TEATRICA
LA SCENA MERIDIONALE

La voce e il cunto,
il silenzio e il buio


      
Il progetto Arti Meridiane Lab organizzato da tre università calabresi ha unito molteplici attività di ricerca e di formazione con eventi di spettacolo riguardanti varie arti, dalla musica al cinema al video. Per il teatro sono stati invitati i due maggiori attori-autori siciliani attuali: Vincenzo Pirrotta che ha presentato “Malaluna” e “N’gnanzou’– storie di mare e di pescatori”, e Franco Scaldati che ha interpretato “Occhi”.
      




      

di Renato Nicolini

 

La Trilogia della Zisa di Vincenzo Pirrotta, spettacolo inaugurale di Arti Meridiane Lab, si è conclusa – dopo il primo atto all’Università di Cosenza ed il secondo a Catanzaro all’Università di Reggio Calabria, con la rappresentazione del suo terzo movimento, Malaluna, al Teatro Politeama Siracusa, preceduta da un intenso incontro di Vincenzo Pirrotta con gli studenti attori del Laboratorio Teatrale dell’Università “Mediterranea”. Non si poteva immaginare testimone migliore, delle intenzioni meridiane del progetto, dell’autore-attore-musicista, Vincenzo Pirrotta.

Kleist, grande drammaturgo del romanticismo tedesco, così in anticipo sui suoi tempi, tanto che solo adesso ne stiamo scoprendo tutto il significato, in un celebre saggio Sul teatro di marionette rovesciava i parametri di giudizio sul lavoro dell’attore. La sua arte non consisteva più nella soggettività dell’improvvisazione, al modo della commedia dell’arte, ma al contrario nella perfetta rispondenza dei movimenti del suo corpo alle intenzioni del regista, senza temere la meccanicità. Concetto ripreso nel Novecento da Antonin Artaud (e, perché no?, da alcuni sketch di Totò). Vincenzo Pirrotta ha fatto il suo tirocinio, oltre che all’INDA di Giusto Monaco ed al Teatro Greco di Siracusa, anche col grande puparo siciliano Mimmo Cuticchio. Difficile non ricordarlo, vedendolo recitare il cunto di Orlando, Rinaldo ed Angelica “con la spada in pugno” , come una marionetta, un pupo a grandezza umana, proprio nel finale di Malaluna.

Lo spettacolo di Pirrotta, unico attore in scena accompagnato dal chitarrista e percussionista Luca Mauceri, è un flusso di ricordi e immagini evocate con la parola e il corpo, che colpiscono allo stomaco, suscitando emozioni e suggestioni: tutte visioni di parola legate alla città di Palermo, in questo bellissimo Malaluna. Palermo è città almeno meticcia, che appartiene tanto alla cultura occidentale quanto a quella araba, e che soprattutto vuole fare parte per sé stessa, essere autonoma. Simbolo della complessità e della ricchezza ancora non pienamente espressa del Mediterraneo. Un educazione sentimentale tra Pasque mafiose, in cui il capretto diventa un essere umano sgozzato per vendetta, tra le bottane di piazza Marina e le vedove bianche di pescatori dagli imbarchi troppo lunghi per tenere a freno il desiderio; la luna nel cielo bella, solitaria e vagamente ostile, luminosa e allo stesso tempo oscura e rossa di sangue; gli uomini come formiche alla festa di Santa Rosalia; le voci del mercato: frammenti che finiscono magicamente per descrivere l’insieme altrimenti inafferrabile della città. Il corpo elastico di Vincenzo Pirrotta segna di sé la voce, capace di timbri e tonalità diverse, che ne è dunque prolungamento ed estensione, straordinario organo musicale incorporato. Profonda comprensione della lezione di Carmelo Bene, con elegante sprezzatura (probabilmente dettata dalla necessità economica) dei sofisticati macchinari acustici cui Carmelo ricorreva negli ultimi tempi. La voce di Pirrotta è uno strumento musicale che dà risalto al ritmo, alla quantità sonora con cui la gola emette la vocale pronunciata, finendo per prevalere sull’accento. La città di Palermo produce dai suoi rumori quotidiani il mito di sé stessa; ma i miti evocati da Pirrotta risalgono più lontano nel tempo, attraversando tutte le sonorità mediterranee, fino ad approdare all’archetipo per eccellenza delle mitologie della nostra cultura, il teatro greco. La serata è stata molto festosa, una doppia inaugurazione, di Arti Meridiane Lab, e delle attività del quinto anno del Laboratorio Teatrale dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria diretto da Marilù Prati 

 

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Vincenzo Pirrotta in scena

 

 

di Carmelo Giordano

 

Il sipario del nuovo spazio di rappresentazione dell’Unical, il Teatro piccolo, si apre per la prima volta e lo fa su un lavoro, N’gnanzou’– storie di mare e di pescatori, materico e totalizzante, di Vincenzo Pirrotta. In una lunga fatica, l’attautore mette in scena ilcunto’, il racconto siciliano che ha per oggetto il sudore e la fatica di mettere insieme i giorni. La matrice è la tradizione-necessità, eminentemente meridiana, di tramandare, attraverso la voce, la memoria e la storia del proprio mondo che, per i soggetti raccontati da Pirrotta, è la sfera minima in cui si consuma l’esistenza all’interno di ruoli e gerarchie immutabili. Stimolato dalle domande di un giovane pescatore Pirrotta-Mastro Zisa racconta-cunta della generosità e dell’avarizia del mare. Gli elementi territoriali di identificazione ci sono tutti: la sponda di un carretto con i suoi disegni evoca il racconto stesso; la Sicilia con le sue sonorità femminili di gioia, dolore e religiosità affidate ad una voce lirica e con il rumore del mare richiamato dallo sfregare del sale su una pelle di tamburo; i pupi che qui rappresentano l’epopea del sudore e poi della morte; la musica e il ballo, rari momenti, insieme al cunto stesso di fuga dal presente, prontamente e sempre interrotti dalle necessità di vita: avanti, unn’è cchiù ura i babbiari am’a ttravagghiari, sono arrivati i tonni, bisogna correre alla mattanza. Pirrotta spazia sul palcoscenico travalicando continuamente i confini tra il narratore e il racconto, trasformandosi egli stesso in racconto quando rende reali e palpitanti i momenti della mattanza e pienamente materico e presente, fino a farne percepire l’odore, il sangue che deriva dal concetto morte-vita. Il cunto avvolge lo spettatore che trova liberazione nell’esposizione del trofeo, la testa del tonno capobranco infilzata sulla picca a simboleggiare la possibilità di un altro periodo di vita possibile. La rappresentazione è una ulteriore dimostrazione di quel Teatro della Crudeltà che sempre si attiva quando viene messa in scena la realtà e che trasporta lo spettatore all’interno della materia rappresentata. La letteratura che ha generato il lavoro è proprio la tradizione; Pirrotta usa la sua mappa cognitiva territoriale, il suo linguaggio; la ripetizione, senza fine, del cunto rende la parola percepibile quasi superflua e la trasforma in suono e litania, resa comprensibile proprio dalla conoscenza atavica dell’azione rappresentata. La deviazione imposta da Pirrotta al genere, il cunto di Cuticchio per intenderci, appare comprensibile in quanto frutto della ricerca avviata dall’autore, e spiegata in conferenza stampa, di un approccio personale nel rispetto del genere stesso.

 

 

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di Rossana De Angelis

 

Si entra in silenzio nello spettacolo di Franco Scaldati, inscenato al Teatro piccolo del Campus di Arcavacata. Un silenzio particolare, doloroso, quello del non-detto. Il silenzio che avvolge ciò che non può e non deve essere detto. Occhi, diretto dallo stesso Scaldati e da Matteo Bavera, racconta delle violenze nascoste, che devono restare avvolte dal silenzio della vergogna. E la lingua mette al riparo dal testo colui che non la comprende. Non lo infetta con le sue verità. Infatti, se l’atmosfera lugubre può rendere allo spettatore il dramma che si consuma tra i versi, il suo isolamento linguistico non gli concede il gusto del testo drammatico. Il buio accoglie lo spettatore nella sala, lo immerge direttamente nelle oscurità del soggetto, che nella sua dimensione psicologica si moltiplica sulla scena. Il buio: l’agguato mortale, il tradimento, la violenza. I personaggi (Ziu Saveriu, Isabella, il doppio e il marito) sono anch’essi immersi nel buio. Le luci sono deboli, si rafforzano solo in pochi momenti dello spettacolo. Avvolti nel buio, avvolti nel silenzio. Le loro frasi si dissolvono, perdono le sillabe finali. Allo spettatore che finalmente comprende la lingua succede di non comprendere il resto. Le voci sembrano un lamento, forse quel lamento che deriva dall’inquietudine. E finiscono per logorarsi, così come si logorano i personaggi. Nel buio dell’inquietudine tanti occhi “talianu” Isabella, che nel camminare trascina una gamba come fosse una zavorra, un peso da portare addosso e da portarsi dietro continuamente per ricordarlo. Gli occhi della vergogna, gli occhi di chi si guarda dal di fuori, “occhi sculuruti i musca”. Mentre il silenzio è rotto da quel doppio che sta al margine della scena e fa irrompere la sua voce. Silenzio e buio, dunque, gli aspetti predominanti della messa in scena. Ed è per questo che il sipario è adagiato, anzi issato sulle luci? Una messinscena che risponde alle esigenze del testo ed è apprezzata dalla sala gremita di spettatori. Come ha dimostrato il dibattito con l’artista che ha seguito lo spettacolo. Ma subito dopo l’abbassamento delle luci sulla scena, alla fine dello spettacolo, è accaduto qualcosa di strano. Cosa è successo agli spettatori durante quei venti secondi di silenzio e di buio che hanno preceduto l’inizio degli applausi finali?



Franco Scaldati (in poltrona) dialoga col pubblico alla fine del suo spettacolo

 

 




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