CHECKPOINT POETRY
TIZIANA COLUSSO
 


 

il sanscrito del corpo

 

Buio, tamburi, il suono si propaga fulmineo nel flusso −

tunnel, valvole,  a un’ansa un rallentamento

e poi di nuovo a precipizio,

brontolio lontano, poi lampi dall’alto,

trasmissione verticale, porte aperte, porte chiuse,

sciabordii, codici morse del DNA −

ci sono città nel corpo

più numerose dei corpi nella città

e attività febbrili nel buio di anse e cavità

che presiedono a ciò che vive

finché vive

e oltre ancora per un poco,

con unghie che crescono tenaci

su mani ormai incapaci di graffiare:

un esser-qui percorso da formicolii, flussi

energie invisibili anche al microscopio

perché partecipi di una materia

potenziale

non dimensionata

intuitiva

flusso di pensiero pre-filosofico

 cellule che comunicano

esoterici impulsi panvitali

già da prima che il big-bang le disperdesse

in individui involucri

dotati di braccia o zampe o rami

esseri esiliati dalla materia originaria

in una diaspora cieca –

e ancora durerà la materia immensa

anche quando l’ultimo vivente

con forma e nome sarà un ricordo sbiadito,

sbriciolato nulla.

 

 

 

 

 

vacuum mandala

 

 

v a c u u m   − una parete liscia nel campo dell’infinito divenire

cui nulla aderisce:  

e scivola la materia come brina sui vetri sporchi di addii :

stanze vacue di un canzoniere più malinconico del previsto:

ma cosa è prevedibile in questo brodo quantico

dove i fenomeni fluttuano

beati in una beanza d’infinito v a c u u m ?

 

mai più conterrò le sacre sponde

dove ogni corpo fanciulletto giace

in onde di quiete placentare −

v a c u u m  che si propaga

come un suono  

anzi un’eco di suoni suonati altrove

frasi affioranti nel bla bla budellico

spacciato per  “monologo interiore” –

e la colpa è sempre di questo benedetto  v a c u u m  

 

svuota il vaso, libera i pensieri, restituisci il peccato al peccatore

e il vino all’oste della malora, all’amico dell’ultima ora –

vuoto smagliante nuovo di zecca che risuona zecchino

di un non-pensiero indicibile

ma così intenso che ogni volta mi scendono le lacrime

vuoto gravido di ogni altro pensiero

per noi che non avemmo gravidanze, né mai più − 

mi soccorre la fisica quantistica che elogia il vuoto immenso

culla di ogni particella 

fasci energetici vibranti  

che sfrecciano senza padrone (senza ni toit ni loi oserei dire)

nel grembo di questa immensa madre vacua –

 

come le stelle lontanissime di un’estate non meno lontana –

fine degli anni ’60: gli uomini premono grossi piedi chiodati

sulla pelle della luna,

mentre i miei brindano coi vicini di villeggiatura

io contagiata dall’entusiasmo occidentale e familiare

vago nel mio stato fra carne e pesce

a guardare da un terrazzo su valle l’immensità di questo

v a c u u m  solenne,

che si offre anche a me

ragazzina priva di razzi propulsori, count down e Cape Canaveral

e di bandiere da piantare maschiamente

ben in fondo ai crateri della luna –

 

il vuoto immensamente immenso

mi si apriva in quella notte epocale

con uno sgomento che ancora mi riempie di lacrime −

ancora e sempre:

a ogni meditazione ben riuscita

a ogni pausa

a ogni senso di respiro aperto

avvolta di non-materia più calda della lana

di non-pensiero fecondo d’ogni possibile −

 

io, piccola samurai  

in piedi diritta su un balcone di villeggiatura,

immobile nel bel mezzo del vuoto

in saecula saeculorum 

anche quando sarò polvere

insieme a questo foglio e a questo mondo

e la bandiera sulla luna sarà stata strappata

dal vento universale che tutto appiana – e tutto

    sarà ancora una volta e per un momento

 

v   a   c   u   u   m

 

 

 

 

 

 

immacolate concezioni

 

Basta con la Scrittura Capitale ! solo minuscole scritture

senza ipotesi di avvento  e palingenesi,

senza più Storia, senza più storie da raccontare

ma soprattutto senza più dogmi

poiché ineffabile è il tutto

non solo Dio come garantito da notarili teologie

ma l’universo stesso

le parole per definirlo

le pietre sulle quali scolpire i precetti

i sigilli da apporre alle verità di legge

la concezione stessa che non riesce neanche a concepire se stessa –

macule  affatto immacolate 

sui  fogli dove  il mondo si scrive, o si sogna:

certo fu facile col giovanile ardore

aderire alle contro-encicliche surrealiste

e tuttavia una tenace macula maculava l’afflato –

pensavo a  Breton & soci

che declinavano un’immaculée conception profana

spargendo celibe seme poetico sulle teste dei benpensanti,

ma una donna come oserà?

Non oserà – o sarà raramente,  

sentendosi bâtarde come Violette Leduc,

che mescolava Montaigne e gli  intimi sussulti corporali,

Queneau e i postumi di una madre di ghiaccio,

lirismi da collegiale, cronache di miseria,

e commetteva un peccato che a una donna non si perdona,

sia pure avanguardista:

accogliere nell’alambicco alchemico del corpo

il mondo intero

con le scarpe e tutto

secondo il buzzo del momento

in piena padronanza,

con androgina sapienza

incorporarsi l’opus imperfectum del mondo

per concepirne un concetto tutto suo,

tritarlo in sotto-prodotti chimicamente instabili

ricavarne legna da ardere al fuoco della scrittura

e con il molto scarto del mondo nutrire un’invincibile ironia

speziata e corroborante come un vin brulé.

 

 

 

 

connivenze

 

nessuna connivenza, certo, non solo con il qui e ora tristemente noto, ma con tutta la fenomenologia di questa cronaca locale planetaria, questo universo simulato in bilico tra nanotecnologie e governi di nani –

resettare la galassia

inventare un alfabeto nuovo

 

è  più urgente che buttare giù Ubu Roi da operetta, cui seguirebbero altri Ubu-qualcosa da operetta: con buona pace dei conniventi concittadini che accettano di abitare questa natura morta con figura, figura di merda il più delle volte con chi (essenza o ente) ci ha dato in comodato d’uso questo pianeta e lo ritrova

 

lercioso     -------  avvelenato    ----------          virusato

 

cosparso di napalm (vedi Indocina),

chimica out of control (vedi Bophal),

atomica antimusogiallo (vedi Hiroshima),

morti chimiche sul lavoro (vedi Porto Marghera)

tutta la nota arroganza della razza umana insomma, per poi dare la colpa della pandemica entropia del pianeta a qualche povero pollo espiatorio; ma io tra i polli no e nemmeno tra le oche del Campidoglio, tronfie sentinelle del potere altrui, non ci tengo a razzolare tra i conniventi

i connotati

i coniati

i concorrenti

i confusi

i condannati

   i condiscepoli

i  concordi

i concilianti

i conigli

i concupiti

i conterranei

i concomitanti

i convolati

i contraffatti

i convitati

i condizionati

i consensuali

i congiurati (ça va sans dire)

e ancora i consanguinei

i congressisti e i conferiti

i contingentati e i consulenti

i contraffatti e i contagiosi

i conventuali convenzionati

 i connessi alle loro televisioni tutte, dove i maschi spruzzano indefessi tutt’intorno il seme del loro blaterare e le femmine scodinzolano giulive il fiat alla messa delle miss;

 

e insomma i conniventi tutti.

 

Dei contafrottole poi non farò parola, come diceva Ingeborg Bachman dei calabroni, perché è facile riconoscerli. Menzione a parte meritano i conativi, persuasori occulti e conclamati, a buon diritto nella connivente consorteria.

 

E gradirei di molto che tutti questi con – che poi significa “coglione”, tout simplement, nella gallica langue – si sciogliessero come pioggia scivolando dalla mente con il

 

TERGICRISTALLI DELLA MEDITAZIONE 

 

come dice magnifica Giulia Niccolai – ma quanti mantra e om e abracadabra dovremo sillabare Giulia cara per fare spazio e silenzio tra i cupi incistati e forse ancora conniventi pensieri?

 

 

 

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*  dalla raccolta Il sanscrito del corpo (2006, in corso di pubblicazione)

 

 

 

**  Tiziana Colusso ( www.tizianacolusso.it ) ha studiato Letteratura Comparata a Roma e  Parigi. È attualmente Responsabile Esteri del Sindacato Nazionale Scrittori e membro del Board (direttivo) dello European Writers’ Congress. Collabora con le  Biblioteche di Roma, la rivista “Buddismo & Società” e la rivista on line “Le reti di Dedalus”.

Ha pubblicato: Italiano per straniati (poesia) Fabio D’Ambrosio Editore, Milano 2004; Né lisci né impeccabili (racconti) Edizioni Arlem  2000, in parte tradotti dalle riviste francesi “Europe” e “ARPA” e dalle edizioni Brandes (Belgio); il romanzo La criminale sono io – ciò che è stato torna a scorrere  Arlem 2002; Il Paese delle Orme, Edizioni Interculturali 1999; Le avventure di Gismondo, mago trasformamondo, GIARA Edizioni Musicali, Roma, 1998; La terza riva del fiume (Ed. Impronte degli Uccelli 2003). Ha curato il volume di saggi Il teatro iconoclasta, Essegi, 1989 e l’antologia Leggende della trasformazione, Edizioni Multimedia, 1995. Ha partecipato alle antologie Neo-noir, Stampa Alternativa 1995; Almanacco delle scritture antagoniste (Odradek, Roma, edizioni 2003 e 2006) e L’orrore della guerra (Datanews 2003). Nate a lavorare (Ravenna, Edizioni del Girasole 2006), Lingua madre duemilasei (Torino, Edizioni Seb27, 2006).

 

 




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