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KULTUR-MARKET - 2
Per saper scrivere
è necessario
saper leggere


      
Il rapporto curato da Michele Rak ci dice che il mercato più che distruggere il romanzo di qualità, ha la capacità di nasconderlo, nel senso che esso viene sommerso dalla quantità dei romanzi della produzione di massa. Ma perché ci sono così tante persone che scrivono? Da una parte sono gli stessi editori a cercare e a pubblicare quegli scrittori che trattano i temi che stanno alla base dell’informazione dei media. Dall’altra parte si è commercializzata la vecchia tradizione italica dello scrivere privato, del tenere un diario, dello scrivere poesie senza avere una reale autocoscienza letteraria.
      



      

di Silvia Pertempi

 

 

L’industria editoriale italiana è molto impegnata a pubblicare testi che possono, sommariamente, essere definiti in piccola parte opere letterarie classiche e nella maggior parte più genericamente testi narrativi. Nel solo 2005 sono stati pubblicati, dalle 764 case editrici esistenti in Italia in quell’anno (Mercato e Romanzo, Generi, Accessi, Quantità, a cura di M. Rak, Liguori 2007) più di 14 mila romanzi di cui circa il 19% tengono conto della scrittura, dello stile e del contenuto, definiti anche romanzi di penna. Gli altri si suddividono, con un medio-basso livello letterario, tra romanzi murder, storici, etnici o ispirati a sentimenti e a pulsioni sessuali, classici, boys, banality, spesso ispiratori, questi ultimi, di una produzione cinematografica di successo che piace ai giovani in quanto riproduce gerghi sociali a loro noti.

Tale indirizzo delle case editrici, che non nasce più come nel recente passato da una linea culturale forte elaborata a priori, è invece mutuato attraverso i sintomi della cultura contemporanea di massa come, ad esempio, la paura diffusa rispetto a possibili aggressioni ed atti di violenza da parte della malavita, il sospetto verso gli immigrati, l’attenzione dedicata dai media a delitti efferati maturati spesso nell’ambito familiare o nella prostituzione, il terrorismo, le guerre. Da tali sollecitazioni si sviluppa una produzione di opere che trattano questi temi ed anche una massa di lettori, sia pure non in grande crescita, che cercano, appunto, testi che trattino ed esorcizzino le loro paure.

Se si entra nelle grandi  librerie, è difficile raccapezzarsi. Non è forse più possibile, per un lettore esigente, trovare nella massa dei libri esposti, un romanzo di qualità se non è entrato il libreria dopo aver prima letto critiche letterarie elaborate da critici di fiducia che però, nella maggior parte dei casi, consigliano più che testi italiani, romanzi stranieri che hanno già ricevuto un battesimo di eccellenza nei loro paesi di pubblicazione, per aver vinto premi letterari importanti o addirittura il Nobel. O essere in quel momento dei best seller mondiali.

Se si riflette sul numero di case editrici esistenti oggi non può sorprendere se i libri ammassati sugli scaffali delle librerie sorpassino numericamente qualsiasi aspettativa. Ed è anche evidente come, per smaltire rapidamente la massa dei volumi – che generalmente sostano nelle librerie per tempi brevi e creare interesse su determinati libri pubblicati, sia necessario non solo che la stampa ne parli ma che lo facciano anche associazioni culturali, premi letterari e  fiere del libro. In pratica i romanzi pubblicati, per essere venduti, hanno bisogno di casse di risonanza che rappresentano, per questo settore del mercato, le necessarie vetrine. Tali vetrine possono avere carattere locale se si tratta di libri stampati da piccoli editori periferici, o essere eventi storici, come ad esempio, il recente Campiello che ha premiato un romanzo edito da Einaudi, suscitando sulla stampa innumerevoli proteste per la scelta effettuata – come per tradizione – da una giuria popolare.

Il proliferare dei romanzi di medio-basso valore nasce da una crescente propensione di migliaia di scrittori a scrivere, pur non avendo sempre le qualità necessarie per farlo. Nel 2005 in Italia 14.617 scrittori hanno pubblicato un loro romanzo (Istat, La produzione libraria, 2005).




Pompilio Fiore, Senza titolo, 1980


Perché tanti scrittori scrivono? Forse è proprio il tipo di interesse, per così dire suscitato dalla cultura di massa, che porta gli editori a cercare e pubblicare quegli scrittori che, al di là della loro qualità, trattano i temi che stanno alla base dell’informazione dei media. Non si spiegherebbe altrimenti, tanto per fare un esempio, la grande quantità del genere noir che da qualche anno riempie le librerie, così come la televisione in quasi tutte le sue reti, trasmette periodicamente storie legate alla lotta ingaggiata dalle forze dell’ordine – carabinieri, polizia, finanza – o anche da singoli commissari di polizia – che riecheggiano classici del giallo – tutti impegnati a scoprire il colpevole.

Ma torniamo alla domanda del perché tante persone scrivano. Al di là delle scelte tematiche che vanno per la maggiore e che trovano accoglienza presso gli editori, bisogna pensare che in Italia è stata forte, anche in un passato relativamente recente, la tradizione dello scrivere privato, del tenere un diario, dello scrivere poesie senza tuttavia esporsi all’esterno. Ciò derivava, probabilmente, da un’abitudine indotta dalla scuola, specie nei primi cinquanta, sessant’anni dello scorso secolo, in cui nelle scuole – qualsiasi corso di scuola superiore si seguisse e non solo i licei classici – era sempre molto valorizzato e tenuto in gran conto lo studio della lingua italiana. Scrivere per sé era dunque una forma personale, privata, intima di soddisfazione.

In un’epoca in cui sempre di più si stimola attraverso i media, l’importanza di esporsi, di apparire molti che scrivevano in privato hanno cominciato a collegarsi con le case editrici e a voler pubblicare, specie con quelle piccole e medie, o che richiedono un contributo economico dell’autore. Questi scrittori, certamente interessati alla scrittura e sollecitati a scrivere anche per il proliferare di tematiche per loro correnti e che vanno per la maggiore, lo sono forse molto meno alla lettura. Non è un caso che il numero dei lettori in Italia non cresca con la stessa velocità con cui aumentano gli scrittori. Questo elemento può essere visto come il punto di rottura tra lo scrivere e il saper scrivere: per saper scrivere è necessario saper leggere con profondità e competenza testi di autori conclamati.

Si può affermare, a questo punto, che l’andamento legato all’odierno mercato dell’editoria tenda inesorabilmente a distruggere il romanzo di qualità? Forse, più che distruggerlo, ha la capacità di nasconderlo nel senso che esso viene sommerso dalla quantità dei romanzi della produzione di massa. Anche se questo andamento può preoccupare gli amanti della buona scrittura, pare impossibile modificare un andamento di tipo commerciale dell’editoria come non si può ridimensionare quello legato alla vendita degli yogurt, dei pannolini per bambini, delle patatine fritte, della Coca Cola.

Forse, chi voglia porre un argine al proliferare di testi mediocri deve orientarsi verso un’attività che finora non è stata troppo presa in considerazione: quella di istituire presso scuole, centri culturali, biblioteche (se possibile anche attraverso la stampa, la televisione e su giornali on line), stimoli di lettura verso testi di qualità. È un lavoro possibile ma certamente lento e modesto in quanto privo di spettacolarità, fuori del mercato, appunto. Un lavoro che però può indurre, chi vi partecipi, a riflettere sull’odierno andamento perverso venutosi a creare tra quegli scrittori, editori, critici, premi letterari, librerie che, nell’insieme, sembrano aver dimenticato il valore della scrittura di qualità.




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