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di Renato Nicolini
La Trilogia della Zisa di Vincenzo Pirrotta, spettacolo
inaugurale di Arti Meridiane Lab, si è conclusa – dopo il primo atto
all’Università di Cosenza ed il secondo a Catanzaro – all’Università di Reggio Calabria, con la rappresentazione del
suo terzo movimento, Malaluna, al Teatro Politeama
Siracusa, preceduta da un intenso incontro di Vincenzo Pirrotta con gli
studenti attori del Laboratorio Teatrale dell’Università “Mediterranea”. Non si
poteva immaginare testimone migliore, delle intenzioni meridiane del progetto, dell’autore-attore-musicista,
Vincenzo Pirrotta.
Kleist, grande drammaturgo del
romanticismo tedesco, così in anticipo sui suoi tempi, tanto che solo adesso ne
stiamo scoprendo tutto il significato, in un celebre saggio Sul teatro di marionette rovesciava i
parametri di giudizio sul lavoro dell’attore.
La sua arte non consisteva più nella soggettività dell’improvvisazione, al
modo della commedia dell’arte, ma al contrario nella perfetta rispondenza dei
movimenti del suo corpo alle
intenzioni del regista, senza temere la meccanicità. Concetto ripreso nel
Novecento da Antonin Artaud (e, perché no?, da alcuni sketch di Totò). Vincenzo Pirrotta ha
fatto il suo tirocinio, oltre che all’INDA di Giusto Monaco ed al Teatro Greco
di Siracusa, anche col grande puparo siciliano
Mimmo Cuticchio. Difficile non
ricordarlo, vedendolo recitare il cunto di Orlando, Rinaldo ed Angelica “con la spada in pugno” ,
come una marionetta, un pupo a
grandezza umana, proprio nel finale di Malaluna.
Lo spettacolo di Pirrotta, unico
attore in scena accompagnato dal chitarrista e percussionista Luca Mauceri, è
un flusso di ricordi e immagini evocate con la parola e il corpo, che
colpiscono allo stomaco, suscitando emozioni e suggestioni: tutte visioni di parola legate alla città di
Palermo, in questo bellissimo Malaluna. Palermo è città almeno
meticcia, che appartiene tanto alla cultura occidentale quanto a quella araba,
e che soprattutto vuole fare parte per sé stessa, essere autonoma. Simbolo
della complessità e della ricchezza ancora non pienamente espressa del
Mediterraneo. Un educazione
sentimentale tra Pasque mafiose, in cui il capretto diventa un
essere umano sgozzato per vendetta, tra le bottane
di piazza Marina e le vedove
bianche di pescatori dagli imbarchi troppo lunghi per tenere a freno il
desiderio; la luna nel cielo bella, solitaria e vagamente ostile, luminosa e
allo stesso tempo oscura e rossa di sangue; gli uomini come formiche alla festa
di Santa Rosalia; le voci del mercato: frammenti che finiscono magicamente per
descrivere l’insieme altrimenti inafferrabile della città. Il corpo elastico di
Vincenzo Pirrotta segna di sé la voce, capace di timbri e tonalità diverse, che
ne è dunque prolungamento ed estensione, straordinario organo musicale
incorporato. Profonda comprensione della lezione di Carmelo Bene, con elegante
sprezzatura (probabilmente dettata dalla necessità economica) dei sofisticati
macchinari acustici cui Carmelo ricorreva negli ultimi tempi. La voce di
Pirrotta è uno strumento musicale che dà risalto al ritmo, alla quantità sonora
con cui la gola emette la vocale pronunciata, finendo per prevalere
sull’accento. La città di Palermo produce dai suoi rumori quotidiani il mito di sé stessa; ma i miti evocati da
Pirrotta risalgono più lontano nel tempo, attraversando tutte le sonorità
mediterranee, fino ad approdare all’archetipo per eccellenza delle mitologie
della nostra cultura, il teatro greco. La serata è stata molto festosa, una
doppia inaugurazione, di Arti Meridiane Lab, e delle
attività del quinto anno del Laboratorio Teatrale dell’Università
“Mediterranea” di Reggio Calabria diretto da Marilù Prati
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Vincenzo Pirrotta in scena
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di
Carmelo Giordano
Il sipario del nuovo spazio di rappresentazione dell’Unical, il Teatro
piccolo, si apre per la prima volta e lo fa su un lavoro, N’gnanzou’– storie di mare e di pescatori,
materico e totalizzante, di Vincenzo Pirrotta. In una lunga fatica, l’attautore
mette in scena il ‘cunto’, il racconto siciliano che
ha per oggetto il sudore e la fatica di mettere insieme i giorni. La matrice è
la tradizione-necessità, eminentemente meridiana, di tramandare, attraverso la
voce, la memoria e la storia del proprio mondo che, per i soggetti raccontati
da Pirrotta, è la sfera minima in cui si consuma l’esistenza all’interno di
ruoli e gerarchie immutabili. Stimolato dalle domande di un giovane pescatore
Pirrotta-Mastro Zisa racconta-cunta della generosità e dell’avarizia del mare.
Gli elementi territoriali di identificazione ci sono
tutti: la sponda di un carretto con i suoi disegni evoca il racconto stesso; la Sicilia con le sue
sonorità femminili di gioia, dolore e religiosità affidate ad una voce lirica e
con il rumore del mare richiamato dallo sfregare del sale su una pelle di
tamburo; i pupi che qui rappresentano l’epopea del sudore e poi della morte; la
musica e il ballo, rari momenti, insieme al cunto stesso di fuga dal presente,
prontamente e sempre interrotti dalle necessità di vita: avanti, unn’è cchiù ura i babbiari am’a ttravagghiari, sono
arrivati i tonni, bisogna correre alla mattanza. Pirrotta spazia sul
palcoscenico travalicando continuamente i confini tra il narratore e il
racconto, trasformandosi egli stesso in racconto quando rende reali e
palpitanti i momenti della mattanza e pienamente materico e presente, fino a
farne percepire l’odore, il sangue che deriva dal concetto morte-vita. Il cunto
avvolge lo spettatore che trova liberazione nell’esposizione del trofeo, la
testa del tonno capobranco infilzata sulla picca a simboleggiare la possibilità
di un altro periodo di vita possibile. La rappresentazione è una
ulteriore dimostrazione di quel Teatro della Crudeltà che sempre si
attiva quando viene messa in scena la realtà e che trasporta lo spettatore
all’interno della materia rappresentata. La letteratura che
ha generato il lavoro è proprio la tradizione; Pirrotta usa la sua mappa
cognitiva territoriale, il suo linguaggio; la ripetizione, senza fine, del
cunto rende la parola percepibile quasi superflua e la trasforma in suono e
litania, resa comprensibile proprio dalla conoscenza atavica dell’azione
rappresentata. La deviazione imposta da Pirrotta al genere, il cunto di
Cuticchio per intenderci, appare comprensibile in quanto frutto della ricerca
avviata dall’autore, e spiegata in conferenza stampa, di un approccio personale
nel rispetto del genere stesso.
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di Rossana De Angelis
Si entra in silenzio nello
spettacolo di Franco Scaldati, inscenato
al Teatro piccolo del Campus di Arcavacata. Un silenzio particolare,
doloroso, quello del non-detto. Il silenzio che avvolge ciò che non può e non
deve essere detto. Occhi, diretto dallo
stesso Scaldati e da Matteo Bavera, racconta delle violenze nascoste,
che devono restare avvolte dal silenzio della vergogna. E la lingua mette al
riparo dal testo colui che non la comprende. Non lo infetta con le sue verità.
Infatti, se l’atmosfera lugubre può rendere allo spettatore il dramma che si
consuma tra i versi, il suo isolamento linguistico non gli concede il gusto del
testo drammatico. Il buio accoglie lo spettatore nella sala, lo immerge
direttamente nelle oscurità del soggetto, che nella sua dimensione psicologica
si moltiplica sulla scena. Il buio: l’agguato mortale, il tradimento, la
violenza. I personaggi (Ziu Saveriu, Isabella, il doppio e il marito) sono anch’essi
immersi nel buio. Le luci sono deboli, si rafforzano solo in pochi momenti
dello spettacolo. Avvolti nel buio, avvolti nel silenzio. Le loro frasi si
dissolvono, perdono le sillabe finali. Allo spettatore che finalmente comprende
la lingua succede di non comprendere il resto. Le voci sembrano un lamento,
forse quel lamento che deriva dall’inquietudine. E finiscono per logorarsi,
così come si logorano i personaggi. Nel buio dell’inquietudine tanti occhi
“talianu” Isabella, che nel camminare trascina una gamba come fosse una
zavorra, un peso da portare addosso e da portarsi dietro continuamente per
ricordarlo. Gli occhi della vergogna, gli occhi di chi si guarda dal di fuori, “occhi sculuruti i musca”. Mentre il silenzio
è rotto da quel doppio che sta al margine della scena e fa irrompere la sua
voce. Silenzio e buio, dunque, gli aspetti predominanti della messa in scena.
Ed è per questo che il sipario è adagiato, anzi issato sulle luci? Una messinscena
che risponde alle esigenze del testo ed è apprezzata dalla sala gremita di
spettatori. Come ha dimostrato il dibattito con l’artista che ha seguito lo
spettacolo. Ma subito dopo l’abbassamento delle luci sulla scena, alla fine
dello spettacolo, è accaduto qualcosa di strano. Cosa è successo agli
spettatori durante quei venti secondi di silenzio e di buio che hanno preceduto
l’inizio degli applausi finali?
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Franco Scaldati (in poltrona) dialoga col pubblico alla fine del suo spettacolo
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