LETTURE
ALBERTO ARBASINO
      

Alberto Arbasino


Le piccole vacanze


Adelphi, Milano 2007, € 11,00



      


di Mario Lunetta

 

 

I piccoli inferni di futili vacanze

 

L’Arbasino dei racconti de Le piccole vacanze è un esordiente di venticinque anni che quanto a sicurezza muscolare e disinvoltura linguistica potrebbe averne venti di più. Calibro giusto, scherma esatta, sense of humour non ostentato. Il giovane narratore si muove nella vegetazione leggera della sua prosa senza caricarsi di eccessivi fardelli: gli basta un armamentario essenziale, gli basta un occhio fermo e un’andatura che alterna un passo molle a un brusco scarto in direzione malvagia, e l’effetto sorpresa scatta con assoluta naturalezza. C’è già, in questo libro che inaugura una linea produttiva di straordinaria tenuta e intensità, il grumo dell’Arbasino maggiore, quello tragico-paròdico intendo, che sfarfalleggia in Super-Eliogabalo per esempio, o in Fratelli d’Italia definisce a tre riprese ferocemente il disonore del Gran Costume italiota nella disperata giostra della chiacchiera, dentro il rumore stridulo dell’effimero e del fatuo.

Appena riproposto da Adelphi, il libro non può esser letto che come un piccolo classico: e la lettura odierna non può che implicare una complessità molto maggiore di elementi rispetto a quella che ne facemmo quando apparve, nel lontano e cancellato 1957. E questi elementi sono, superfluo dirlo, il gran profilo massiccio e nitido, caotico e lucidissimo dell’opera di Arbasino fin qui realizzata, con tutta la sua ossessiva ricchezza e (finta) svagatezza, nelle arterie della quale si annida poi sempre, nel viluppo della iperchiacchiera, dell’ipervanità, dell’iperinformazione e di altri iper numerosissimi, il virus del tragico. Arbasino, che della consapevolezza ha fatto fin dai suoi inizi la sua malattia necessaria, finge sempre di guardare altrove, o meglio fa come se in fondo la vita fosse un séguito di microeventi assurdi o minimamente dolorosi: e invece le sue scritture sono tutto un formidabile invito truccato a fare i conti con l’inevitabile, che è proprio quella cosa lì, la Morte. Il tempo è qui, scorre solo nelle riunioni fatue e noiose, nelle storielle di sesso, nei malintesi, nei viaggi perlopiù senza sugo, nelle rievocazioni veloci dei jadis inutilmente mitizzati: e non è che finzione, perché il tempo vero è quello che attanaglia le vite quasi sempre prima di farne esistenze, e manda tutto al macero. La grandezza obliqua di questa prosa è nel concentrato di intelligenza che condensa e dissipa come finto “vissuto” e memoria registrata, per farne forma assolutamente definitiva, sul filo tagliente di una dialettica che mi piace definire “storica”: da storico dell’insensatezza, che ha tutta l’aria di guardare a un metro dal suo naso e invece misura tutto sulle grandi distanze che non si possono coprire.

Il libro, che comprendeva in origine cinque pezzi (Distesa estate; I blue jeans non si addicono al signor Prufrock; Giorgio contro Luciano; Luglio, Cannes; Agosto, Forte dei Marmi) esce per Einaudi dalle mani di Calvino del 1957. Viene riproposto nei “Nuovi Coralli” nel ’71 con l’aggiunta di due altri testi (Povere mete; Racconto di Capodanno) e minime varianti; ora riappare da Adelphi si presume come lectio stabilior, senza peraltro sottrarsi al morbo di interventi e ritocchi che è uno degli stemmi più tipici dello scrittore, e che in questo caso – a differenza di altre volte - sono davvero “superficiali”, come egli stesso sottolinea.

L’ironia, che copre tutte le futili tragicità che palpitano nel libro, inizia ovviamente dal titolo. Le vacanze, queste vacanze sono “piccole” non solo perché vengono a breve distanza dai disastri della guerra, e della guerra civile, e ancora si trascinano dentro la memoria fresca e il malessere di ciò che si chiamò nazifascismo e Resistenza; ma anche perché hanno per protagonisti soprattutto dei giovani, e si risolvono quasi fatalmente in frustrazione e fallimento. C’è poi il cinismo dei più, c’è l’egoismo pressoché universale, c’è l’ansia della provincia che vuole uscire da se stessa e quasi mai ce la fa, c’è tutta una serie di orizzonti sognati che a un tratto si accorciano e si chiudono tra l’aperitivo al caffè in piazza, un uggioso adulterio, un capriccio omosessuale e poco altro. Chi davvero esce dal tritacarne lo fa con la testa, a forza di energie cerebrali e di conquiste culturali: e allora, rarissima avis, quando torna per un  breve tratto di tempo a quel mondo così stretto nei suoi rituali tremendi e penosamente distruttivi, lo fa con l’occhio della malinconia e, talora, del raccapriccio: prima di volarsene via di nuovo.  

Ecco, in questi racconti che quasi costantemente lavorano a un voltaggio molto alto, la crudeltà ha una voce sommessa, diciamo pure tranquilla. È la voce di una coscienza critica già strutturata, che ingoia ogni esperienza registrandone non l’“eroismo” ma la normalità relativa, e per ciò stesso riportandola invariabilmente al livello della narrazione deprivata di enfasi e di coups de théatre, al livello della conversazione. Del resto, i maestri di quegli anni, al dire dello stesso Arbasino, erano per lui scrittori assai poco clamorosi e molto conversativi come Proust, Eliot, Fitzgerald, e critici come Marcel Raymond. Così, il giovane scrittore filtrava il suo sguardo sulla borghesia norditaliana dei Cinquanta attraverso la loro lezione, ma già – miracolosamente – con un suo calibro di straordinaria pulizia e acutezza stilistica. Sì, perché poi alla fine è proprio lo stile a fare delle Piccole vacanze una gemma narrativa pronta ad espandersi; a risolvere il proprio senso (fatto di luci abbaglianti e di molte oscurità) in pura, costante autogeneratività: e i tanti “piccoli” inferni che vi vengono evocati non appartengono alla fine a questo o quel personaggio, ma al lettore.   




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