di Mario Lunetta
Night night! Telmetale of stem or stone. Beside the rivering waters
of,
Hitherandthithering waters
of. Night!
James Joyce, Finnegans Wake
Notte notte!
Dimmi il detto di stelo o sasso. Accanto alle fiumeggianti acque di,
alle
quaelavaganti acque di. Notte!
Fino a un quindicennio fa, ancora
storditi dall’imbarbarimento già consolidato della nostra editoria di
letteratura, ci si chiedeva sconsolati quale operatore del ramo avrebbe avuto
lo sconsiderato coraggio di pubblicare un libro come il Pasticciaccio di Gadda. Nel frattempo, continuava a apparire una
profluvie di ipotesti di simil-letteratura, di Trivialliteratur, di scritture trash
sempre più insultanti per il livello medio dell’intelligenza e del gusto. Il
target era stato individuato nella fascia meno esigente di un popolo di lettori
che in Italia, proprio come l’economia, insisteva a non crescere. I detentori
dei mezzi di produzione specifica, gli editori di letteratura, avevano ormai
definitivamente fatto propria la logica del best-seller e della confezione
rivolta a recettori di anagrafe giovane, dotati di scarsa cultura, obbedienti a
voghe generazionali di massa, carentissimi di senso critico-autocritico,
incapaci di misurarsi coi linguaggi complessi.
Era pur sempre una strategia: un modo, discutibile se non biecamente
volgar-populistico, di pescare a strascico in un mare povero. Ma ciò che
inficiava in radice questra strategia era, e continua miseramente ad essere, la
cancellazione del discrimine tra testualità complesse e testualità badiali, tra
scritture di ricerca e proposte dell’ovvio. Tutto doveva rientrare in un unico
macrocomparto, all’insegna di una confusione e di un pot-pourri che non può che
ingenerare almeno tre fenomeni autolesionistici: 1) disorientamento del lettore
medio; 2) abbassamento del livello generale di fruizione e di domanda; 3)
emarginazione degli autori più seriamente impegnati nel confronto con le
forme-linguaggio.
Si è dato, da parte degli
specifici Detentori, e dei media quasi regolarmente in sintonia con le loro
scelte di basso profilo, che si stanno sempre più rivelando molto ciniche e
molto poco furbe, un gran fiato alle Tematiche Scottanti, alla Cronaca Calda.
Il Fatto e i cosiddetti Contenuti hanno occupato tutto lo spazio
dell’immaginario, stracciando le potenzialità che per millenni hanno
contribuito, e certamente sempre
costituiscono il carattere fondante della scrittura letteraria, la sua
legittimità sociale e il suo senso fantastico: la profondità problematica, il
gioco formale, il rischio dell’invenzione, l’azzardo stilistico. In una parola:
l’intelligenza della consapevolezza, la sapienza della costruzione in uno
spazio mentale che contiene in sé, inesorabilmente, il vissuto dell’autore e il
vissuto del tempo, senza costituire un diaframma tra realtà e fantasma verbale concreto.
Si diceva poco sopra di Gadda. Ma
si potrebbe andare oltre, e certo l’ipotesi assumerebbe con l’aria che tira un
alone di beffa, un tratto risibilmente provocatorio: Chi ha paura di Finnegans Wake?
Appunto: quale mai forsennato
editore, oggi in Italia, ma temo non solo, avrebbe il fegato di pubblicare l’ultima
e incompiuta opera di Joyce apparsa nel 1939, a due anni dalla morte del grande dublinese,
quel Finnegans Wake che in uno
splendido saggio (The Dream of H.C.
Earwicker) Edmund Wilson definisce “immenso poema del sonno”? Domanda
assolutamente retorica. Questa è l’era del romanzo-sceneggiatura: perciò gli
editori (e, di conserva, i deboli e viziati autori) guardano al manoscritto
narrativo come a un prodotto che attende la sua metamorfosi (come dire, la sua vera realizzazione) in copione per un
film o un adattamento tv. Subito dopo un irrefrenabile insulto di furore, verrebbe
tuttavia quasi la voglia di adottare nei confronti dei suddetti Detentori un
atteggiamento compassionevole: perché, alla fine, questa è la loro cultura, questa
la loro ottica. Può anche capitargli di stampare qualche testo letterario degno
del nome, ma ciò che loro manca completamente è la percezione delle differenze
e dei livelli, la sapienza delle distinzioni. Dispongono solo di un fiuto
affaristico, che tra l’altro si rivela assai spesso ben poco fine. Essi, questo
è il problema, non amano la letteratura, si limitano a stamparla, o a stamparne
i surrogati. Il guaio è che, così operando, contribuiscono potentemente a
ottundere il gusto e l’intelligenza dei consumatori, fino a vent’anni fa ancora
gratificati del nobile distintivo di fruitori. È un modo corrente di dire che ormai, e con
sempre più “innocente” arroganza, “i libri si scrivono in casa editrice”.
L’autore corre così il rischio di diventare una figura in larga parte
superflua. Sempre più di frequente egli funge da “suggeritore” o da “copertura”
per il disinvolto allestimento di oggetti che, presentandosi come libri, di un autentico libro non hanno
che la veste. Si assiste quindi all’umiliazione dell’autore, ridotto sempre più
spesso a un elemento del contesto confezionativo-pubblicitario. I valori
testuali da lui messi in opera sono soltanto un equivoco in cui incorre la sua
ingenuità. La sua lotta con la forma-narrazione è diventata non il momento di
massimo rispetto nei confronti del senso e dei caratteri intrinseci della
scrittura, ma semplicemente un dato accessorio, una variabile dipendente del
piano-vendite, del fatturato e del profitto.
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Maria Andreozzi, Bufalotta (Roma), 2007
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La tendenza era già visibile alla
fine degli anni Sessanta, epoca in cui peraltro sopravviveva il discrimine tra
letteratura di ricerca e Trivialliteratur:
paradossalmente, anche grazie alla politica di apertura, confronto e utilizzo
praticata dalle neoavanguardie nei confronti delle esperienze “basse”, popular e insomma antisublimi e
antiauratiche. La letteratura era giustamente considerata una “pratica” e –
nella sua specificità – un atto politico: qualcosa da utilizzare come antidoto
di salvaguardia dell’intelligenza e dell’integrità individual-sociale, con
tutta la possibile carica di utopia di cui poteva farsi portatrice. Non a caso
il dibattito ferveva con onesta virulenza, le proposte venivano avanzate con
forza, gli errori e i successi estetici fioccavano. Ma, come sappiamo, il sogno
di un mondo altro si trasformò presto
in un incubo. Nel campo della letteratura e di tutti i linguaggi estetici
l’azzardo e l’impegno conoscitivo-inventivo cedettero (in un quadro mondiale
che si andava violentemente modificando con l’instaurazione di nuove chiusure,
di nuovi ghetti materiali e spirituali, di nuove aggressività
economico-finanziarie) sotto la spinta possente del qualunquismo postmoderno,
fenomeno molto variegato e carico di valenze fortemente equivoche, la cui politicità strategica andrebbe
analizzata più in profondità, proprio ora che il suo tramonto è giunto
praticamente al termine.
Nel confronto con l’accelerazione
progressivamente incalzante dei media elettronici, la scrittura letteraria
complessa è apparsa sempre più in tutta la sua fragilità, almeno nei tempi
brevi. L’editoria si è immediatamente adeguata: semplificazione dei linguaggi,
plot brutalmente esplicitato, riduzione della ricerca a “genere” (il thriller,
il neopatetico, il neoromantico, lo splatter,
con sovrabbondanza di sesso e sangue). Le linee delle centrali della
comunicazione-diffusione narrativa, ben supportate dal sistema di consenso
mediatico ad esse collegato, si sono ulteriormente cementificate con l’ingresso
della figura dell’editor, di lontana
matrice nordamericana. Chi è l’editor?
È colui che plasma secondo criteri di resa commerciale i testi in attesa di
pubblicazione. Colui che, in pratica, smonta e rimonta il testo per ottenerne
la più efficace presentabilità sul mercato, non certo per valorizzarne l’indole
e la cifra peculiari entro un orizzonte di senso estetico. Può così accadere,
al limite, che l’editor venga a
risultare l’autore occulto dell’opera.
Si dirà: ma queste operazioni
accadevano già ai tempi eroici di Vittorini, di Pavese, di Calvino. Chi non sa
che questi grandi scrittori, da dirigenti editoriali mettevano le mani, talora
anche pesantemente, sui manoscritti di tanti esordienti? Certo, certo. Solo che
c’era una differenza sostanziale rispetto a quanto accade ai nostri giorni: a
parte il fatto che quei signori erano letterati di gran classe e giudicavano in
base a criteri, prima che editoriali, estetici; inoltre discutevano coi giovani
autori eventuali varianti, avanzavano leali suggerimenti, cercavano in ogni
caso di non tradire la fisionomia del responsabile del testo. Un lavoro
artigianale che puntava alla crescita, come dimostrano gli epistolari
editoriali dei succitati. Uno straordinario impegno da vivaio letterario.
Niente di tutto ciò, oggi. La
scrittura si considera perlopiù un accessorio. Le sue curvature debbono
rispondere a format aproblematici. Il
testo è prima di tutto un prodotto, e va trattato secondo la stessa logica
pubblicitaria di qualsiasi altra merce. Quindi, ormai l’autore può essere
considerato alla stregua di un fornitore di semilavorati pronti per subire il
previsto trattamento da parte degli addetti alla confezione editoriale.
In questo quadro si spiega cosa
ci sia al cuore dell’offensiva che la macroeditoria commerciale sta conducendo
da qualche tempo contro il diritto d’autore. Sospinto dalla robusta aria che
viene dagli States, anche da noi, magari sommessamente, tende ormai a
considerarsi il demiurgo produttore dell’opera, quindi il suo “creatore” in
termini di immissione nel mercato: gli appare quindi illogico, se non
“ingiusto” non poter diventare anche
il titolare del copyright. Non si tratta di un conflitto secondario: e con
poche altre Associazioni di lavoratori intellettuali il Sindacato Nazionale
Scrittori è da anni protagonista nella difesa del diritto d’autore, malgrado
l’indifferenza delle forze politiche progressiste e l’equivoco alibi offerto
agli imperi editoriali dall’immensa
profluvie delle scritture letterarie che fluttuano sulla rete. La scrittura è
un lavoro. La letteratura è un lavoro. Scrivere una poesia vuol dire elaborare
(da labor) un oggetto linguistico,
ecc. ecc. Sono tutto ciò, prima di diventare, nei casi in cui lo diventino, anche merce. In conclusione di una sua
intelligente e appassionata ricognizione sul tema (Letteratura e merci. Da Joyce
a Cappuccetto Splatter, Feltrinelli, 1999), Francesco Dragosei osserva:
“(…) il fatto che l’origine della letteratura possa essere vista nello scambio
e nella merce, non vuol dire che essa è merce.
Al contrario. Far coincidere la letteratura con la merce equivale a mandarla a
morte, in quanto condannata a vivere in un’aria per essa letale. Infatti una
definizione possibile di ‘letteratura’ è che essa è tutta una serie di cose che
la merce non è. Essa è tensione utopica (l’altrove del dolore, del desiderio,
della santità, della follia, della memoria, del male) mentre viceversa la merce
è ‘il sempre qui’, il desiderio limitato, l’eterno presente. La letteratura è
difforme, problematica, anomala, unica, laddove la merce è uniforme,
pacificata, omologata, ripetitiva. La letteratura è disaggregazione dell’(apparentemente) omogeneo, mentre il
supermercato è (apparente) omogeneizzazione dell’eterogeneo: come il supermercato
mette sui suoi banconi le famiglie felici dei mulini, così la letteratura snida
con le sue pagine le crepe segrete di tutte le famigliole felici (non però
allestendo…uno stand permanente ai mulini). Anche se sempre più oggi la
letteratura tende a essere decentrata e disseminata, il suo pensiero rimane un
centro unico e ‘aristocratico’, dotato ancora di una sua aura creativa,
miracolosamente sottratto all’epoca della riproducibilità merceologica cui
appartiene”.