il sanscrito
del corpo
Buio,
tamburi, il suono si propaga fulmineo nel flusso −
tunnel,
valvole, a un’ansa un rallentamento
e
poi di nuovo a precipizio,
brontolio
lontano, poi lampi dall’alto,
trasmissione
verticale, porte aperte, porte chiuse,
sciabordii,
codici morse del DNA −
ci
sono città nel corpo
più
numerose dei corpi nella città
e
attività febbrili nel buio di anse e cavità
che
presiedono a ciò che vive
finché
vive
e
oltre ancora per un poco,
con
unghie che crescono tenaci
su
mani ormai incapaci di graffiare:
un
esser-qui percorso da formicolii, flussi
energie
invisibili anche al microscopio
perché
partecipi di una materia
potenziale
non
dimensionata
intuitiva
flusso
di pensiero pre-filosofico
cellule che
comunicano
esoterici
impulsi panvitali
già
da prima che il big-bang le disperdesse
in
individui involucri
dotati
di braccia o zampe o rami
esseri
esiliati dalla materia originaria
in
una diaspora cieca –
e
ancora durerà la materia immensa
anche
quando l’ultimo vivente
con
forma e nome sarà un ricordo sbiadito,
sbriciolato
nulla.
vacuum mandala
v a c u u m − una parete liscia nel campo
dell’infinito divenire
cui nulla aderisce:
e scivola la materia come brina sui
vetri sporchi di addii :
stanze vacue di un canzoniere più
malinconico del previsto:
ma cosa è prevedibile in questo
brodo quantico
dove i fenomeni fluttuano
beati in una beanza d’infinito v a c u u m ?
né mai più conterrò le sacre sponde
dove ogni corpo fanciulletto giace
in onde di quiete placentare −
v a c u u m
che si propaga
come un suono
anzi un’eco di suoni suonati
altrove
frasi affioranti nel bla bla
budellico
spacciato per “monologo interiore” –
e la colpa è sempre di questo
benedetto v a c u u m
svuota il vaso, libera i pensieri, restituisci
il peccato al peccatore
e il vino all’oste della malora,
all’amico dell’ultima ora –
vuoto smagliante nuovo di zecca che
risuona zecchino
di un non-pensiero indicibile
ma così intenso che ogni volta mi
scendono le lacrime
vuoto gravido di ogni altro
pensiero
per noi che non avemmo gravidanze,
né mai più −
mi soccorre la fisica quantistica
che elogia il vuoto immenso
culla di ogni particella
fasci energetici vibranti
che sfrecciano senza padrone (senza
ni toit ni loi oserei dire)
nel grembo di questa immensa madre
vacua –
come le
stelle lontanissime di un’estate non meno lontana –
fine
degli anni ’60: gli uomini premono grossi piedi chiodati
sulla
pelle della luna,
mentre i
miei brindano coi vicini di villeggiatura
io
contagiata dall’entusiasmo occidentale e familiare
vago nel
mio stato fra carne e pesce
a
guardare da un terrazzo su valle l’immensità di questo
v a c u u m solenne,
che si
offre anche a me
ragazzina
priva di razzi propulsori, count down
e Cape Canaveral
e di
bandiere da piantare maschiamente
ben in
fondo ai crateri della luna –
il vuoto immensamente immenso
mi si apriva in quella notte
epocale
con uno sgomento che ancora mi
riempie di lacrime −
ancora e sempre:
a ogni meditazione ben riuscita
a ogni pausa
a ogni senso di respiro aperto
avvolta di non-materia più calda della
lana
di non-pensiero fecondo d’ogni
possibile −
io, piccola samurai
in piedi diritta su un balcone di
villeggiatura,
immobile nel bel mezzo del vuoto
in saecula saeculorum
anche quando sarò polvere
insieme a questo foglio e a questo
mondo
e la bandiera sulla luna sarà stata
strappata
dal
vento universale che tutto appiana – e tutto
sarà ancora una
volta e per un momento
v
a c u
u m
immacolate concezioni
Basta con la Scrittura Capitale ! solo minuscole scritture
senza ipotesi di avvento e palingenesi,
senza più Storia, senza più storie
da raccontare
ma soprattutto senza più dogmi
poiché ineffabile è il tutto
non solo Dio come garantito da
notarili teologie
ma l’universo stesso
le parole per definirlo
le pietre sulle quali scolpire i
precetti
i sigilli da apporre alle verità di
legge
la concezione stessa che non riesce
neanche a concepire se stessa –
macule affatto immacolate
sui
fogli dove il mondo si scrive, o
si sogna:
certo fu facile col giovanile
ardore
aderire alle contro-encicliche
surrealiste
e tuttavia una tenace macula
maculava l’afflato –
pensavo a Breton & soci
che declinavano un’immaculée conception profana
spargendo celibe seme poetico sulle
teste dei benpensanti,
ma una donna come oserà?
Non oserà – o sarà raramente,
sentendosi bâtarde come Violette Leduc,
che mescolava Montaigne e gli intimi sussulti corporali,
Queneau e i postumi di una madre di ghiaccio,
lirismi da collegiale, cronache di
miseria,
e commetteva un peccato che a una
donna non si perdona,
sia pure avanguardista:
accogliere nell’alambicco alchemico
del corpo
il mondo intero
con le scarpe e tutto
secondo il buzzo del momento
in piena padronanza,
con androgina sapienza
incorporarsi l’opus imperfectum del mondo
per concepirne un concetto tutto
suo,
tritarlo in sotto-prodotti
chimicamente instabili
ricavarne legna da ardere al fuoco
della scrittura
e con il molto scarto del mondo
nutrire un’invincibile ironia
speziata e corroborante come un vin brulé.
connivenze
nessuna
connivenza, certo, non solo con il qui e ora tristemente noto, ma con tutta la
fenomenologia di questa cronaca locale planetaria, questo universo simulato in
bilico tra nanotecnologie e governi di nani –
resettare la galassia
inventare
un alfabeto nuovo
è più urgente che buttare giù Ubu Roi da
operetta, cui seguirebbero altri Ubu-qualcosa da operetta: con buona pace dei
conniventi concittadini che accettano di abitare questa natura morta con
figura, figura di merda il più delle volte con chi (essenza o ente) ci ha dato
in comodato d’uso questo pianeta e lo ritrova
lercioso -------
avvelenato ---------- virusato
cosparso
di napalm (vedi Indocina),
chimica out of control (vedi Bophal),
atomica
antimusogiallo (vedi Hiroshima),
morti chimiche
sul lavoro (vedi Porto Marghera)
tutta la
nota arroganza della razza umana insomma, per poi dare la colpa della pandemica
entropia del pianeta a qualche povero pollo espiatorio; ma io tra i polli no e
nemmeno tra le oche del Campidoglio, tronfie sentinelle del potere altrui, non
ci tengo a razzolare tra i conniventi
i
connotati
i coniati
i concorrenti
i confusi
i condannati
i
condiscepoli
i
concordi
i concilianti
i conigli
i concupiti
i conterranei
i concomitanti
i convolati
i
contraffatti
i convitati
i condizionati
i consensuali
i congiurati (ça va sans dire)
e ancora
i consanguinei
i
congressisti e i conferiti
i
contingentati e i consulenti
i
contraffatti e i contagiosi
i
conventuali convenzionati
i connessi alle loro
televisioni tutte, dove i maschi spruzzano indefessi tutt’intorno il seme del
loro blaterare e le femmine scodinzolano giulive il fiat alla messa delle miss;
e
insomma i conniventi tutti.
Dei contafrottole poi non farò
parola, come diceva Ingeborg Bachman dei calabroni, perché è facile
riconoscerli. Menzione a parte meritano i conativi, persuasori occulti e
conclamati, a buon diritto nella connivente consorteria.
E gradirei di molto che tutti
questi con – che poi significa
“coglione”, tout simplement, nella gallica langue – si sciogliessero come
pioggia scivolando dalla mente con il
TERGICRISTALLI DELLA
MEDITAZIONE
come
dice magnifica Giulia Niccolai – ma
quanti mantra e om e abracadabra dovremo
sillabare Giulia cara per fare spazio e silenzio tra i cupi incistati e forse
ancora conniventi pensieri?
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* dalla raccolta Il sanscrito del corpo (2006, in corso di
pubblicazione)
** Tiziana Colusso ( www.tizianacolusso.it ) ha studiato
Letteratura Comparata a Roma e Parigi. È
attualmente Responsabile Esteri del Sindacato Nazionale Scrittori e membro del Board (direttivo) dello European Writers’ Congress. Collabora con le Biblioteche di Roma, la rivista
“Buddismo & Società” e la rivista on line “Le reti di Dedalus”.
Ha
pubblicato: Italiano per straniati (poesia) Fabio D’Ambrosio
Editore, Milano 2004; Né lisci né impeccabili (racconti) Edizioni Arlem 2000, in parte tradotti dalle riviste francesi “Europe” e “ARPA” e dalle edizioni Brandes (Belgio); il
romanzo La criminale sono io – ciò che è stato
torna a scorrere Arlem 2002; Il Paese delle Orme,
Edizioni Interculturali 1999; Le avventure di Gismondo, mago
trasformamondo, GIARA Edizioni Musicali, Roma, 1998; La
terza riva del fiume (Ed. Impronte degli Uccelli 2003). Ha curato il
volume di saggi Il teatro iconoclasta, Essegi,
1989 e l’antologia Leggende della trasformazione, Edizioni
Multimedia, 1995. Ha
partecipato alle antologie Neo-noir, Stampa Alternativa 1995; Almanacco delle scritture
antagoniste (Odradek, Roma, edizioni 2003 e 2006) e L’orrore
della guerra (Datanews 2003). Nate a lavorare (Ravenna, Edizioni
del Girasole 2006), Lingua madre duemilasei (Torino, Edizioni Seb27, 2006).