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PICCOLE INTERCULTURE CRESCONO
Nera per i bianchi, bianca per i neri


      
S’intitola “Regina di fiori e di perle” il romanzo dell’italo-etiope Gabriella Ghermandi, pubblicato da Donzelli, che racconta, in forme anche metalinguistiche e con un’eco di “Tempo di uccidere” di Flaiano, la complicazione di essere meticcia, figlia a sua volta di madre meticcia. “Roma a tutto mondo” di Giorgia Rocca e Sarah Klingeberg è, invece, una preziosa e inedita guida per muoversi nel ventre multietnico della capitale, dove è ormai vastissima l’offerta culturale, commerciale o gastronomica ‘globalizzata’.
      



di Daniele Comberiati



Prof. Bad Trip, "Senza titolo"

 

Per i bianchi non ero bianca e per i neri non ero nera. Mia madre ha vissuto e subito il colonialismo e voleva che io e i miei fratelli ci sentissimo il più possibile italiani. Voleva cancellare la sua identità e la sua lingua: oggi io parlo benissimo l’amarico e lo capisco meglio di lei… La nostra era una vita mista, fatta di quattro lingue diverse: l’amarico e l’italiano erano quelle di tutti i giorni, il bolognese e il tigrino erano le lingue della festa

 

Poste nel risvolto di copertina del romanzo Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi (postfazione di Cristina Lombardi-Diop, Donzelli, Roma 2007, pp. VI-268, € 21,00), queste parole ben esprimono la complessità dell’essere meticcia dell’autrice, figlia a sua volta di madre meticcia, nata e cresciuta in quell’Etiopia che l’Italia ha cancellato dalla propria memoria dopo averla brutalmente (e solo in parte) conquistata e dopo aver perduto la Seconda guerra mondiale. E di frammenti di questa storia, narrata per la prima volta dall’altra parte, dal punto di vista dei colonizzati, è pieno tutto il romanzo, un viaggio attraverso la maturità di una ragazza che diventa adulta riscoprendo la memoria, l’oralità e la scrittura.

Regina di fiori e di perle si presenta fin dalla prima pagina come un’opera metalinguistica, nella quale la narrazione principale, la crescita della giovane protagonista Mahlet, è disseminata di innumerevoli storie: dalla metafora ripresa dalla favola dello stupido leone e della scimmia, appartenente alla tradizione folcloristica etiope, fino a piccole storie personali che ne incrociano di più grandi, quelle dei celebri personaggi storici Farisa Alula e Kebedech Seyoum, valorosa e indomita guerriera contro gli occupanti italiani.

La piccola Mahlet, adulata e coccolata dai tre anziani della famiglia, ha un piccolo difetto che diverrà la sua fortuna: è incredibilmente curiosa. È proprio per questo che gli anziani le affidano le proprie memorie, consapevoli che in futuro sarà lei a narrarle e a non disperderle nel tempo. E ha un dono, Mahlet, che non tarda ad essere carpito da altre persone, finalmente felici di avere qualcuno a cui raccontare la propria vita: è capace di ascoltare. Dopo aver studiato qualche anno in Italia, Mahlet si ritrova in Etiopia a piangere la morte dell’anziano a cui era più affezionata, il vecchio Yacob. Il dolore per la sua morte ne nasconde uno forse addirittura più profondo, una promessa che non riesce a ricordare e che non può quindi mantenere: è al suo ritorno dalla terra degli italiani che le storie sembrano venire a lei senza sforzo, quasi naturalmente, e senza che sia lei a cercarle. Si incrociano nelle orecchie di Mahlet le memorie di un popolo invaso, i legami e le relazioni complesse che si instaurarono fra colonizzatori e colonizzati, la resistenza etiopica e i gas letali usati dai fascisti.

“Sarai la nostra cantora”, le avevano detto i tre anziani quando era ancora bambina, e nel romanzo il canto e l’oralità etiope si fondono con la parola scritta, un italiano ibrido, pieno di termini amarici e di espressioni e strutture sintattiche mutuate dall’espressione orale o colloquiale. Nel romanzo vi è, in sottofondo, tutto lo sforzo per giungere alla scrittura, epilogo “naturale” delle storie che la protagonista raccoglie, eppure difficoltoso per le insidie che nasconde: le memorie altrui non devono infatti essere storpiate, ma necessitano ugualmente di una rivisitazione che le renda adatte per la forma scritta. Non è difficile scorgere, nel processo formativo e nel modus operandi di Mahlet, il percorso della stessa autrice: Gabriella Ghermandi lavora infatti su materiali orali, interviste o racconti che lei stessa raccoglie, e che in seguito adatta alla propria scrittura. È, prima che una scrittrice, una narratrice: interessanti sono anche le sue performance orali, dove la narrazione passa da una lingua all’altra, dall’italiano all’amarico, accompagnata spesso dalla musica. Il tipo di lavoro che risiede dietro al processo creativo è ben descritto dalla scrittrice con una metafora contenuta in una lirica posta a mo’ di incipit del romanzo: “Raccolgo perle e fiori. Perle di tutti i tipi: lucenti, perfette, imperfette, bianche, rosa, nere. Perle nascoste e perle evidenti. Raccolgo fiori e perle della mia terra”.

Rimane aperta, infine, un’altra questione importante, forse la più interessante per chi si interessa di scritture postcoloniali, che hanno sempre almeno una duplice eredità letteraria: il rapporto con l’altra tradizione culturale dell’autrice, quella italiana. La studiosa Cristina Lombardi-Diop, nella postfazione, afferma giustamente che il romanzo “non riguarda solo la dimensione del passato etiopico, ma è anche un modo di interrogarsi sull’identità della memoria coloniale italiana”. E, si potrebbe aggiungere, sull’identità attuale italiana, poiché risulta difficile affrontare le odierne questioni inerenti all’immigrazione senza aver fatto realmente i conti con il proprio passato coloniale. Inoltre fra le righe del testo, come ben nota la stessa Lombardi-Diop, si scorge un’eco neanche troppo lontana a quello che è forse il più bel romanzo coloniale italiano, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano. Il libro della Ghermandi può in effetti essere considerato come il contraltare etiopico del testo di Flaiano, con la figura del soldato italiano (il “talian sollato”) che da protagonista confuso e invischiato nelle bassezze della violenza coloniale diventa ora l’oggetto della rabbia etiopica, il conquistatore da cacciare ad ogni costo.

Non solo di rabbia però sono composti i rapporti fra etiopici e italiani: la complessità delle relazioni fra colonizzatori e colonizzati è sapientemente analizzata dalla Ghermandi, che, proprio per la sua essenza ibrida, in parte italiana e in parte etiope, riesce ad andare oltre l’indignazione iniziale e a costruire un primo processo di elaborazione della memoria coloniale, indispensabile per giungere a comprendere l’identità italiana attuale.

 

 

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Passeggiare per luoghi conosciuti che rivelano improvvisamente zone d’ombra inaspettate, perdersi nella propria città, quasi per caso, e scoprire l’alterità: è forse questo il senso ultimo, dopotutto, del bel libro delle giovani autrici Giorgia Rocca e Sarah Klingeberg, Roma a tutto mondo. Guida al mondo che vive in città (Sinnos Editrice, Roma 2007, pp. 192). Ed è un libro, tra l’altro, di difficile definizione e collocazione, sfuggente ai generi e alle catalogazioni, in perfetta sintonia con l’oggetto narrato: guida turistico/culturale per alcuni dei quartieri multiculturali di Roma? Analisi delle comunità immigrate nella capitale? Ricerca sociologica sui quartieri dell’Esquilino, di Castro Pretorio e del Pigneto?

Nella guida in realtà sono presenti aspetti diversi, che racchiudono i generi sopraelencati. Progetto pilota di una serie di volumi che dovrebbe riguardare anche altre città italiane (Napoli a tutto mondo, Milano a tutto mondo, Palermo a tutto mondo e così via) il libro si presenta innanzitutto come un oggetto ibrido, una composizione affascinante di storia, sociologia, cultura e turismo. I tre quartieri presi in esame – dall’Esquilino simbolo della Roma multiculturale a Castro Pretorio, dove maggiormente si scorgono i segni delle comunità provenienti dalle ex colonie italiane, fino al più “recente” Pigneto di pasoliniana memoria – sono raccontati dalle voci degli stessi protagonisti, abitanti o commercianti dalle origini più varie, che introducono il lettore in angoli di città inaspettati.

Ed è forse proprio questo l’elemento di maggior fascino: ci si trova di fronte ad una Roma incredibilmente ricca, nella quale è possibile acquistare, se solo si possiedono la volontà e la capacità di osservare, cassette e cd di musica africana, videocassette o dvd provenienti dalle produzioni di Bollywood o di Nollywood (l’equivalente nigeriano di Hollywood), libri sul rastafarianesimo e tè cinese. La guida è estremamente documentata: si trovano gli indirizzi delle maggiori biblioteche interculturali, dei centri di assistenza sanitaria o legale per migranti, dei negozi di parrucchieri, dei ristoranti o dei luoghi di culto. Divisa per differenti “passeggiate” all’interno di ciascun quartiere, propone delle mappe specifiche, nel caso si preferisca un viaggio gastronomico rispetto ad uno culturale, una passeggiata “musicale” o una più classica, alla scoperta di monumenti incustoditi.

Una nota ulteriore meritano l’impaginazione e la veste grafica, davvero innovative, che per certi versi riprendono alcune strutture stilistiche del web. Ai lati del corpo centrale, infatti, vengono presentate delle fotografie (quasi tutte opera di Sarah Klingeberg) che illustrano i principali luoghi di cui si fa cenno. Le parole e le espressioni chiave sono valorizzate dall’utilizzo dello stampatello e del colore arancione, mentre dei veri e propri ipertesti, che si stagliano dal resto della pagina grazie al riquadro nero e allo sfondo grigio, propongono degli approfondimenti storici e culturali sulle vicende trattate. È grazie a questi approfondimenti che si viene a conoscenza della storia della danza del ventre e della porcellana cinese, del progetto di cinema culturale “Apollo 11” e dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Inoltre nei riquadri è riassunta la storia dei principali paesi di origine degli immigrati nei quartieri presi in esame.

Ugualmente completa è l’appendice finale: una rassegna di eventi, luoghi di culto, mercati e riviste del settore piuttosto esaustiva può essere di aiuto a chi abbia voglia di approfondire alcuni aspetti. La bibliografia e l’indice di nomi, luoghi, strade e categorie avvalora il lavoro anche scientifico delle autrici. A questo punto non resta che domandare, a loro e all’editore, uno sforzo ulteriore: una nuova guida che prenda in esame gli altri quartieri multiculturali di Roma, dalla Cassia a Tor Pignattara, alla scoperta di altri luoghi inaspettati.




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