wysiwyg
«Li Po morì annegato perché, ubriaco, cercava di
afferrare la luna riflessa nell’acqua», aveva affermato Guido.
«Li Po, ebbro d’un amore impossibile per la
ragazza Luna, piangeva disperato», raccontò Lapo.
E proseguì: «Allora il Vecchio Saggio ne ebbe pietà e gli spiegò che avrebbe potuto conquistare
l’amore della ragazza soltanto promettendo di non toccarla mai, perché questo
era il destino fatato della Luna: non venir mai toccata da un uomo. Li Po fece quella promessa ed ebbe la ragazza. Ma soffriva terribilmente e scriveva versi sublimi di
desiderio e dolore. Tanto che la Luna ne fu toccata profondamente nell’animo
e, non volendo più sottostare al suo destino fatato, propose a Li Po uno stratagemma: la notte si sarebbe sostituita
alla propria immagine nello specchio dell’acqua e lui avrebbe potuto
raggiungerla dentro il lago e afferrarla e stringerla a suo piacimento.
Tutti avrebbero semplicemente creduto che lui fosse impazzito. Quella notte in effetti Li Po si tuffò nel lago e raggiunse un tale
stato di felicità che non tornò più fuori. Anche la
Luna fu felice e non tornò più sulla terra. Dove in effetti
da allora nessuno l’ha più vista. È rimasta soltanto la sua immagine
appesa in cielo e la diceria della ubriachezza di Li
Po».
Questo fu il racconto di Lapo.
Il loro terzo compagno disse che in realtà il fatto era quello.
Un angelo venne e annunciò la legge: wysiwyg.
Politico
Nicola nel passato non aveva mai fatto politica. Ma adesso lo riteneva essenziale. Ne era
tutto preso. Così, quando vide di nuovo Mirella, incastonò questo
incontro nella cornice dei suoi interessi attuali.
Si domandò a cosa potesse condurre la domanda
che la donna da lui un tempo amata gli rivolgeva.
«Come stai?», aveva chiesto lei.
Prima di rispondere, cercò di ricordare quale fosse
l’ultimo momento del loro amore, che cosa lei potesse averne trattenuto come
ricordo da usare ora con lui.
Ricordò una serata d’estate e il proprio dolore lancinante per la
partenza.
Non riusciva ad essere certo del nesso con la domanda
odierna. Quindi rispose neutro:
«Bene, bene».
Poi andò via.
Ricordo
Lilla quel mattino aveva la testa altrove.
Sbagliava di continuo nello sfaccendare accanto
alla colf.
Le era andato sbadatamente lo sguardo verso la
finestra di fronte, dove oziava un giovanotto.
Chissà perché le venne in mente l’incontro con
Lucio, quello da cui era nato il loro matrimonio.
[Lei si trovava là di malavoglia.
Non le piacevano quelle feste in casa per favorire
gli incontri. Non desiderava affatto incontri. Così, quando
lui apparve sulla porta, sereno ed elegante, non lo vide nemmeno.
Lui invece l’adocchiò subito e, anzi, si mise a esaminarla
con leggera sfrontatezza. Ma lei non ci badava,
tutta presa dal corruccio di essere lì controvoglia non badava affatto a
quell’esame così attento di cui era vittima involontaria. Pensava ad altro:
l’infastidiva anche solo poter essere sfiorata
dal sospetto che lei, lì, cercasse qualcosa. Poi lui l’abbordò. Per la precisione, si accostò lungo geometrici cerchi
concentrici, con lentezza, facendo tappa ogni volta presso una «donna dello
schermo». Quando fu, alla fine, da lei, dové però battere immediatamente
in ritirata: Lilla si vide lì davanti, all’improvviso,
quello sconosciuto troppo sicuro di sé e non le piacque. Un po’ per la irritante sicumera di lui, un po’ per il timore che si
potesse supporre chissà cosa di lei, respinse con garbo risoluto la
richiesta e non s’interessò minimamente a quel che egli poi facesse. Lucio in effetti ci rimase male e si ritirò in buon ordine presso
le sue riserve: le due cugine, note per la loro «facilità». Ma ci si mise di mezzo il caso. Dopo un quarto d’ora Lilla
ebbe bisogno del bagno e si mosse per andare. A quel punto non pensava già
più a quel giovanotto che l’aveva importunata poco prima. Fra l’altro non
lo notava nella sala e quindi riteneva che non avrebbe più avuto occasione
di farselo ritornare alla mente. Tanto meglio, si diceva. Invece, toh, uscendo nel corridoio, non gli
va a sbattere contro! Una farfalla in trappola! Fu come si
sentisse in colpa per quella sbadataggine di finirgli tra le braccia senza
accorgersene. Si vergognò della situazione e, prima
ancora di rendersene conto, data la sua abitudine ai modi gentili, gli
chiese scusa. Lui ne approfittò immediatamente
e, sull’argomento pretestuoso – molto ben trovato però, non poté non riconoscere
lei – sull’argomento delle cose belle che talvolta sacrificano la comodità,
avviò pronto una conversazione sull’armonia di quella casa ottimamente
arredata. Conversazione cui lei, per ragioni di civiltà,
non poté sottrarsi in nessun modo, quantunque avesse ogni voglia – oltre
che bisogno – di andarsene per i fatti suoi. E fu quest’ultimo che alla fine la vinse: Lilla si sentì costretta a confessare, con
spirito di modernità, il luogo dov’era diretta, ma questo la obbligò a un
certo indiretto tono amichevole e, anche, a promettere, per civiltà, di
tornare subito dopo a quel dialogo. Fu l’inizio di una catena di eventi.]
Lilla non capiva quell’improvviso ricordo.
Si chiese guardando fuori, verso la finestra di fronte: «Chissà perché questo ricordo?».
Una teoria
smarrita
Già da bambino, nell’età dei «perché», aveva notato quella particolarità:
gli adulti non solo erano tutti sempre molto attenti al vestito, ai capelli,
insomma a che ogni cosa del corpo e dell’abbigliamento si presentasse come
doveva affinché ciascuno facesse la figura che
intendeva fare; non solo, ma a questo fine controllavano persino il volto, gli
occhi, le mani.
E vi riuscivano più o meno bene a seconda delle
persone e dello stato d’animo.
Però, c’era qualcosa che risultava incontrollabile
per chiunque, qualcosa la cui espressività
nessuno sembrava avesse il potere di plasmare ai propri fini: il deretano.
Forse perché, nella diffusa ed errata credenza che fosse incapace d’espressione originaria (salvo a riceverne in taluni casi una, per
così dire, posticcia e monocorde dall’occhio erotizzato dell’osservatore), non
ci si curava di lui. Forse perché, data la collocazione
posteriore che ne rendeva difficoltoso l’esame visivo (la vista in tali
faccende aveva la priorità tecnica ma probabilmente anche una sorta di egemonia
sensoria, trattandosi in definitiva di apparenza), ci si dimenticava di lui.
Fatto sta che, appunto per effetto di questo stato di autonomia,
l’indubbia espressività del deretano, a saperla leggere, dava informazioni sul
suo proprietario più di qualsiasi altra occasione di giudizio.
Fu in tal modo che il maestro di Alessandro acquisì
quella nota sicurezza di tratto nei rapporti interpersonali il cui
fondamento teorico (la teoria del deretano, per l’appunto) egli cercò poi di
trasmettere all’allievo, sebbene vanamente.
Pure, stando a quella teoria, non doveva essere difficile discernere il
malloppo greve e lardoso dell’imbelle, per esempio,
oppure l’aguzzo palloncino della vanagloriosa o il costipato pacchetto dell’ipocondriaco
o magari l’arcuato e compatto muscolo della persona aggressiva, tutti molto
diversi fra loro e diversi naturalmente, poniamo, dal pondo rinserrato e
grasso dell’avaro ansioso, a sua volta non confondibile con quello secco e
informe dell’avaro calcolatore e neppure con il profilo prevedibile e
insipido dello stupido.
Alessandro non seppe far tesoro dell’insegnamento
prezioso, anzi l’accantonò come dottrina sciocca. E
ne proibì nel suo impero lo studio e la diffusione, per tutelare la dignità del
maestro.
Così, scioccamente, si è smarrito nel nulla un possibile
strumento di più sottile comprensione del comportamento umano.
La parola
proibita
Ora sappiamo non soltanto che quella parola da qualcuno venne scritta, ma, fatto ancora più terribile, che almeno
una volta da qualcuno venne anche letta.
Nessuno ha mai avuto notizia certa del supporto e del luogo dove il
misterioso O., di cui conosciamo solo l’iniziale del nome, avesse fissato
i caratteri tremendi della parola che, per il bene degli uomini, a causa del
suo potere distruttivo, gli dèi proibirono.
A lungo si è cercato fra i documenti della tradizione, ma senza alcun
risultato. Un tempo vi fu chi sperò di incappare per caso nella scritta ripercorrendo,
a intuito, il cammino di O. Altri ha tentato di scavare
pietre e muri in luoghi ogni volta diversi, lasciandosi guidare dai calcoli
più razionali.
La teoria finora corrente, comunque, diceva che
il documento, un foglio di pergamena, sarebbe stato conservato nel più remoto
magazzino della biblioteca d’Alessandria e sarebbe bruciato con essa quando
gli dèi stabilirono di distruggere in tal modo questo pericoloso sapere
degli uomini.
Adesso però gli studiosi possono raccontare la fine di quell’uomo
tracotante e il modo della sua morte ci permette di formulare, in materia, una ipotesi assai verosimile.
In realtà, è molto probabile che O. avesse...
Di recente è stato interpretato un manoscritto
sumero contenente la storia di una donna la quale, per ordine divino, uccise
un uomo. Di questi, chiamato Ur o anche U (un nome che gli studiosi non hanno
avuto difficoltà a identificare con il noto O.), nessuno poteva affermare di
aver mai veduto il corpo privo di tunica. Gli dèi sospettavano che egli potesse
celare quel segreto divino, quella parola, e incaricarono
la bellissima Ele, vergine consacrata alla dea Mun, di gettare il suo puro
sguardo sul quel corpo. Ele riuscì nel suo intento,
ma al prezzo della propria verginità. Per obbedire al comando degli dèi, con le sue arti femminili sedusse il sospettoso
Ur ed ebbe la ventura di vederlo nudo, come era suo compito sacro, ma solo
dopo essersi data a lui. Nel momento del riposo lo guardò. Poi – non è chiaro
se per vendicare l’insulto subìto dalla propria verginità o perché terrorizzata
da quanto aveva davanti allo sguardo – dilaniò
l’uomo che dormiva felice.
L’ipotesi succitata è che la parola proibita fosse
tatuata sulle membra di Ur, probabilmente sul petto. In tal caso Ele sbranando
quel corpo distrusse ciò che vi stava scritto sopra.
Aveva tuttavia conosciuto la parola che gli dèi volevano risparmiare agli uomini. La supposizione
è che essa sia rimasta per via orale patrimonio del mondo femminile.
Morte di
Socrate
«Ciò che dico, non lo dico perché lo so, ma lo cerco insieme a voi», disse Socrate.
«Ecco la tazza con la cicuta», rispose il messo degli Undici, «bevi.»
Socrate bevve.
Taceva.
Pensava: «In ciascuno di noi, anche in quelli che sembrano più padroni di
sé, vive un mondo di crudeli desideri e di passioni brutali e sfrenate».
Intanto moriva.
Il
cambiamento
Nel parco quel pomeriggio non c’era nessuno.
Almeno così sembrava.
Troppo caldo.
Era felice di quel finto possesso esclusivo. Volle goderselo con un
gesto simbolico e si allungò a terra sotto un pino
odoroso.
L’ombra era gradevole. Chiuse gli occhi. Fu in quel punto che venne un
angelo a dirgli:
«Sei l’unica persona che trovo oggi sulla mia strada. Ero diretto verso
la casa di una giovane signora molto triste per
l’andamento del suo matrimonio. Lassù è stato deciso di aiutarla appagando il
suo desiderio di cambiamento. Ma non era in casa, perché in questo momento si
trova in un luogo appartato, con un uomo, per
un’avventura che le allevi il peso di questo matrimonio quasi fallito».
Tacque, poi proseguì:
«Inoltre, non si è fatto trovare in ufficio, dove
sarebbe dovuto essere, neppure l’impiegato che si lamenta per la noia del suo
lavoro. Avrei dovuto soddisfare il suo desiderio di cambiamento,
ma egli ha cercato di attenuare la noia nascondendosi, con altri come lui,
in una stanza remota per giocare a carte, quindi non ci siamo potuti
incontrare. Io ho la strada obbligata, come sai».
Era un po’ triste, ma come lo sono gli angeli,
senza eccessi. Si fermò alquanto a pensare e infine soggiunse:
«Anche una terza persona sta qui nel mio elenco, un uomo potente che
aspira a fare il bene del vostro paese, ma si vede
ostacolato da mille piccoli intrighi. A lui è stato concesso di soddisfare il
desiderio di un grande cambiamento. Purtroppo però
anche a lui mi è stato impossibile far visita, perché ha ceduto alle pressioni
di chi lo ha invitato in un luogo segreto per un incontro di potere. Ecco qui
l’autorizzazione a soddisfare tre desideri e sta
per andare sprecata! Vuoi approfittarne tu?».
«Sì», rispose lui pronto, con tre suoi desideri già ben confezionati,
«vorrei un amore perfetto, un lavoro interessante, un governo buono.»
«Okey», disse l’angelo, «però che piccolo-borghese!» e se ne andò ciondolando la testa.