PRIMO PIANO
IPERTESTUALITÀ
Le strade problematiche della “Letteratura dopo il world wide web”


      
Jerome McGann, docente presso l’Institute for Advanced Technology in Humanities (IATH) dell’Università della Virginia, è l’autore di uno stimolante saggio in materia di informatica umanistica, dove cerca di dimostrare come le nuove tecnologie digitali possono essere utilizzate non solo per classificare, rendere accessibili e diffondere in rete raccolte di materiali cartacei (e non) codificati al computer, ma anche per sperimentare nuove metodologie di ricerca e di analisi creativa che sollecitino ed affrontino le questioni connesse all’interpretazione e alla consapevolezza critica dei testi letterari.
      



      

di Alessio Di Lella

 

 

Per introdurre un approfondimento sul testo di Jerome McGann – La letteratura dopo il world wide web. Il testo letterario nell’era digitale”, Bononia University Press, 2002 – comincio da uno dei suoi capitoli più originali, intitolato “Dialogo tra diletto e insegnamento”. Qui, nelle forme di una vera e propria sceneggiatura, l’autore stende un discorso dai toni provocatori tra due attori, Diletto e Insegnamento appunto, che dibattono sulla diffusione della conoscenza negli ambiti accademici. Diletto accusa Insegnamento di non avere capacità teoretica nelle sue discussioni; Insegnamento, dal canto suo, risponde che è necessario un punto di riferimento interno che privilegi una posizione rappresentativa. Diletto sottolinea come questa “arte del punto di riferimento interno” sia un limite del modello accademico, buono a problematizzare secondo un punto di vista che si impone, ma cattivo per insegnare nel senso proprio del termine, ovvero fornire gli strumenti migliori per interpretare un oggetto secondo le proprie capacità critiche. “Ma se non insegni secondo un programma stilato da un professore, cosa resta da insegnare?” chiede allora Insegnamento. Diletto risponde con un esempio. Prendi un tuo studente qualunque, dice, e fagli recitare una poesia. Nove volte su dieci avresti una pessima recitazione. Magari tutti gli studenti saprebbero interpretarla e spiegarla, ma pochissimi saprebbero leggerla o recitarla. Come ci si può porre domande su un’opera se non si è capaci di esprimerla nella sua forma primaria, ovvero quella testuale?

Per quanto incalzi su ritmi man mano più stimolanti, la conversazione tra Diletto e Insegnamento messa in piedi da McGann lascia a bocca asciutta se la si legge con l’intenzione di assetarsi con un paio di risposte illuminanti. Questo “intermezzo creativo” dell’autore aiuta a mettere a fuoco le consuetudini accademiche che nel resto del libro vengono puntualmente richiamate come riferimenti esterni alle tesi che il professore dell’Università di Virginia espone. Non serviva l’intervento di McGann per ricordarci che le discussioni accademiche sono regolate da programmi o da convinzioni ideologiche di autorevoli insegnanti, né che il meglio che possiamo augurarci noi “studenti” è che questi programmi siano quantomeno espliciti. Jerome McGann può però essere chiamato in causa qualora spostassimo l’attenzione sulle possibilità complementari agli studi umanistici come oggi li conosciamo. In particolare, nel suo testo ci sono osservazioni importanti sulle ragioni costitutive dell’informatica umanistica da lui precettata, e più di un paio di problematiche intelligentemente sollevate, e qui di seguito organizzate in “spunti tematici”.

 

 

L’ipertesto e l’edizione informatica dell’opera letteraria

 

Sembra scontato, ma escludere la forma ipertestuale di un’opera informatica è impossibile. L’ipertesto è il supporto dell’opera digitale, come la carta lo è dell’opera a stampa. È importante ricordarlo, perché buona parte della tesi di McGann lavora su questa premessa e, specie per noi “pionieri” della letteratura elettronica, sarebbe un errore insistere sulla transazione “leggere un’opera testuale al computer significa trasporre la rigidità della carta sulla scorrevolezza dello schermo”, come avviene ad esempio con la stessa e-magazine che state ora leggendo.

Per Jerome McGann, l’ipertesto è il veicolo ideale per estradare l’“arte del punto di riferimento interno” (della quale faceva riferimento Insegnamento) e portare a casa un nuovo fondamento logico della discussione accademica: la struttura aperta del discorso. Dopo un buon percorso teorico sul testo come forma significante performativa che necessita di continue re-interpretazioni, McGann giunge alla conclusione che nell’ipertesto esiste la possibilità metodologica per “andare a fondo” nel campo di interpretazioni che un oggetto letterario propone e, in potenza, contiene. Il suo discorso in proposito è ostico e necessita di un paio di letture. Ad una prima lettura, verrebbe da interpretare questa tesi come una sollecitazione ricca di possibilità, del tipo: cosa accadrebbe se tutte le note, tutti i saggi critici, tutti gli approfondimenti su una determinata opera letteraria venissero raccolti in una struttura perennemente aperta e disponibile a chiunque fosse dotato di computer e rete?

Si avrebbe quella che McGann chiama “iperedizione dell’opera testuale”, ovvero l’edizione informatica dell’opera nelle forme ipertestuali della rete (intesa qui come insieme di nodi di contenuti). Se il supporto cartaceo costringe ogni volta a focalizzarsi come “testo definitivo”, i cui percorsi sono comunque esplicitati in bibliografie, note al testo, ecc. (non sono anche queste “forme ipertestuali”?), l’edizione informatica dispone di una mole di materiali nettamente superiore che, se da un lato può sollecitare nuovi percorsi d’analisi (ad esempio: quali sono i saggi critici in merito ad una determinata opera emersi durante un certo periodo storico? quale opera viene più delle altre analizzata in antologie e manuali universitari?), dall’altro lato mantiene una struttura aperta non organizzata, nella quale il lettore/studioso può entrare da qualsiasi punto e cominciare la propria analisi senza l’assistenza dell’editoria cartacea (un libro, ricorda McGann, ha punti di riferimento fermi ed una navigazione vincolata).

La tesi di McGann sull’iper-edizione elettronica sottolinea perfettamente il potenziale di “scarto critico” con il quale si avrebbe a che fare qualora avessimo sottomano, che so, due saggi cartacei di Umberto Eco sul medioevo italiano, ed un portale in rete contenente tutti i saggi pubblicati nel secondo Novecento in Italia, sempre sul medioevo italiano. La differenza è evidente. Il problema resterebbe quello di coordinare il percorso d’analisi che si vorrebbe intraprendere nell’edizione ipertestuale di un determinato oggetto di studi. In tal proposito, si potrebbe sottolineare l’assenza, nella tesi di McGann, di riferimenti a meccanismi di organizzazione dei dati e motori di ricerca elettronici personalizzabili o “intelligenti”, ovvero raffinanti il percorso di ricerca su parametri ben definiti, una sorta di tutor che collabori con il ricercatore. Questo è un aspetto sul quale non si dovrebbe solo insistere, ma anche dichiarare come “conditio sine qua non”. Certo, l’iper-edizione elettronica visualizza su schermo un’intera biblioteca e ci permette di sfogliare pagine diverse di volumi diversi senza dover lavorare tra gli scaffali; il che è una possibilità davvero entusiasmante. Ma se dovessimo organizzare la ricerca su modelli interpretativi ben definiti o analisi classificate, che facciamo, prendiamo penna e foglietto?

 

 

Ripensare la testualità

 

Buona parte della tesi di McGann lavora sul documento testuale come unità di informazione organizzata, facente parte del macrosistema elettronico della rete . Tant’è che l’autore definisce il testo come “una gerarchia ordinata di una rete di contenuti”, convertibile in formato digitale tramite i linguaggi di marcatura (SGML, TEI), ovvero le ipergrammatiche che consentono al computer di capire e codificare i testi.

Ripensare la testualità in relazione alle risorse digitale significa per McGann mettere a fuoco sotto una nuova lente almeno un paio di questioni metodologiche. La prima è la considerazione “grafica” del testo. A tal proposito si parla di testo come codifica interpretativa variabile a seconda della propria struttura grafica: ovvero, una poesia scritta a penna su un quaderno a righe, battuta a macchina su un foglio a stampa o al computer sul monitor in caratteri digitali non è sempre la stessa cosa, in quanto cambia la sua direzionalità grafemica. La struttura dinamica di un documento testuale sta nella serie significativa di aspetti grafici fondamentali (spazialità testuale, configurazione lineare, topologia, unità atomica del documento, forma del testo), che rappresentano l’intenctio operis tramite la codifica esplicita del linguaggio testuale. McGann prende come esempio il caso storico della poesia “Stanzas to the Po” di Byron, manoscritta nel 1819, ristampata venti anni dopo con una nuova metrica ABAB che ne riscoprì l’importanza sintattica (parla in questo caso di “esplicare le risorse grafiche del linguaggio”).

In merito a questo primo punto, si può sottolineare la completezza d’analisi di McGann per ciò che riguarda la parte storica, con riferimenti precisi e puntuali a edizioni a stampa (ed anche elettroniche) di poesie e testi letterari, sui quali l’autore ha lavorato e sperimentato forme nuove di “rappresentazione”, più che di “ricerca”. Se restiamo infatti in un’ottica prettamente semiotica, la tesi di McGann non fa una piega. A livello di significanti, una poesia scritta sulla sabbia con un’asticella di legno ed una scritta al computer con un word processor che organizzi la metrica e componi caratteri uguali a sé stessi, sono effettivamente due opere diverse nella loro manifestazione. A livello scientifico, però, insorgono dei problemi, per parlare dei quali è necessario introdurre il secondo punto delle questioni sollevate dall’autore in merito alla testualità ripensata.

Questo punto riguarda la deformazione e annessa interpretazione del testo letterario assistite dal computer. C’è da dire che McGann lavora molto sugli strumenti utilizzati per spiegare questa parte della sua tesi e, con un robusto percorso che parte dal “Convivio” di Dante per arrivare alle avanguardie contemporanee, riesce a collocare in spunti critici, tanto ostici quanto ben sottolineati, le sue riflessioni metodologiche. Il punto di partenza è quello dell’ “uso performativo delle risorse espressive impiegate”. Con questa espressione, McGann fa riferimento alle strutture di rappresentazione delle opere letterarie o d’invenzione in generale, per le quali le modalità di interpretazione non possono prescindere dalla considerazione “grafica” del testo; parla in tal proposito di lettura a ritroso, deformazione linguistica, tessitura lessicale, stratificazione metrica, tutti processi utilizzati dalle scienze umanistiche già prima dell’avvento del computer.

Allora McGann si chiede quale può essere il contributo di quest’ultimo, a queste fette metodologiche della disciplina, e parte da alcuni esempi. Prende la poesia “Trees” di Joyce Kilmer e “The Snow Man” di Stevens. Della prima, dopo aver introdotto un breve contributo interpretativo secondo il modello accademico, compie una sostituzione terminologica tramite word processor ed ottiene che, sostituendo il termine “donna” ai termini “albero” ed “essere umano”, la poesia “si svela con un click”, esplicando il proprio significato implicito e sbloccando le analogie dei propri sostantivi. La poesia di Stevens, invece, la traspone su una pagina Word e la “giustifica”, annullando la metrica e compiendo la deformazione testuale di cui sopra; una volta giustificata, sono possibili operazioni quali ordinare le parole per ordine alfabetico, in modo di trovare le assonanze linguistiche che più ricorrono, oppure isolare i verbi dai sostantivi, per vedere quella che lui chiama “abitabilità” dei termini nel contesto grafico dell’opera.

Che dire. Gli esempi riportati da Jerome McGann sono a loro modo delle emulazioni al computer, ovvero affascinanti protesi elettroniche delle metodologie canoniche degli studi umanistici, ed in merito a ciò verrebbe a tutti viene da pensare quanto sarebbe stato più piacevole se a scuola, anziché appuntare, sottolineare e scribacchiare con la penna sui libri o con il gessetto sulla lavagna, avessimo avuto un word processor che faceva tutto con un paio di click. Forse il discorso di McGann in merito alle teorie quantistiche dei metodi strutturalisti vuol dire solo una cosa: il potenziale c’è. La ricerca umanistica assistita dal computer può intervenire laddove occhio e matita non arrivano; ne fa un validissimo esempio con i programmi di alterazione elettronica dell’immagine quali Photoshop, che possono “scannerizzare” chirurgicamente opere d’arte, rivelandone configurazioni e forme peculiari. Tant’è che queste metodologie sono saldamente in uso presso musei e dipartimenti di ricerca artistica di tutto il mondo.

La domanda da porsi è un’altra, in merito all’analisi testuale assistita dal computer. Perché insistere sull’emulazione a ritroso dei metodi umanistici ormai consolidati, e non dirottare sulla creazione ex novo di opere testuali al computer? Non sarebbero per conto loro interessanti, in un’ottica umanistica, eventuali opere “elettroniche ed ipertestuali” assolutamente possibili oggi? Si parla di poesie, di racconti o saggi scritti “rizomaticamente”, in rete, con più autori che partecipano alla loro creazione in tempo reale senza i vincoli dell’edizione a stampa. Prendere tot romanzieri contemporanei e far scrivere loro un romanzo a puntate in rete, dove l’utente può navigare tra i capitoli scegliendo il percorso come nei book-game o in alcune storie a fumetti. Far scrivere a tot poeti una poesia interattiva in rete dove di volta in volta si inseriscono nuove rime e metriche diverse. Mettere un portale in mano a tot autorevoli professori che compilino nel tempo un saggio critico ipertestuale su una determinata opera. Mai “editorialmente concluso”, come il cd o l’enciclopedia in volumi. Del resto, cos’è il computer se non una tecnologia della creazione?

Il problema epistemologico sta anche nel fatto che, in questi primi decenni della sua vita, il computer si propone come tecnologia della rimediazione, dove tutte le attività scientifiche ed umane vengono riciclate e traslate in formato elettronico e leggibile su schermo. Ogni disciplina, matematica, biologica, architettonica o quantistica che sia, viene facilmente “sistemata” sul computer. Perché no, dunque, anche le scienze umanistiche? Se la domanda è questa, allora il contributo di Jerome McGann è uno sforzo lucido ed ammirevole che guida la ricerca umanistica verso strade da lui collaudate e spiegate. Se la domanda non è questa, allora, servono dei controesempi pratici e, di nuovo, Jerome McGann ne ha giusto un paio da mostrarci.

 



Agostino Tulumello, Senza titolo, 2005

 

Qualcosa di autentico: l’Archivio Rossetti e Il Gioco di Ivanhoe

 

L’Archivio Rossetti è un progetto umanistico sul quale McGann ed i suoi collaboratori cominciarono a lavorare nel 1993, con l’intenzione di raccogliere, classificare e collegare tutti i materiali (accademici e non) riguardanti l’omonimo autore. L’archivio è di stampo ipermediale (lo stesso Rossetti lavorava con testo e immagini insieme) e, per quanto riguarda la parte meramente tecnica, il suo inserimento online non è avvenuto se non dopo aver raggiunto i 10'000 file codificati elettronicamente. Il progetto è quello di integrare le procedure dell’edizione critica con quelle del lavoro documentale; senza dubbio, avere un portale tematico ben messo in piedi aiuta ciò. Due sono gli strumenti di lavoro messi a disposizione dal team di McGann: un editor, che filtra i documenti da utilizzare nelle ricerche ed organizza i contenuti per insiemi di quaderni creabili dal ricercatore; ed un programma, “Inote”, un linguaggio di marcatura speciale per testo e immagini che permette di scrivere ipertesti personalizzabili (appunti, tesine, ecc.), traccia la storia analitica delle ricerche compiute (ad esempio memorizza i cambiamenti o le correzioni che effettuiamo sui documenti letti/raccolti/confrontati) e, soprattutto, consente la creazione di metadati, rendendo l’archivio una struttura sempre aperta.

L’archivio Rossetti è senza dubbio un progetto di lavoro umanistico compiutamente informatizzato, che utilizza le caratteristiche della rete (ipertestualità, multimedialità ed interattività) strumentalizzandole ai fini della ricerca umanistica. Sottolinea come, nell’enorme potenziale  del “tutto e subito, per tutti, senza distinzione” proprio del web, è possibile organizzare i materiali e ripulirli dal caos informativo che li conteneva, per averli disponibili al pieno delle possibilità del computer. Certo, l’Archivio Rossetti è un progetto editoriale fine a sé stesso ma dimostra come, da un punto di vista teoretico, si può fare un lavoro migliore con sforzo minore, rendendo il percorso critico metanarrativo, trasparente, collaborativo, trascendendo l’edizione del “centro autorevole” di cui sopra si faceva dibattito.

Più interessante (quanto difficile magari da spiegare a parole) è “Il Gioco di Ivanhoe”, altro esperimento critico provato “in laboratorio” dall’autore, stavolta con i suoi studenti. L’obiettivo, stando a McGann, è quello di rendere esplicite le assunzioni critiche sconosciute dalla convenzionale pratica interpretativa, e di farlo seguendo l’approccio del gioco. Dunque ci sono degli attori, delle regole ed uno spazio di gioco. Gli attori sono gli studenti-ricercatori: essi devono scegliersi un punto di riferimento interno al testo (un capitolo, una scena, ecc.) e, da lì, cominciare a pensare come e dove riscrivere (modificare, deformare) il testo stesso. Un po’ come nel gioco del Monopoli, dove puoi costruire e vendere solo sulla zona dove stai sostando. Le regole sono semplici: tutte le mosse (interventi sul testo) effettuate devono essere esplicite agli altri giocatori, ed ogni giocatore ha l’obbligo di creare un archivio delle proprie mosse, accessibili e documentate a tutti. Lo spazio di gioco è il testo di Ivanhoe trasposto su computer, ed organizzato in nodi di azione, tanti quanti sono i giocatori. Questi nodi sono siti nelle zone testuali scelte dai giocatori presenti. Si ha un ipertesto, insomma. Il computer dispone di un programma che raccoglie ed elabora tutte le mosse, costruendo così veri e propri schemi di “percorsi ipertestuali” messi in piedi dai giocatori. Tutto qui.

Come gioco, quest’esperimento di McGann si lascia spiegare con piacevole interesse, e nel capitolo ad esso dedicato si ha in certe pagine un vero e proprio manuale da gioco in scatola. L’autore sottolinea come l’esperimento critico miri a sperimentare una nuova forma di conoscenza sull’asse opera letteraria – tecnologia digitale – gioco, puntando più sui contenuti che non sul significante testuale. È una ipotesi di lavoro stimolante, alternativa. Non necessaria, certo. Immaginate un gioco simile con I Promessi Sposi: un giocatore legge e naviga soltanto nei capitoli dove c’è Renzo protagonista; un altro opera solo nei capitoli dove c’è Don Abbondio ed un altro ancora solo in quelli dove c’è Lucia in famiglia. Ci si potrebbe concentrare sui dialoghi con gli altri protagonisti (ad esempio: il giocatore che “usa” Renzo registra in archivio tutte le battute dove un terzo personaggio cita Lucia o don Abbondio, e gli altri giocatori a loro volta possono consultare queste battute messe in archivio nel programma di gioco). Si, sarebbe una forma originale per fare determinate ricerche testuali e contenutistiche assistite dal computer, ed assieme ad altri studenti. I professori cosa ne pensano? Tentare nuoce?

 

 

Prospettive

 

Le conclusioni sul libro di Jerome McGann sono facilmente condivisibili con l’autore stesso: la ricerca accademica in ambito umanistico può e deve sperimentare le tecnologie informatiche per assistere le proprie metodologie. Altre discipline non matematiche come la sociologia, le scienze politiche, la psicologia, la giurisprudenza, gli studi sugli audiovisivi ecc. hanno assunto l’assistenza della rete subito e bene. Se si aspetta che un Ministro o un Autorevole Docente o chi per lui si presenti ad un qualche convegno continentale varando la formula giusta per studiare i testi letterari al computer, tanto vale non togliersi i paraocchi e continuare a galoppare per la stessa strada. Il contributo di McGann, per quanto problematico, sollecita la ricerca accademica oltre la rimediazione informatica, ed in favore della sperimentazione metodologica. Capire la ricerca strutturata al computer comporta una intelligenza critica disciplinata, ed è oggettivamente difficile trascendere gli standard imposti dal mondo accademico, per spostare le risorse umane al mondo della rete. Eppure, le volontà iniziali ci sono state, a loro tempo, come ricorda McGann stesso: nel 1993 (data da lui indicata come inizio dell’informatica umanistica) in America aprirono decine di migliaia di siti indipendenti, messi in piedi da ricercatori e docenti universitari, che ciascuno a modo suo creava piccoli portali online su autori o discipline di loro competenza; poi tutto svanì, sotto l’indifferenza e di studenti e di corpi docenti.

Penso che la tesi di McGann sulle sperimentazioni informatiche di nuove metodologie di ricerca collaborativa sui testi umanistici sarà ripresa e rinforzata oggi, alla fine del decennio. La rete è una tecnologia determinata dal proprio momento storico. In questo suo periodo si stanno raffinando legislature e strutture di contenuti molto più sofisticati di quanto non lo fossero nel 1993 o anche nel 2002, quando La letteratura dopo il world wide web è stato scritto. Per non parlare dell’integrazione accademica, almeno per le procedure burocratiche. L’occhio di riguardo andrebbe al versante editoriale del lavoro di McGann: l’editoria in rete è qualcosa di più del semplice “mettere un sito online”; è il potenziamento dell’editoria tradizionale, ed in questo senso il libro cartaceo non può che guadagnarci, in termini soprattutto di organizzazione dei contenuti. Il rischio è tutto lì, di passarsi la palla “tra le linee”, tra convenzione accademica e sperimentazione metodologica, magari a volte si procede un po’ oltre e si cade in fuorigioco, ma che importa, la partita è lunga.

 

 




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