano quelle feste in casa per fa­vo­­rire gli in­contri. Non desiderava affatto in­contri. Co­sì, quan­­­do lui ap­par­ve sulla porta, sereno ed e­legante, non lo vi­­de nemmeno. Lui in­vece l’adocchiò subito e, anzi, si mise a e­­sa­minarla con leg­gera sfronta­tezza. Ma lei non ci ba­dava, tutta pre­­­sa dal cor­ruc­cio di essere lì con­­trovoglia non badava affatto a quell’esame così attento di cui era vittima involontaria. Pensava ad altro: l’infastidiva an­­che so­lo po­ter es­sere sfio­ra­ta dal sospetto che lei, lì, cer­cas­se qual­cosa. Poi lui l’ab­bordò. Per la preci­sione, si ac­co­stò lungo geo­me­tri­ci cer­chi concentrici, con lentezza, facendo tappa ogni vol­­ta presso una «don­na del­lo schermo». Quan­do fu, alla fi­­ne, da lei, dové pe­rò bat­tere im­mediatamente in riti­rata: Lil­la si vide lì da­vanti, all’im­prov­viso, quello sco­nosciuto trop­po sicuro di sé e non le piacque. Un po’ per la irritante si­cumera di lui, un po’ per il timore che si potesse supporre chis­sà co­sa di lei, re­spinse con garbo ri­so­luto la richiesta e non s’interessò minimamente a quel che egli poi fa­cesse. Lu­­cio in effetti ci rimase male e si ritirò in buon ordine pres­so le sue ri­serve: le due cu­gine, note per la loro «fa­ci­li­tà». Ma ci si mise di mezzo il caso. Dopo un quarto d’o­ra Lil­­la ebbe bisogno del bagno e si mosse per an­dare. A quel pun­­to non pensava già più a quel gio­vanotto che l’a­veva im­por­­tu­nata poco prima. Fra l’altro non lo no­tava nel­la sa­la e quindi riteneva che non avrebbe più avuto oc­ca­sione di far­se­lo ri­tornare alla mente. Tanto meglio, si di­ce­va. In­­vece, toh, uscendo nel cor­ridoio, non gli va a sbat­te­re con­­tro! Una far­falla in trappola! Fu come si sen­tisse in col­pa per quella sba­da­tag­gine di finirgli tra le brac­cia sen­­za ac­corgersene. Si vergognò del­la situazione e, prima an­­co­ra di rendersene conto, data la sua abitudine ai modi gen­­tili, gli chiese scusa. Lui ne ap­pro­fit­tò im­me­dia­ta­­mente e, sul­l’ar­gomento prete­stuoso – mol­to ben tro­vato però, non poté non ri­conoscere lei – sull’argomento delle cose belle che tal­vol­ta sa­cri­fi­cano la co­modità, avviò pronto una conversa­zione sul­­­l’ar­mo­nia di quel­la casa ottimamente ar­redata. Conversa­zione cui lei, per ragioni di ci­viltà, non po­té sottrarsi in nes­sun mo­do, quan­tun­que avesse ogni voglia – oltre che bisogno – di an­darsene per i fatti suoi. E fu que­st’ultimo che alla fi­ne la vin­se: Lilla si sentì costretta a con­fessare, con spi­rito di mo­der­­nità, il luogo dov’era diretta, ma questo la ob­bligò a un certo indiretto tono amichevole e, anche, a pro­mettere, per civiltà, di tornare subito do­po a quel dialogo. Fu l’inizio di una ca­tena di eventi.]

 

Lilla non ca­piva quell’improvviso ri­cor­do.

Si chiese guar­dando fuori, verso la finestra di fronte: «Chis­­sà per­ché questo ricordo?».

 

 

 


Una teoria smarrita

 

Già da bambino, nell’età dei «perché», aveva notato quella partico­larità: gli adulti non solo erano tutti sempre molto attenti al ve­stito, ai capelli, insomma a che ogni cosa del corpo e dell’abbigliamento si presentasse come doveva affin­ché ciascuno fa­cesse la figura che intendeva fare; non solo, ma a questo fine controllavano persino il volto, gli occhi, le mani.

 

E vi riu­scivano più o meno bene a seconda delle persone e dello stato d’animo.

 

Però, c’era qualcosa che risultava in­controllabile per chiunque, qual­cosa la cui espressi­vità  nessuno sembrava avesse il potere di pla­smare ai propri fini: il dere­tano.

 

Forse perché, nella dif­fusa ed er­rata credenza che fosse incapace d’e­spres­sio­ne ori­ginaria (salvo a riceverne in taluni casi una, per così dire, posticcia e monocorde dall’occhio erotizzato dell’osservatore), non ci si cu­rava di lui. For­se perché, data la collocazione posteriore che ne rendeva difficoltoso l’esame visivo (la vista in tali faccende aveva la priorità tec­nica ma probabilmente anche una sorta di ege­monia sen­soria, trat­tandosi in definitiva di apparenza), ci si dimenticava di lui.

 

Fatto sta che, ap­punto per effetto di questo stato di auto­nomia, l’indubbia espressività del deretano, a saperla leggere, dava infor­mazioni sul suo proprietario più di qualsiasi altra occa­sione di giu­dizio.

 

Fu in tal modo che il maestro di Ales­sandro ac­quisì quella nota sicurezza di tratto nei rap­porti inter­per­sonali il cui fondamento teorico (la te­o­ria del de­retano, per l’appunto) egli cercò poi di tra­smettere all’allievo, sebbene va­na­mente.

 

Pure, stando a quella teo­ria, non doveva essere diffi­cile discernere il mal­loppo greve e lar­doso dell’imbelle, per esempio, op­pure l’aguzzo pallon­cino della va­nagloriosa o il costipato pacchetto del­l’ipocondriaco o ma­gari l’arcuato e compatto mu­scolo della persona aggressiva, tutti molto diversi fra loro e di­versi na­tu­ralmente, poniamo, dal pondo rinser­rato e gras­so dell’avaro ansioso, a sua volta non confondibile con quello secco e informe del­l’avaro calco­latore e neppure con il profilo prevedibile e insipido dello stupido.

 

Ales­san­dro non seppe far tesoro del­l’in­se­gna­men­to prezioso, anzi l’accanto­nò come dot­trina sciocca. E ne proibì nel suo impero lo studio e la diffusione, per tutelare la dignità del maestro.

 

Così, sciocca­mente, si è smar­rito nel nulla un possi­bile strumento di più sot­tile comprensione del compor­ta­men­to umano.

 

 

 

 


La parola proibita

 

Ora sappiamo non soltanto che quella parola da qualcuno venne scritta, ma, fatto ancora più ter­ribile, che almeno una volta da qual­cuno venne anche letta.

 

Nessuno ha mai avuto notizia cer­ta del supporto e del luogo dove il misterioso O., di cui cono­sciamo solo l’i­ni­zia­le del nome, avesse fis­sato i caratteri tremendi della parola che, per il bene degli uomini, a causa del suo potere di­strut­ti­vo, gli dèi proi­birono.

 

A lungo si è cercato fra i documenti della tradi­zione, ma sen­za alcun risultato. Un tempo vi fu chi sperò di incappare per caso nella scritta ri­percorrendo, a intuito, il cammino di O. Al­tri ha tentato di sca­vare pietre e muri in luoghi ogni vol­ta diversi, la­sciandosi guidare dai cal­coli più razionali.

 

La teo­ria finora corrente, comunque, diceva che il documento, un fo­glio di pergamena, sarebbe stato conservato nel più re­moto ma­gaz­zino della biblioteca d’Alessandria e sa­rebbe bruciato con es­sa quando gli dèi stabili­rono di distrug­gere in tal modo que­sto pericoloso sapere degli uomini.

 

Adesso però gli studiosi pos­sono rac­con­ta­re la fine di quell’uomo tracotante e il modo della sua morte ci permette di formu­lare, in mate­ria, una ipotesi assai vero­si­mi­le.

 

In re­al­tà, è molto pro­babile che O. avesse...

 

Di re­cente è stato in­terpretato un mano­scritto su­mero contenente la storia di una donna la quale, per or­dine di­vino, uccise un uomo. Di questi, chia­mato Ur o anche U (un no­me che gli studiosi non hanno avuto diffi­coltà a identificare con il noto O.), nessuno poteva affer­mare di aver mai ve­duto il cor­po privo di tunica. Gli dèi sospetta­vano che egli potesse ce­la­re quel se­greto divino, quella parola, e in­caricarono la bellissima Ele, vergine con­sacrata alla dea Mun, di gettare il suo puro sguardo sul quel corpo. Ele riuscì nel suo in­tento, ma al prezzo della propria verginità. Per obbedire al comando degli dèi, con le sue arti femminili sedusse il sospettoso Ur ed ebbe la ven­tura di vederlo nudo, come era suo compito sacro, ma so­lo dopo essersi data a lui. Nel momento del riposo lo guardò. Poi – non è chiaro se per ven­di­ca­re l’insulto su­bìto dalla propria verginità o perché terro­rizzata da quanto aveva da­van­ti allo sguardo – dilaniò l’uomo che dormiva fe­lice.

 

L’ipotesi suc­citata è che la parola proi­bita fosse tatuata sulle membra di Ur, probabil­mente sul petto. In tal caso Ele sbranando quel cor­po distrusse ciò che vi stava scritto so­pra. Aveva tuttavia conosciuto  la parola che gli dèi volevano rispar­miare agli uo­mini. La sup­posizione è che essa sia rimasta per via orale patrimonio del mon­do femminile. 

 

 

 


Morte di Socrate

 

«Ciò che dico, non lo dico perché lo so, ma lo cerco insieme a voi», disse Socrate.

 

«Ecco la tazza con la cicuta», rispose il messo degli Un­dici, «bevi.»

 

Socrate bevve.

 

Taceva.

 

Pensava: «In ciascuno di noi, anche in quelli che sembrano più padroni di sé, vive un mondo di crudeli de­sideri e di passioni brutali e sfrenate».

 

Intanto moriva.

 

 

 


Il cambiamento

 

Nel parco quel pomeriggio non c’era nessuno.

 

Al­meno co­sì sem­­­brava.

 

Troppo caldo.

 

Era felice di quel finto possesso e­sclu­sivo. Volle goderselo con un gesto simbolico e si al­lungò a terra sot­to un pino odoroso.

 

L’ombra era grade­vole. Chiuse gli oc­chi. Fu in quel punto che venne un an­gelo a dirgli:

 

«Sei l’unica per­sona che trovo oggi sulla mia strada. Ero di­retto verso la ca­sa di una giovane si­gnora molto triste per l’andamento del suo matrimonio. Lassù è stato deciso di aiutarla appagando il suo desiderio di cam­biamento. Ma non era in casa, perché in questo mo­mento si trova in un luogo ap­partato, con un uomo, per un’avventura che le allevi il peso di questo matrimonio quasi fallito».

 

Tacque, poi proseguì:

 

«Inoltre, non si è fatto trovare in ufficio, dove sarebbe do­vuto essere, neppure l’impiegato che si lamenta per la noia del suo lavoro. Avrei dovuto soddi­sfare il suo deside­rio di cambia­mento, ma egli ha cercato di attenuare la noia na­scon­den­dosi, con altri come lui, in una stanza remota per gio­ca­re a carte, quindi non ci siamo potuti incontrare. Io ho la stra­da ob­bligata, come sai».

 

Era un po’ triste, ma come lo sono gli angeli, senza eccessi. Si fermò alquanto a pensare e infine soggiunse:

 

«Anche una terza per­sona sta qui nel mio elenco, un uomo potente che aspira a fa­re il bene del vo­stro paese, ma si vede ostacolato da mille piccoli intrighi. A lui è stato concesso di soddisfare il deside­rio di un grande cam­biamento. Purtroppo però anche a lui mi è stato impossibile far visita, perché ha ce­duto alle pressioni di chi lo ha invitato in un luogo segreto per un incontro di potere. Ecco qui l’au­to­riz­zazione a sod­disfare tre de­sideri e sta per andare sprecata! Vuoi appro­fittarne tu?».

 

«Sì», rispose lui pronto, con tre suoi desi­deri già ben confezionati, «vorrei un amore per­fetto, un la­voro in­teressante, un governo buono.»

 

«Okey», disse l’an­gelo, «però che piccolo-borghese!» e se ne andò cion­dolando la testa.

 




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