TEATRICA
ANNI SETTANTA - 2

“Comunismo, addio?”


      
Ecco il frammento di un lavoro drammaturgico che si svolge durante una crociera fluviale sulle acque del Dniepr, in Ucraina. L’incontro-scontro con alcuni turisti, campioni del qualunquismo e della mediocre destra italiana, si trasforma per la protagonista Stefania, dichiarato alter-ego dell’autrice, in un’occasione per ricordare e rivedere, con gli occhi disincantati dell’adulta, tutta la propria appassionata formazione politica negli anni della adolescenza.
      




      

di Stefania Porrino

 

Primo Premio Donne e Teatro 2007

 

Motivazione della Giuria presieduta da Franca Angelini: il tema, noto al nostro cinema, ma inedito nella drammaturgia italiana, è trattato con grande leggerezza e senza eccessi di sovraccarichi narrativi. Agili i dialoghi, notevoli le psicologie dei personaggi. Copione di ampio respiro.

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PERSONAGGI:

STEFANIA        turista, docente di Conservatorio, nata a Roma alla fine degli anni cinquanta.
          
LIDIJA        guida turistica di origine tartara, nata in Crimea, all’inizio degli anni quaranta.
          
GIANNINO        turista, ragioniere di Como, nato alla fine degli anni quaranta.
          
L’AVVOCATO        turista, coetaneo di Lidija.
          
MARIA        turista, moglie dell’Avvocato, di poco più giovane di lui.

 

L’azione si svolge nel luglio del 2002, durante una crociera fluviale in Ucraina.

 

ARGOMENTO:

L’azione si svolge durante una piacevole crociera sul fiume Dniepr, in Ucraina. L’incontro-scontro con alcuni turisti, prototipi del qualunquismo e della peggiore destra italiana, si trasforma per la protagonista, Stefania, in un’occasione per ricordare e rivedere, con gli occhi disincantati di adulta, tutta la propria formazione politica dagli anni della adolescenza, vissuti con passione nel liceo romano “Giulio Cesare”, attraverso il periodo della delusione e del distacco dall’impegno politico, fino al recupero del senso più profondo della militanza giovanile e dei valori – sempre validi – che avevano determinato le scelte iniziali.

Alla storia della protagonista si intreccia quella di una guida turistica di origine tartara, Lidija, che con la sua esperienza diretta di vittima staliniana, offre spunti dialettici alle riflessioni finali di Stefania: davvero dobbiamo dire definitivamente addio al comunismo?…

 

(finale I atto:)

 

BIBLIOTECA

Maria e l’Avvocato leggono il giornale seduti a un tavolino. Stefania entra nella biblioteca e, vedendo che ci sono loro, vorrebbe riuscire senza essere vista ma sopraggiunge con foga Giannino che costringe tutti ad alzare lo sguardo verso di lui.

 

GIANNINO                          Ragazzi, avete sentito la grande novità di stasera?

L’AVVOCATO                     No, quale?

MARIA                                  Ma sì, c’è un gruppo ucraino che suona!

GIANNINO                          E si balla! Stasera si va in discoteca! (confidenzialmente, rivolto all’Avvocato) Mi sono informato ci sono pure le cameriere, e anche Margareta…

L’AVVOCATO                     (alzandosi per andare) Allora se c’è Margareta non posso mancare: mi starà aspettando!

MARIA                                  (ironica-condiscendente, seguendo il marito) Non ci sperare troppo!

GIANNINO                          (rivolgendosi a Stefania) Che dici ce lo facciamo un balletto noi due?

STEFANIA                            Non ci penso proprio: se c’è una cosa che mi deprime e che mi ha sempre depresso anche da ragazzina era la discoteca.

GIANNINO                          Ma sei troppo seria tu! Possibile che non ti lasci mai andare?

STEFANIA                            Vai, vai che ti aspettano le cameriere!

GIANNINO                          Prima però devo farti una domanda importante.

STEFANIA                            Vediamo, cosa vuoi sapere?

GIANNINO                          Guardami bene: tu, con uno come me, ce lo potresti fare un pensierino?

STEFANIA                            (lo squadra attentamente, pensando alla risposta adatta) Non credo…

GIANNINO                          Ma perché? Che cos’è che non ti piace?

STEFANIA                            Troppa birra!

GIANNINO                          Troppa birra?!

STEFANIA                            (indicando l’eccessivo rigonfiamento dello stomaco) Troppo stomaco! (andando via) Ciao, buona serata!

GIANNINO                          (carezzandosi lo stomaco con aria molto preoccupata) Troppo stomaco?

 

CABINA

 

STEFANIA                            Troppo seria… Do sempre l’impressione di essere troppo seria…

                                               Ma che ci posso fare se solo l’idea di entrare in una discoteca mi dava il voltastomaco pure da ragazza?

                                               Non è vero che noi non ci divertivamo… Ti ricordi, Fabrizio? Eccome se ci divertivamo: le nostre chitarre, un bottiglione di vino – quello da due lire che fa subito girare la testa – e la stanza che si riempiva sempre più di fumo, delle tue tante gauloises e delle mie poche extralight! E parlavamo, parlavamo… Tutta la sera, tutta la notte, fine alle tre, le quattro… Una volta – c’era anche Antonella – non andammo per niente a dormire, uscimmo da casa tua per andare direttamente a scuola. Facemmo tutto corso Trieste a piedi fino al nostro liceo Giulio Cesare sperando di smaltire la sbornia con l’aria fresca del mattino. Più tardi ci ritrovammo tutti e tre nell’infermeria… avevamo occupato tutti i letti disponibili e la dottoressa non riusciva a capire il motivo di quell’improvvisa epidemia di vomito!

                                               Ci divertivamo così, come diceva Guccini: “eppure era bello a sera andarsene per bar con gli amici, quei brindisi felici, in cui ciascuno mette la sua pena, in cui ciascuno non è come adesso da solo o con se stesso a dir dove è andato, come è stato, a dir dove ho sbagliato.” E alla fine “E ancora un’altra volta suono, non so nemmeno io per qual motivo, forse perché son vivo e voglio in questo modo dire sono, o forse perché è un modo pure questo per non andare a letto o forse perché ancora c’è da bere e mi riempio il bicchiere!”

                                               Ci divertivamo a tirar fuori da noi stessi quello che si muoveva dentro ancora confuso e per questo più violento. Uno scontento che nasceva individuale ed esistenziale ma si trasformava nelle nostre parole in consapevolezza di far parte di un mondo che andava cambiato, di un mondo che non voleva lasciare spazio alle nostre idee di giustizia e alla nostra voglia di felicità non per noi soli, no, ma per tutti.

                                               Non potevamo pensare di essere felici ciascuno solo per se stesso. La felicità era una mèta da raggiungere insieme. Per questo ci aiutavamo, per questo ci volevamo bene. E per questo andavamo ai cortei.

                                               Eravamo seri, sì, giovani, giovanissimi ma già molto seri.

                                               Sacro cuore di Lin-Piao, fa che viva sempre Mao.

                                               Sacro cuore di Ho Ci Minh, non ci mettere il ditin.

                                               Sacro cuore di Ghevara, manda Nixon nella bara.

                                               Sacro cuore del mio Che, fa ch’io viva sempre in te!

                                               Che risate, la prima volta che sei arrivato a casa mia snocciolandomi le più surreali giaculatorie che avessi mai sentito! Eravamo seri, sì ma non ci mancava neanche l’ironia!

 

Si sentono le ultime note della canzone di Guccini con le parole: “E poi la

bottiglia è vuota”.

 

Biblioteca

 

MARIA                                  Ad alcuni piace tanto, ad altri meno ma è sempre una donna da cinquanta milioni! Cinquanta milioni a puntata!

                                               Lo so perché mia figlia lavora in televisione e fa parte del suo staff…

 

Stefania attraversa la biblioteca e si ferma un momento ad ascoltare la conversazione dei tre turisti.

GIANNINO                          Ma è giusto! Cosa c’è di meglio che far divertire la gente? E se una ci sa fare è giusto che si faccia pagare…

MARIA                                  E la televisione ha i mezzi per farlo… Se con te la percentuale d’ascolto sale, aumentano gli incassi della pubblicità.

                                               E se l’azienda guadagna di più con il tuo programma è giusto che anche tu pretenda dei bei soldi, no?

GIANNINO                          Naturale: è la legge del mercato!

STEFANIA                            (con ironia) E la pubblicità è l’anima del commercio: avete visto come stavano bene quella decina di ombrelloni con scritto “Coca cola” proprio ai piedi della scalinata del palazzo Potemkin?

GIANNINO                          (senza cogliere l’ironia di Stefania) Beh, vuol dire che si stanno svegliando pure loro!…

AVVOCATO                        A proposito di mercato, avete sentito l’ultima di Lidija su Stalin?

GIANNINO                          No, che ha detto?

AVVOCATO                        Ha detto che quando arriveremo a Sebastopoli, dopo il giro in pulmann della città, ci porterà a vedere il mercato coperto e che proprio lì davanti vedremo una delle poche statue di Stalin rimaste in piedi. Lui con l’indice indica avanti verso il futuro del popolo sovietico. E la gente ora dice che Stalin aveva proprio visto giusto perché infatti davanti a lui, dove indica,  c’è il mercato!

Stefania, disgustata, si allontana ed entra nella zona Ricordi accanto a Lidija.

 

GIANNINO                          E quello è il futuro vincente! Altro che i soviet!

L’AVVOCATO                     Peccato che è solo una battuta: se Stalin avesse visto giusto non sarebbero ridotti così, oggi!

 

RICORDI

 

STEFANIA                            Ma perché Stalin volle cacciare tutti i tartari dalle loro terre? Perché li accusò ingiustamente di collaborazionismo con Hitler?

LIDIJA                                  Pulizia etnica, te l’ho detto! Le etnie nazionali erano pericolose: gente sempre pronta a difendere la sua diversità, la sua autonomia, i suoi confini, gente che non voleva essere cancellata dal grande colosso sovietico. Per Stalin rappresentavamo un pericolo e il pericolo andava eliminato.

STEFANIA                            E come hai fatto a tornare? E quando sei riuscita a tornare?

LIDIJA                                  Abbiamo dovuto aspettare Gorbaciov e la perestrojka. Era il 1986 quando ci venne dato il permesso di ritornare. Ma ritornare dove? Sulla nostra terra, sì, ma le case? Chi ci ridava le nostre case? Molte erano andate distrutte, altre erano occupate dai nuovi proprietari… Non avevamo più nulla, più nulla…

STEFANIA                            Ma tu ormai avevi una nuova casa, avevi tuo marito…

LIDIJA                                  Ero grata a mio marito: mi aveva liberato dall’harem. Imparai anche a volergli bene. Ma il nostro matrimonio non durò a lungo. Era medico. Era sempre in mezzo ad ammalati gravi. Da qualcuno prese il contagio. Si ammalò e mi lasciò sola.

                                               Quando seppi che i tartari avevano libertà di ingresso in Crimea, decisi che sarei tornata lì, avrei ricomprato una casa e lì avrei finalmente riunito la mia famiglia, per sempre.

                                               Mio marito mi aveva lasciato un po’ di denaro ma era ancora poco. Dovevo lavorare, lavorare e guadagnare, guadagnare e mettere da parte, tutto per la casa, quella casa in Crimea che avevo sognato sin da ragazzina. Passarono degli anni.

                                               Di tutta la mia famiglia non era rimasta che la nonna. Stava per compiere i cento anni, la nonna, e le avevo promesso che li avrebbe compiuti nella sua terra, con me, nella sua casa.

                                               E così è stato. Ricordo ancora l’arrivo in nave: l’imponente promontorio roccioso a picco sul mare e poi il grande porto di Sebastopoli… Sebastopoli: mi ripetevo tra me e me quel nome, il nome della mia infanzia, il nome della nostalgia di mia madre e di mia nonna, il nome del sogno e della speranza che mi ero tenuta dentro per tutta la vita, come una segreta forza, come un talismano.

 

Lentamente Stefania si allontana da Lidija e torna nella zona Cabina. Entrambe continuano il loro dialogo a distanza come se ognuna continuasse a riflettere tra sé su quanto è stato appena detto.

 

STEFANIA                            Sebastopoli segnata dalle guerre, Sebastopoli e le sue difese militari, Sebastopoli e i suoi sommergibili, Sebastopoli città strategica, Sebastopoli e i palazzi di Stalin…

LIDIJA                                  Sebastopoli distrutta e ricostruita…

STEFANIA                            La guerra di Crimea…

LIDIJA                                  Distrutta e ricostruita…

STEFANIA                            La Seconda guerra Mondiale…

LIDIJA                                  Distrutta e ricostruita…

STEFANIA                            E in ultimo: la fine del comunismo…

 

CABINA

 

STEFANIA                            Ma davvero abbiamo detto addio per sempre al comunismo?

                                               Davvero è sceso un definitivo silenzio su questa parola così usata e abusata, così logora e imbarazzante? E’ come se ognuno di noi preferisse tenerla per sé, tra i suoi ricordi, come il nome di un amore adolescenziale tragico e totale… Un nome che da adulti non si vuole ripetere ad alta voce perché si ha paura… sì, paura di togliergli, nella prospettiva dell’oggi, il valore assoluto che gli attribuivamo ieri.

                                               O forse, più razionalmente, il peso degli orrori avvenuti sotto quel nome… O forse il fastidio di ammettere di essere stati ingannati… O ancora la paura di trovare dietro quel nome cancellato solo un grande vuoto, un vuoto di idee…

 

Stefania riprende in mano una lettera indirizzata a Fabrizio e la legge.

 

                                               C’è un dolore nascosto in noi che non ci fa più parlare di politica. Silenziosamente siamo d’accordo sull’inutilità del farlo.

Ma forse sbagliamo. Dovremmo invece ritrovare le ragioni che da ragazzi ci spingevano all’impegno.

L’epoca delle ideologie e dei blocchi contrapposti è finita, e questo è un bene: abbiamo imparato che le astrazioni teoriche e dottrinali possono divorare e schiacciare l’individuo.

Ma ora cosa ci troviamo di fronte? Qual’è l’attuale modello sociale? Il tornaconto economico e la legge del più ricco e dell’arroganza!

La lotta contro l’ingiustizia non è certo passata di moda! Anzi oggi più che mai la disuguaglianza è motivo di scandalo e di dolore.

E proprio il pensare in termini di “noi” – più che di “io” – non è stato il valore più importante che abbiamo imparato nei nostri cortei, nelle nostre assemblee di allora?

Mi viene in mente un pomeriggio a casa mia: doveva essere il 1975. Ero in terza liceo e tu, come facevi spesso dopo pranzo, eri passato a farmi un saluto. Io stavo ripetendo a memoria l’“odi et amo” di Catullo. E quando arrivavo all’ultimo verso “Sentio ed exrucior”, “Sento e brucio”, pensando a quel ragazzo che mi levava il sonno, i miei sentimentalissimi sedici anni vibravano tutti in quelle parole! A un tratto arrivò trafelata e sconvolta Antonella, come sempre quando aveva notizie importanti dalla sezione… “È successa una cosa terribile! Un disastro… Mi sento male a pensarci…”

Immediatamente pensai al ragazzo per cui “bruciavo”: è caduto dal motorino e si è rotto la testa, i fascisti lo hanno preso a botte, è partito per l’America… o che altro gli può essere successo?

Antonella intanto proseguiva nel suo racconto: “La Mirafiori chiude! Settantamila operai in cassa integrazione! Licenziamenti! Un disastro…”

Mi vergognai moltissimo del respiro di sollievo che dentro di me mi rassicurava sulla sorte di quel certo ragazzo e con tono un po’ forzato mi affrettai a dire: “È davvero una cosa terribile!”

E subito, tra me e me, un bel mea culpa per quel sentimento piccolo borghese che mi aveva fatto dare più importanza alla sorte di un liceale, pure un po’ svogliato, che al destino di decine di migliaia di operai della FIAT a rischio di licenziamento!

Il pubblico e il privato! Colossale conflitto purtroppo sempre attuale e che in fondo non era che la versione laica e materialista dell’evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”: il privato come regno dell’egoismo e il pubblico come mèta sognata dell’altruismo. Un ideale ancora valido e tanto lontano dall’essere realizzato, ma che nessun regime e nessuna legge potrà mai imporre dall’esterno. E questo allora non potevamo capirlo…

 

Mentre Stefania pensa a come concludere la lettera, si sente in sottofondo la canzone di Guccini: “Mondo nuovo” con le seguenti parole:

 

                                               “E non sapremo perché e come

siamo di un’era in transizione

fra una civiltà quasi finita

ed una nuova inconcepita.

Se quasi nessuno ormai più crede,

quale mai sarà la nuova fede,

quali mai saran le nuove mete

che spegneranno la nostra eterna sete

                                               di poter essere sé...”

STEFANIA                            Non potevamo capire che solo dalla consapevolezza interiore di uomini coscienti potrà nascere il mondo nuovo che allora sognavamo!

                                               (si sente la conclusione della canzone di Guccini)

“Quest’uomo nuovo

che avvince anche me

nel mondo nuovo che

noi non vedremo mai (fra entità sconosciute e computers)

noi non vedremo mai (fra le schede cifrate e le città)

noi non vedremo mai...”

                                              

 

FINE PRIMO ATTO

 




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