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di Marco Palladini
1 - A circa tre quarti della
rappresentazione di Fragments di Samuel Beckett al Valle di Roma, si ode la
protesta di uno spettatore che, infastidito dalle frequenti risate del
pubblico, grida: “Ma qui non c’è niente da ridere!”. L’isolato spettatore
(magari uno di quei professori che “capiscono soltanto loro”) evidentemente non
aveva letto le dichiarazioni del regista Peter Brook riportate sul programma di
sala: “Beckett… scruta negli abissi ripugnanti dell’esistenza. Il suo umorismo
lo salva, e salva noi dallo sprofondare in questi abissi”. Appunto. E poi come
si può ignorare che l’attore mito e feticcio che sta dietro la drammaturgia
beckettiana è Buster Keaton, il comico con la faccia di pietra? Il volto
impassibile di Keaton in mezzo alle gag più efferate, alle situazioni
ridanciane e buffonesche più travolgenti è stato la perfetta sintesi
ante-litteram del genio teatrale di Beckett, della sua capacità inimitabile di
andare oltre le distinzioni di genere fra tragico e comico, di racchiuderle in
un’unica, potente visione che accende fari di verità e di lancinante conoscenza
della condizione dell’essere umano. Peter Brook, vale a dire il più grande
regista vivente, lo ha perfettamente inteso e ci ha donato un meraviglioso
spettacolo, composto di cinque ‘pezzi’ brevi e brevissimi dell’autore
irlandese. A 82 anni, dopo oltre sessant’anni di teatro, Brook non deve
dimostrare più nulla, il suo altissimo magistero scenico è approdato ad una
esemplare misura di ascetismo artistico, di essenzialità zen. Il suo teatro è
oggi un purissimo diamante depurato di qualunque scoria, di qualsiasi elemento
superfluo. In un environment ridotto
ad una vuota ‘scatola nera’, luci, oggetti scenici, costumi, tutto è governato
secondo una sublime economia di mezzi che non è povertà, bensì superiore
sapienza dell’arte del teatro. Che è innanzitutto arte dell’attore che qui si
incarna nella splendida prova di un trio di interpreti, Kathryn Hunter, Jos
Houben, Marcello Magni, che la regia dirige con mirabile precisione per
realizzare uno spettacolo dove leggerezza, umorismo, profondità, senso del
dramma si fondono naturalmente. Il primo pezzo, Rough for Theatre I, vede in scena l’incontro di due derelitti, un
violinista cieco e un mendicante senza una gamba che si trascina in carrozzella
facendo leva su una pertica, quasi come un vogatore di terra. Il mutilato cerca
di conquistare l’altro, di convincerlo ad unire le loro forze (o debolezze), a
sinergizzare i propri handicap, ma il cieco è diffidente, sfugge, immerso nel
buio ha sviluppato una percezione poetica, sognante del mondo, e sente lo
sbrigativo, rozzo cinismo del paralitico. Paradossalmente ‘vede’ di più la
fantasia del cieco che il miope realismo del mutilo. Ma forse alla fine, la
coppia si formerà. In Rockaby
l’interpretazione superba ed emozionante della Hunter ci restituisce la
matematica esattezza del testo inglese di Beckett, che è un vera partitura
musicale-verbale composta di riprese e di microvariazioni che l’attrice esegue
con tecnica sopraffina. L’esecuzione conferisce via via humour alle frasi che
il personaggio ripete come una sorta di tormentone arteriosclerotico, ma questa
chiave di levità lungi dal togliere aggiunge intensità al dramma di questa
vecchia che si dondola inesausta davanti ad una finestra continuando a
rimuginare un mucchietto di insensate parole, ciò a cui si è ridotta la sua
vita autocosciente. E l’effetto è veramente da brivido. Act Without Words II illustra la pantomimica metafora della vita di
due tipi: il pessimista che dal momento in cui si alza al momento in cui va a
dormire nel suo sacco-giaciglio vede andare storta ogni cosa ed aumentare il
suo malumore fino all’esasperazione rabbiosa contro l’avversa sorte; e
l’ottimista che invece vede la vita sempre sorridergli e che si bea di tutto,
anche soltanto di pettinarsi i capelli o di lavarsi i denti. In chiusura il
pessimista giungerà le mani al cielo – la fede come risarcimento ad una
esistenza avvitata in una spirale di negatività. Nel rapido Neither una donna cerca una via di
uscita da una condizione palesemente angosciosa, ma non può andare né da una
parte né da un’altra, resta bloccata al centro, condannata ad una immobilità
forzata, come l’uomo che più si agita e si sbatte e più resta prigioniero di sé
stesso. In Come and Go i tre attori
(i due maschi en travesti) si
riuniscono su una panchina dove tre vecchie amiche con cappottini e cappellini
color pastello sparlano a turno male l’una dell’altra. Beckett non salva nulla,
si fa beffe anche dell’amicizia, azzera ogni istanza consolatoria. È in questi
pezzi brevi che emerge duro e puro il suo assoluto nichilismo. Una idea
terminale dell’uomo che certo spiace alle animule credenti e invece nutre gli
spiriti impavidi. Una visione che Brook fa integralmente sua e che con saggia
ironia distilla in una lezione di teatro davvero memorabile.
2 - “Le vie dei festival”, ottimamente
curato come sempre da Natalia Di Iorio, presenta alla Sala Uno di Roma l’ultima
produzione di Egumteatro, In un anno con 13 lune dall’omonimo
film del 1978 di Rainer Werner Fassbinder. Il progetto dei due registi,
Annalisa Bianco e Virginio Liberti, è stato elaborato assieme all’attore
Michele Di Mauro che è il protagonista en
travesti della pièce ed è l’autentica rivelazione dello spettacolo. La sua
incarnazione del transessuale Elvira-Erwin Weishaupt è di un mimetismo davvero
incisivo e toccante ed illumina in lungo e in largo il gay-melò immaginato da
Fassbinder che ne trasse una delle sue migliori pellicole, ancorché poco
valutata.
Al di là del fatto simbolico che
il 2007 è il primo anno del XXI secolo segnato da tredici noviluni, appare
assai meritoria la riscoperta da parte di Egumteatro di questo lavoro, che
Bianco-Liberti situano in una scena che è uno squallido bric-à-brac di arredi
poveri, di fondi di magazzino, accumulando vari attaccapanni, mobiletti di
metallo tipo ufficio, sedie di serie, una cucinetta economica, poltroncine in
similpelle e una transenna da chiesa. È l’ambiente molto lumpenborghese dove si
dispone un melodramma a stazioni che RWF conduce sulla falsariga di un “Io la
conoscevo bene” in salsa teutonico-bavarese. La parabola di Elvira-Erwin (che
riverbera il suicidio di Armin Meier, un amante di Fassbinder) si svolge tra le
penose discussioni con il rude, esasperato fidanzato Cristoph che la maltratta
e la scaccia, e le confessioni con l’amica Zora, intrepida compagna di
prostituzione. Andando a ritroso nella sua anamnesi esistenziale l’ex-macellaio
diventato transex cerca di recuperare il rapporto con l’ex-moglie e con la
figlia, ma è un illusione in fondo non praticabile. Così come diventa lacerante
il rincontro con l’ex-socio Anton Saitz, già nazista a Bergen-Belsen,
organizzatore di bordelli nel lager, che semantizza la perdurante presenza di
fantasmi hitleriani nella Germania del dopoguerra. È dopo essersi innamorato di
tale pessimo soggetto che Erwin è diventato Elvira senza in realtà neppure
essere omosessuale, ed è finito a battere sul marciapiede. Perché Anton l’ha tradita
al pari, del resto, della giornalista che la intervista e la usa senza scrupoli
mediatici. Elvira lascia i vestiti provocanti da peripatetica, si ritrasforma
in maschio, ma è tutto inutile; incrocia un signore che sta per impiccarsi e
che filosofeggia come Wittgenstein ed è quasi una prolessi della sua condizione
di deiezione dal mondo. Bianco-Liberti usano filmati in bianco e nero,
abbondano di musiche felliniane (il Nino Rota di Otto e mezzo) e pasoliniane (il Bach della “Passione di Matteo”),
richiamano la Lili Marlene intonata
dalla Dietrich, istruiscono scene di ballo perduto con vari personaggi tutti
con delle maschere sul volto, ma soprattutto esaltano la adesiva, perfetta
ambiguità maschio-femminina di Di Mauro, che finisce da ultimo a capo in giù,
riverso a terra su uno specchio delle sue brame-trame oramai tramutato nel
fatal buco nero della sua vita. Allestimento non altisonante, ma di buona presa
drammatico-grottesca cui concorrono Gisella Bein, Tatiana Lepore, Simona Nasi,
Pasquale Buonarota, Massimo Giovara e Riccardo Lombardo. E che conferma che l’arte
di Fassbinder dopo trent’anni non ha perso smalto né forza espressiva.
3 - Debutto nazionale
all’Argentina di Roma per I giganti della montagna diretti da
Federico Tiezzi, con Sandro Lombardi ovviamente nei panni del mago Cotrone.
Tiezzi vede questo testo terminale e inconcluso di Pirandello come una sorta di
fantasia metacircense, in qualche modo accostando la compagnia della Contessa e
la troupe degli Scalognati alla compagnia degli Scarrozzanti evocata da Testori.
Se Lombardi-Cotrone appare in scena truccato da perfetto ‘clown bianco’, tutti
gli altri personaggi esibiscono coloratissimi, estrosi costumi (firmati da
Giovanna Buzzi) che ci immettono in un mondo da circo felliniano pur in un
essenziale ambiente geometrico-razionale (ideato da Pier Paolo Bisleri) dove
c’è soltanto la macro-facciata della villa degli Scalognati, raddoppiata al
proscenio da un micro-modellino in scala. Nella seconda parte dello spettacolo
l’Arsenale delle apparizioni si rivela essere uno teatrino con schermo dove si
proietta l’archetipico filmato dei fratelli Lumière con l’arrivo in stazione
del treno, così come il praticabile girando su se stesso diventa il monoscopio
di un televisore su cui passano immagini di cartoon Manga, invero assai poco
suggestive. Con una simbologia forse un po’ troppo banale, Tiezzi rilegge il
mito elaborato da Pirandello contrapponendo l’arte del teatro e quella del
cinema all’intrusione del medium televisivo, visto come lo strumento di dominio
dei neo-barbarici Giganti. C’è una nota di malinconica sazietà e di saturazione
nel lavoro, sottolineato dalla musichina incantatoria Rota-Fellini del Casanova, laddove scavando nel testo la
regia suggerisce che lungi dall’illustrare la contrapposizione tra la ‘illusione
teatrale’ rappresentata dalla compagnia della Contessa e la ‘magnifica
illusione’ spiritistica della banda capitanata da Cotrone, il testo invero racconti
di un mondo di trapassati, di morti che sanno di esserlo (gli Scalognati) e di
morti che ancora non hanno capito di essere tali (gli attori). Tutti zombi
insomma, per un balletto di anime defunte che gira a vuoto tra rimpianti del
tempo che fu, occasioni perse, poeti innamorati e suicidi, algolagnie varie,
filosofemi, pose recitative esagerate, amaritudini di coppia, piccoli trucchi e
modeste magherie, epifanie di figure con la testa di coniglio, criptocitando
Lynch, ma pure i Raffaello Sanzio. Il tutto in attesa dell’arrivo dei malvagi
Giganti, che scatenano la mattanza finale che viene riferita a mo’ di
narrazione, scritta appositamente in una musicale lingua siciliana da Franco
Scaldati. Conclusione poetica per uno spettacolo di non travolgente esito, ma
sicuramente ben registrato e interpretato. Lombardi fa di Cotrone un pagliaccio
e spirito-guida loico e paziente tra ironie e smorfie perplesse. Molto bravo
anche Massimo Verdastro che conferisce a Cromo incisività e saettante presenza,
fino allo scandito monologo finale. Iaia Forte (la Contessa) è invece
sospinta ad assumere toni melodrammatici e slanci patetici che, sinceramente,
sono un po’ fuori dalle sue corde. C’erano ancora, tra gli altri, Silvio
Castiglioni (il Conte), Debora Zuin (Diamante), Alessandro Schiavo (Quacquèo) e
Marion D’Amburgo che fa della Sgricia un vecchia visionaria che annuncia
l’angelo Centuno con empiti quasi fideisti. Marion, invero, me la ricordo nella
stessa parte una ventina d’anni fa, diretta da Carlo Quartucci ad Erice, e la
sua Sgricia aveva allora toni striduli e straniati, del tutto controcorrente.
Ma era un tempo dove ancora si sentiva l’onda lunga della post-avanguardia. Ora
siamo in un tempo di post e basta.
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Alessandra Guazzini e Alessia Spinella in Richiamo di Remondi e Caporossi (2007)
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4 - Dopo avere ‘riesumato’ Sacco e Pozzo, Remondi e Caporossi rimettono in scena, al Teatro
L’Orangerie di Roma, anche Richiamo,
un loro spettacolo del 1975. Ed è la nuova, corroborante conferma che i loro
lavori non invecchiano, mantengono una vitalità e una contemporaneità uniche,
come se, sottratti al momento storico e culturale che li ha partoriti,
rivelassero delle qualità strutturali, semantiche, di pensiero
artistico-operativo che li connotano come dei ‘classici’, delle forme teatrali
meta-croniche e auto-compiute capaci di parlare e di ‘segnificare’ a più
generazioni. Io credo che il segreto di questo permanente ‘riattualizzarsi’ dei
loro spettacoli risieda nel quantum
di ‘lavoro fisico’ che vi viene profuso e nel meccanismo costruttivistico, per
quanto celibe, che viene messo in opera. È, in sostanza, la natura concreta e
fortemente materialistica dei loro spettacoli che li mantiene miracolosamente
‘freschi’, che li preserva dalle ‘ingiurie estetiche’ del tempo. Richiamo,
ad esempio, si ridispone dopo 32 anni come la metafora semplice, ma
efficacissima del lavoro alienato, ieri alla catena di montaggio, oggi nei
reparti delle fabbriche automatizzate o sui banconi dei call-center. Una volta
fatta sparire la grande tenda-pallone che incombe inizialmente come un
mostruoso Blob sulla scena e che nasconde i pezzi dell’ingranaggio, ecco la
rapida costruzione di una macchina artigianale che prevede il lento scorrere di
due pesanti ruote dentate messe in asse su una serie di tubi di metallo
continuamente, sino allo sfinimento, tolti e inseriti nelle scanalature di due
sagome di legno che vengono ripetutamente ribaltate a mo’ di binari per far
procedere il lavoro. La felice intuizione di Rem & Cap è stata quella di
affidare l’interpretazione a due giovani attrici (Alessandra Guazzini e Alessia
Spinella) che in qualche modo doppiano sia la loro fisicità, sia il gioco delle
piccole, minime gag di sguardi e di gesti che rimandano tanto ai tapini ometti beckettiani
quanto allo Charlot operaio schiavizzato di Modern
Times. Fazzoletto giallo legato in testa e poi al collo, anonima tuta
grigia addosso, le due operaie ‘portano avanti’ il lavoro manuale, basato sulla
meccanica ripetizione di azioni estenuate sul filo dell’assurdo, con buona lena
e altrettanta leggerezza. Nel frattempo si moltiplicano indizi scenici
paralleli: le ossa sputate in avvio dalla macchina ancora occultata, le pause e
le grottesche varianti introdotte dall’operaia corpulenta (alter ego di Claudio
Remondi) che ogni tanto prorompe in grida a vanvera o nella reiterazione di
frasi disconnesse dal senso, oppure cerca di addentare vanamente una pagnotta
imbottita. A un certo punto, viene poi introdotta una carriola-trabiccolo con
una complicata struttura di tasselli lignei, tipo shangai, che di botto
precipita, con gran fracasso, addosso alla grassona, quasi simboleggiando il
crollo della dignità e la precarietà di ogni fare umano. E subito occorre
raccogliere nei sacchi di iuta i tronchetti di legno e alla bisogna la
simpatica e spudorata cicciotella recluta alcuni volenterosi spettatori, perché
anche loro sperimentino le ‘delizie’ dell’aggia
travaglia’ pe’ campa’. Intanto le ruote della macchina arrivano in fondo al
corridoio della scena e subito si inverte la direzione e si ricomincia da capo
ad indicare una sorta di insensato moto perpetuo, di mera fatica di Sisifo. Ed
ecco l’operaia longilinea (alter ego di Riccardo Caporossi) spogliarsi,
scoprirsi il busto, estrarre da un rigonfio del reggipetto una melagrana, tagliarla
a metà e offrire – secondo una novella madonnetta che dona il frutto del suo
seno – i suoi semi alla compagna che si è infilata una specie di bizzarro
elmo-innaffiatoio in testa. Sarà, infine, questa operaia magra a strapparsi lo
scotch che le serrava le labbra e a riprendersi la parola, accompagnandosi con
un organetto e intonando una dolce canzone di liberazione e di distacco dalla
(in)civiltà macchinica. Le due usciranno poi di scena saltando la cavallina come
due adolescenti, due ‘vispe terese’ giunte al termine (in più ambigui sensi)
della loro alienazione. È comunque sempre il segno ludico che vince negli
spettacoli di Remondi e Caporossi, anche quando parlano dei drammi permanenti del
vivere sociale. Il loro serissimo gioco procede da quasi quarant’anni e,
fortunatamente, non hanno alcuna intenzione di smetterlo.
5 - Mi reco al
Rialtosantambrogio, nel cuore del ghetto capitolino, dove è in corso “Ubu
Settete” una nutrita “Fiera di alterità teatrali”, in pratica una vetrina
dell’ultima generazione teatrale. Stasera in programma tre spettacoli il cui
unico filo rosso è quello dell’assolo, della prova d’attore singolo. Con
traiettorie ed esiti assolutamente diversi.
Romina De Novellis, attrice e
regista della compagnia Denoma, espone ad esempio un suo lavoro in progress che completerà nel febbraio
2008. La Festa di
Santa Barbara (quadri itineranti 1) si svolge in diverse stanze del
Rialtosantambrogio e persino nell’ingresso durante gli intervalli tra l’uno e
l’altro spettacolo della serata. Prendendo liberamente ispirazione da un testo
del poeta-drammaturgo Giulio Marzaioli, la
De Novellis si propone di esplorare un
itinerario psico-simbolico della genealogia della santa (protettrice di
minatori, vigili del fuoco, artificieri etc.), vista come una bambina vittima
di un padre-padrone che la insidia, la reprime, la isola, la imprigiona e la
conduce infine alla morte. Di fatto De Novellis monta un body-acting che si nutre di tensione e di follia, prestando la sua
onusta, rigogliosa carnalità alla figurazione del percorso torturato della
fanciulla. Nella prima stanza c’è, così, l’“Abluzione”: seminuda, seduta di
spalle al pubblico sopra un lenzuolo bianco che ricopre fantasmicamente una
sedia, la De Novellis
si sciacqua da un catino di zinco, canterella una sorta di ninna-nanna, si
spazzola rabbiosamente i capelli, si accarezza sensualmente il seno, stabilisce
un campo di distonia emotiva. La seconda apparizione è la “Consacrazione”
sottolineata da una tonante musica chiesastica. Sempre offrendo le spalle al
pubblico, la donzella prende i ‘voti’ indossando un busto color carne,
sussurrando fonemi incomprensibili, continuando a modulare un lieve melopea e
soprattutto attivando schizzati movimenti di danza, rapidi gesti di una
neurotica coreutica, dinamiche di un corpo in fremebonda contraddizione. Al
terzo passaggio, l’“Ascensione”, De Novellis seduta su un carrellino, sguardo
fisso-torvo un po’ da demente, si sbatte a destra e a manca, gettandosi contro
il pubblico assiepato nell’androne, ne ostruisce provocatoriamente il
passaggio, rotea impazzita su sé stessa, quindi sparisce, si riveste con un
mini-abito e riappare giocando con dei bambolini, li mette ‘a letto’, saltella
e balletta come una bimba allegra e anzichenò sciocchina, fa tintinnare dei
barattoli di latta e danzinando come al carnevale di Rio, con appresso il
carrellino, bussa ad un'altra porta, si fa aprire e scompare. Ma più che una
ascensione la sua sembra la catabasi in un indecifrabile delirio interiore.
Ogni giudizio è da rimandare alla visione del lavoro completo.
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Romina De Novellis regista e interprete di La Festa di Santa Barbara (2007, foto di Hugues Roussel)
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Il secondo spettacolo prodotto dalla
compagnia aretina KanterStrasse s’intitola Le dinamiche dell’odio e si basa su
un testo di Simone Martini (che è anche l’interprete) e Leonardo Giusti,
diretto da Luca Avagliano. Trattasi di un copione grottesco e parossistico (il
sottotitolo è Un uomo di nome Alfred ed
un pollo di nome Sigfrido) dove un giovane uomo in pigiama si aggira nel
suo appartamento – in scena ci sono un appendiabiti, una sedia, la porta a due
ante di una stanza-ripostiglio – litigando esasperato con la cameriera che
insiste a lavorare anche nel giorno di libera uscita, rievocando le tappe dei
dissapori progressivi con la moglie che hanno portato alla fine del suo
matrimonio e soprattutto ragionando in modi paradossali e contorti sulla
essenza del sentimento dell’odio. Diciamo che il monologo serve innanzitutto a
Simone Martini a far valere la sua indubbia verve di attore comico-brillante
con scatti nevrotici, ossessive elucubrazioni, lambiccati passaggi dialettici
tra Walter Chiari e Gianni Agus. Martini ha padronanza attoriale e controllo di
molteplici sfumature recitative, anche quando intraprende dialoghi surreali, di
pura marca Copi, con un tal pollo Sigfrido a cui in explicit sparerà con una
rivoltella – e il pollo-bambolotto precipiterà al proscenio come povera vittima
sacrificale dei rancori misantropici (più che animalofobi) del protagonista.
Non tutte le digressioni satiriche sulla tematica dell’odio, mi pare che vadano
a segno, però l’allestimento si segue piacevolmente grazie alla credibilità e
alla tenuta dell’interprete.
Assai atteso, dopo l’exploit di Dux in scatola un paio d’anni fa, era il
nuovo spettacolo di Daniele Timpano, giovane trentenne attore-autore romano,
che personalmente preferisco al celebratissimo e secondo me ‘regressivo’
Ascanio Celestini. Dico subito che Ecce Robot! Cronaca di un’invasione
non delude, anzi conferma la sottile intelligenza scenica di Timpano, la sua
originalità di autore, la sua vena derisoria e acuminata quasi di storiografo
del costume. Solo che lo spettacolo mi ha soggettivamente fatto uno strano
effetto. Nel senso che l’ho seguito in una sala gremita di coetanei di Timpano
che evidentemente condividevano il suo percorso generazionale e l’avida
conoscenza dei cartoon giapponesi di Go Nagai (Il grande Mazinga, Mazinga Z,
Jeeg Robot, Space Robot, Goldrake etc.) da cui è nato questo lavoro. Non
avendo mai visto i ‘cartoni Manga’ debbo dire che mi sono sentito escluso
dall’evidente entusiasmo e dalla passione e dalla perizia fumettofila di
Timpano. Il quale riprende in apertura e in chiusura dello spettacolo un paio
di episodi della saga di Mazinga Z,
doppiando in playback le voci dei vari personaggi ed esibendo, anche con un
accorto uso policromo delle luci, le loro ridicole pose stereotipate al
servizio di una trama alquanto puerile che vede due scienziati, il buon dottor
Kabuto e il kattivo dottor Inferno, contendersi la scoperta di micidiali
‘mostri meccanici’ che il filo-nazista Inferno vuole manipolare per la
conquista del pianeta. Ma a proteggere le forze del bene provvederà Mazinga Z,
un grande robot ideato da Kabuto che si impegnerà, comandato da un giovane
pilota, in una apocalittica battaglia finale contro i malvagi Giganti
(Pirandello ci cova?) riuscendo con raggi fotonici distruttori e vorticosi bracci
meccanici ad annientarli e a salvare così la terra. Completamente
biancovestito, Timpano gode palesemente a rifare sia pure ironicamente i
cartoon-mito della sua infanzia, e la sua prova attorale-burattinesca strappa
spesso applausi e risate. E non è, si badi, soltanto il bieco nostalgismo per
una adolescenza svagata di appena l’altroieri o l’astuta confezione di un
prodotto teatrale di pura marca ‘avant-pop’. Nel lungo intermezzo di commento e
rievocazione dello spettacolo, Timpano ricostruisce con puntiglio quasi
filologico i passaggi storici che hanno contrassegnato a partire dal 1978
l’invasione dei Manga nipponici sulle reti televisive italiane. A cominciare
dalla primigenia serie di Goldrake su RaiDue, in oltre vent’anni si è arrivati
a contare un fiumana di ben trecentocinquanta serie cartoonesche che hanno
segnato indelebilmente la crescita e l’immaginario dei ragazzini italioti nati
negli anni ’70. Con fiero cipiglio, Timpano rivendica questa sua bildung generazionale e si scaglia verso
i censori del tempo, come l’ex-demoproletario Silverio Corvisieri e i soliti
sociologi e tuttologi di pronto intervento, che strillavano contro la natura
“diseducativa, kitsch, violenta” di questa animazione giapponese. Timpano, fiero
e sardonico esponente di quegli adolescenti che passavano “dalle 5 alle 7 ore”
davanti al monoscopio televisivo, rivendica tutto e dichiara di amare questi
Manga proprio perché rozzi, malfatti, basati su schemi fissi e ripetitivi,
tipici dei programmi di intrattenimento di massa low-cost. E qui, personalmente, non mi convince perché viene fuori
il suo snobismo a rovescio. Sulla scia di Aldo Nove pure lui sembra voler dire
in questo lavoro: proprio perché i Manga sono spazzatura televisiva, io me ne
approprio e li rivendico perché questa spazzatura fa parte di me, è parte
costitutiva della mia identità di giovane italiano. Ecco forse il punctum di Ecce Robot!: trattasi di
uno spettacolo ‘identitario’, che non a caso solleva eccitazione ed esuberante
consenso fra i trentenni coevi di Timpano. Niente di male, ogni generazione ha
i suoi luoghi di ‘riconoscimento’ e i suoi riti tribali-identitari di
compattamento. A chi è oggettivamente escluso dal sentimento ‘basico’ di questo
allestimento sorge però una domanda: fermo restando che, chi più chi meno,
siamo tutti inter-generazionalmente attraversati e contaminati dalle tante
spazzature mercificate della produzione di massa, piuttosto che alimentare la loro
modesta retorica sotto forma di ‘strakult’, non sarebbe meglio rileggerle alla
luce di una rigorosa (sub)kultur-kritik? Ecco, è qui che passa la linea di
dissentimento tra chi scrive e il giovane Timpano. Senza che questo invalidi la
stima di fondo per il suo teatro pensante e sorridente.
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Daniele Timpano autore-attore di Ecce Robot! Cronaca di un'invasione (2007)
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