LE VIE DEL RACCONTO
GIULIO MARZAIOLI
 


Santa Barbara

 

 

 

Santa Barbara nacque a Nicomedia (oggi Ismit o Kocael in Turchia) nel 273 d.C.. Tra il 286-287 si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia a seguito del padre Dioscoro, fanatico pagano e  collaboratore dell'imperatore Massimiano Erculeo. Quest'ultimo gli aveva donato ricchi e vasti possedimenti in Sabina. Dioscoro fece costruire una torre per difendere e proteggere Barbara durante le sue assenze. Il progetto originario prevedeva due finestre che diventarono tre (in riferimento alla croce) secondo il desiderio della ragazza, a dimostrazione della sua conversione. La tradizione afferma che proprio nella vasca Barbara ricevette il battesimo per la visione di San Giovanni Battista. La manifestazione di fede di Barbara provocò l'ira di Dioscoro; per sfuggire a quest'ultimo, Barbara si nascose nel bosco dopo aver danneggiato gran parte delle statue degli dei pagani della sua villa. La tradizione popolare scandrigliese afferma che essa si rifugiò in una nicchia scavata all'interno di una roccia e fu trovata per la delazione di un pastore. Dioscoro la consegnò al prefetto Marciano con la denuncia di empietà verso gli dei e di adesione alla religione cristiana. Durante il processo, iniziato il 2 dicembre 290, Barbara difese il proprio credo ed esortò Dioscoro, il prefetto ed i presenti a ripudiare la religione pagana per abbracciare la fede cristiana: fu così torturata e graffiata. Il giorno dopo la Santa fu esposta alla prova del fuoco. Il 4 dicembre, letta la sentenza di morte, Dioscoro prese la treccia dei capelli e vibrò il colpo di spada per decapitarla. Il cielo si oscurò e un fulmine colpì Dioscoro. Santa Barbara è invocata come protettrice contro i fulmini e la morte improvvisa; è protettrice di minatori, artificeri, artiglieri, vigili del fuoco e carpentieri.

 

 

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“Perché mi guardano dal basso, padre? Perché sono così in alto?”

Dicono che il segreto sia nel respiro, che bisogna tarare il fiato, misurare bene quanto fiato entra nella distanza. Un respiro che duri tutta la distanza che separa il campo base dalla propria casa. Nei mesi ci si accorge che il fiato non è mai abbastanza.

In cantiere non c’è neanche il tempo per entrare. È come se fosse un villaggio, un paese. Non una città: la città ha modo di formarsi per gradi: gli stabilimenti industriali, le prime abitazioni, la periferia...in cantiere si entra, le scarpe si sporcano subito e non ci sono asfalti.

Il cantiere è terra. Terra e fango, nelle giornate di pioggia. 

Gli uffici sono dominio della polvere. Per chi non è operaio l’onore della polvere si prova sulle mani. Le scrivanie ne sono interamente coperte: un velo sottile che attende mani da sporcare. Non è il caso di andare per il sottile e domandarsi se qualcuno pulisce. In effetti ogni giorno si fanno le pulizie, ma la polvere è più forte, è più radicata delle abitudini.

La polvere entra ovunque e attraverso qualsiasi interstizio delle baracche. È un lusso avere polvere fresca ogni mattina.

Tutto è di terra: le mani, i mobili, i fogli bianchi. Se il vento si alza tutto sembra passato sotto sabbia. Il rischio è che dal basso, dalle scarpe sporche di fango, si dia inizio ad un lento ma inesorabile interramento dei liquidi corporei, sino a diventare come statue.

“Perché sono qui, che mi si può spaccare? Se cado posso spaccarmi, vero? Non è come scendere. Padre? Mi ascolti?”.

Gli operai hanno le tute. Si possono sporcare. Sono sui marciapiedi attorno alla mensa, sui gradini delle scale esterne alle camerate, seduti sui muretti. Guardano chi passa come sugli scogli si aspetta il tuffo per far esplodere l’applauso.

Tutti mangiano nella stessa sala. Alcuni parlano di figlie e mogli lontane, così lontane che nei tre giorni al mese concessi per il rientro a casa (a casa tornano in treno, si risparmia sull’indennità di trasferta) c’è soltanto il tempo di mettere a lavare i vestiti sporchi, prendere quelli stirati e salutare.

In cantiere si lavora anche il sabato e la domenica, ma con meno convinzione, come se fosse vacanza ed il lavoro un passatempo.

Nel passatempo di un fine settimana si spiana il rilevato, uno strato di materiale sul quale sarà posto l’asfalto per la sede stradale.

Ai lati del tracciato alcuni operai predispongono i tubi di cemento per il convogliamento delle acque piovane. Tubi nei quali la pioggia scorrerà e potrà sgorgare come un ruscello. Svolgono il proprio lavoro in silenzio, passandosi frazioni di tubo di mano in mano. La strada è immersa in un bosco e scendendo a valle i macchinari, la strada in lavorazione, gli operai che lavorano, tutto è parte dello stesso disegno. Il tubo di convogliamento è quasi terminato. Chi lo posa sul terreno guida con le proprie mani la pioggia.

Dall’altro lato della vallata si trova un imbocco di galleria. Posata in alto sulla prima trave, un’edicola ospita la statua di Santa Barbara. La Santa è troppo piccola, dal basso, perché se ne possa vedere il volto con precisione.

“Sono stanca, padre. Non c’è silenzio per dormire. Sono entrati tutti padre? Entrate, entrate tutti e non alzate lo sguardo, vi prego”.

Può una Santa pregare gli uomini? Tradizione e scaramanzia vogliono che non si inauguri il cantiere e non  si scalfisca il fronte di scavo se non è presente la statua della Santa.

Si direbbe disegnato un sorriso malinconico, nel volto di ceramica della statua. Il contrasto tra l’imponenza dello scavo e la fragilità della Santa provoca uno strano moto di solidarietà nei confronti della veglia perenne di Barbara. O, come si vuole immaginare, Santa. 

“Non posso dormire, non posso. Provo a ricordare il mare, a contare le onde, ma se alzo lo sguardo se ne accorgono e si alza il vento, le baracche tremano”.

Per cena la mensa è molto più grande. Gli operai e gli impiegati del luogo tornano alle proprie case.

Chi resta diventa intimo con le tavole e con i vassoi di plastica dove, stando attenti, entra anche la frutta tra piatto, bicchiere e posate. Si potrebbe considerare la propria cena, se non avessero tutti gli stessi vassoi, le stesse posate e la stessa frutta. Alcuni operai portano in grosse taniche un vino che ha il sapore del loro paese. Non sarebbe permesso portare vino a mensa, ma la nostalgia non rientra nei regolamenti.

“Ti ricordi quando bagnavi un chicco d’uva nel vino…“sono la stessa cosa”. Te lo ricordi, padre, cosa dicevi? “La stessa cosa””.

Quando la cena finisce conviene far finta che sia notte. Il campo base è illuminato da grandi lampioni. Gli operai lavorano ventiquattro ore su ventiquattro, fanno i turni. Dopo cena conviene il sonno, in un cantiere a ciclo continuo.

Le pareti delle baracche sono tanto sottili da poter condividere la notte con il vicino di stanza. Le finestre, alte mezzo metro da terra, affacciano sugli pneumatici delle automobili. Si crea un intimo equilibrio tra il campo sempre illuminato e gli alloggi, nei quali è sempre notte, per il sonno e per la conquista di una dimensione minima di riservatezza. Una strenua resistenza agli pneumatici che obbliga a tenere buie le stanze anche di giorno.

Dopo cena alcuni partono su automobili lucide verso la città. Parlano delle figlie non ancora signorine, ma hanno troppo profumo sul viso per ricordare, almeno per un sera, l’odore di casa. Racconteranno del paese lontano, della famiglia. E raccontando, per qualche istante, potranno dimenticare.

“Io non ero così, prima. Io ero Barbara e sognavo il mare, Santa mi hanno voluto loro. Mi piaceva tanto il mare, l’avevo visto solo una volta. Da qui non si vede mai, bisogna chiudere gli occhi e ascoltare la pala che fa il cemento. Va avanti e indietro, avanti e indietro… se chiudi gli occhi sembra il rumore delle onde”.

Ci si addormenta così, nelle baracche. Avanti e indietro, avanti e indietro… sull’altro lato del campo, a pochi metri di distanza, si ergono le torri dell’impianto di betonaggio dove, senza interruzione, si produce cemento.

Il suono delle terre mescolate è sordo e continuo. Lentamente si impastano i sogni. Ad intervalli fissi si aziona la pala che carica e arretra, annunciata dal cicalino. Avanza, rimuove e arretra. Suono di sirena. Avanza, rimuove… nel sogno si insinua il mare, il fruscio della risacca, l’onda che bagna la riva, scuote la rena, torna nel nulla.

Anche le isole hanno un santo protettore e quasi sempre, d’estate, barche in processione lo ricordano ai turisti. Tutte le notti camion pieni di cemento e illuminati dai cicalini sfilano all’imbocco della galleria, in processione.

Di notte spesso si alza il vento e scuote la baracca più di quanto facciano le onde scaturite dalle esplosioni per lo scavo. Sbatte e agita le pareti come avesse grandi mani.

È tipico delle isole essere in preda ai venti. La natura ricambia così l’intrusione dell’uomo nei suoi segreti. Alcuni dicono che il vento si alza quando Santa Barbara guarda l’orizzonte anziché l’imbocco della galleria. Si è al centro di un sistema decisamente più ampio di quattro pareti.

La statua di Santa Barbara è fissata alla base, non può cadere.

Alle volte è più difficile dormire, se i mezzi lavorano vicino ai dormitori e il canto di sirene diventa suono di mille cicalini.

Anche rimanendo sulla riva si crea un legame con il filo di luce che unisce due punti della notte, al largo. La fila di lampare. Condividere lo stesso tempo e la veglia è comunque una scelta, non è più attesa e non è solo distanza. Ascoltare i cicalini e resistere al sonno fa sentire più vicini gli operai, quando il destino ha assegnato una vita ancorata alla scrivania.

Davvero impoverisce, non saper pescare. Essere in un cantiere per non sudare.

“Vorrei solo dormire ed essere cullata, come su un’onda. E scivolare”.

Il sonno prevale sempre sulle intenzioni. La mattina, all’uscita della baracca, le scarpe, ripulite la sera precedente, si sporcano con riconoscenza. Chi rimane a riva, il mare lo conosce dai racconti dei  pescatori.

In galleria un grosso bisturi meccanico ha posato una vertebra chiamata centina a sostegno del corpo vuoto del foro. Il parto di un enorme animale nel cuore della montagna avviene assemblando i pezzi. Ciascuno fa il proprio lavoro. Quando non può farlo, perché in pausa o a riposo, ne parla e continua a pensarlo.

Il lavoro principale è costituito dallo scavo delle gallerie. L’imbocco di un cunicolo che penetra sino a una falda acquifera è la porta dei sogni. Dal fondo sgorga continuamente acqua liberata dalla propria bolla di sospensione, all’interno della roccia. È un invito a cercare la fonte, una sete che si colmerebbe soltanto interrandosi nel cuore della montagna, come una sorta di salma bevitrice.

Addentrandosi l’aria si fa sempre più solida sino al fronte, vocabolo che indica il limite dello scavo e che non stona neanche nel significato più comune. La linea di combattimento con la materia ha un aspetto falsamente spettrale. Il muro che la montagna oppone sembrerebbe non offrire altro che un silenzio impenetrabile. Eppure, avvicinandosi bene alla parete, si apre una profondità ulteriore. C’è qualcosa dietro e ancora più dietro fino raggiungere l’esterno, sull’altro versante.

“Non sono io, non sono”.

Per ogni metro di scavo sarebbe da preservare un sasso, un mucchio di terra, il filo d’acqua a lato della scavatrice. L’assenza del ricordo, della sua possibilità, è la vera ferita. Ciò che sarà fatto rimarrà nel tempo. Di ciò che è tolto non rimane traccia. Neanche il fossile di una conchiglia. Dell’isola non rimane niente.

Quando non si può procedere con l’escavatore per violare le profondità della roccia, quando si devono brillare gli esplosivi, il niente ha un suono sordo e imponente che vibra nelle finestre e sotto i piedi. Il sangue risponde sempre all’esplosione, pulsa con un’intensità maggiore e nel petto si trattiene la sorpresa. Nel tempo di avvertire la scossa si è già formato un cumulo di terra, proprio sotto la calotta della galleria. Prima di poterne vedere il profilo trascorrono ore che vengono coperte dalla polvere provocata dall’esplosione.

Per ragioni di sicurezza nessuno può rimanere vicino alla zona della volata. Nome leggero, quasi impalpabile con il quale viene indicato il posizionamento degli esplosivi, sul fronte. Se pure vi fosse volo nessuno potrebbe riferirne per averlo provato da vicino.

“Mi fanno tremare, padre, mi fanno tremare la terra sotto. Non farmi cadere, padre mio. Loro non sanno, non sanno che se cado posso spaccarmi”.

Quando gli esplosivi brillano nessuno può sentirsi al riparo. Comunque la terra è sfidata e non ha alcuna possibilità di resistenza. È offesa dal suo interno e nella sua impotenza cova rancore; i legami della terra con i corsi d’acqua che scorrono a lato della galleria, con il vento che entra dalla valle aperta alla tramontana e con la pioggia e la neve che possono cadere per settimane… i legami della terra ci sono sconosciuti.

Fuori ci sono le baracche, gli operai in pausa. Pescatori sugli scogli. Ciascuno ad affondare il proprio amo.

Per tutti c’è un mare lontano, dove puoi vedere sotto, nei giorni di calma, come nei presepi sommersi: la padrona di casa, la figlia non ancora signorina, il figlio più piccolo. E un posto vuoto.

La vita in un cantiere comporta che si dorma in cantiere, si lavori in cantiere, si mangi in cantiere. Il raggio di allontanamento è comunque limitato dal dovere del rientro. Tutt’attorno il mare, che si innalza in montagne e sprofonda in valli, detta il ritmo di una martellante ripetitività.

Sul piazzale un escavatore allunga il braccio meccanico su un cumulo di terra per raccogliere materiale da deporre al lato. Sorgerà poi un muro di contenimento, a lato del quale sarà asfaltata una strada circondata dal verde. Il braccio meccanico fa il suo lavoro con cura, quasi con grazia. Nell’intreccio di forze impiegate dal mezzo, dall’operaio che lo controlla e dal terreno che sostiene c’è un punto di equilibrio che ricorda l’immagine perfetta, l’immagine di un ricamo fatto a mano. Si scorre nel tempo mentre lo spazio si modifica attorno.

Se non si è operai basta poco per sentirsi inutili e un escavatore è già molto.

“Non si finisce mai, è sempre terra da rifare. Perché questo supplizio, padre, perché non soffocarmi in una frana, rovinare questa altezza…”.

Sopra l’imbocco la statua di Santa Barbara sembra irraggiungibile. Soltanto il sentimento può salire, un sentimento di paura che forse gli uomini nascondono. Le donne no. E alcune scrivono alla Santa:

Ho sempre paura. Ogni istante della mia vita ho paura. Per me, per i miei figli, per mio marito. Lui e il maggiore scendono ogni giorno in miniera. E' bello il mio primo figlio, è biondo, ha gli occhi azzurri come il cielo. E' bello come un angelo. Eppure il suo lavoro è dentro un buco sottoterra, all'inferno. E l'inferno ce l'ho anch'io, ogni giorno, ma è dentro il cuore. È una sensazione terribile. Soprattutto perché non ti abbandona mai. A volte si scatena da sola, improvvisa. Allora ti attorciglia lo stomaco, ti soffoca. Altre volte un suono o il silenzio, un grido, un segnale come le porte aperte dell'ambulatorio della miniera o la sirena la mutano in terrore. Allora rimani come paralizzata, il cuore di ghiaccio, la fronte sudata. Altrimenti, sta lì, tutto il giorno, annidata come una serpe alla bocca dello stomaco, dà un'uggia continua. Ti sfinisce. Finché mio marito e mio figlio continueranno a scendere in miniera. Nero è il carbone, nera è la terra che ti ricopre, nero è il cuore di chi aspetta fuori un corpo senza vita. Magari il corpo di una angelo, quell'angelo a cui hai asciugato le lacrime, medicato le piccole ferite, accarezzati i capelli, accompagnato a scuola. quell'angelo che hai portato in grembo. Ho paura per lui, compagno di tutta una vita.  Lo guardo avviarsi a lavoro con il suo pentolino e quel cappello sempre un po' sghembo sui capelli spettinati...

Entrando nel cunicolo l’acqua scorre veloce a causa dell’inclinazione. Arriva sino al polpaccio e gli stivali non sono sufficienti a proteggere dagli schizzi.

Il cunicolo è attraversato da grossi tubi che convogliano aria per la ventilazione. E’ rilevata la presenza di gas. Ai lati, a ridosso dei bordi di calcestruzzo, sono posasti scogli provenienti dallo scavo.

Addentrandosi ciascuno è davvero solo. Non c’è niente, qui, che disturbi. Niente di esterno. Non esistono distanze. Il cunicolo, davanti e dietro il proprio passo, è identico e perfetta sintesi del tempo. Possono racchiudersi passato e futuro. Camminando non si ha percezione del presente.

“Scavano, scavano, senza neanche sapere dove. Se non fosse per l’acqua. Se solo provassero a guardarsi nelle vene. Ce l’hanno nel sangue, la terra. Ti ricordi il mare? Padre?”.

Lo scorrere dell’acqua è l’unica variante. Ha un verso.

I confini di un cantiere sono limiti superabili solo crescendo nel suo interno. Provando a uscirne si è costretti al rientro. È gonfiandosi fino ad esplodere che il cantiere cede, si arrende. Ma è vittoria di una battaglia, non è guerra. Come una nuvola che si ingrossa d’acqua per sconfiggere la polvere e la terra, sapendo di dover ricominciare.

La tradizione vuole che Santa Barbara sia anche la protettrice dei pescatori nei giorni di cattivo tempo, perché governa i fulmini e la tempesta: Santa Barbaredda, / affacciata a la finestredda / carmàti ‘sta timpesta; / mannàtila unni ‘un cc’è suli, / unni ‘un cc’è luna, / unni ‘un cc’è nissuna criatura.

Il cantiere è un’isola.

“Mi mancano le tue mani, padre, e il mare. Per questo prego ancora, perché possa addormentarmi e nei sogni possa tornare la tua bambina, che tu mi stringa la mano sulla spiaggia e mi protegga dalla paura delle onde. Io sono soltanto Barbara, Santa mi volete voi”.

E poi un giorno si confonde all’altro. Non essendoci barche a traghettare il tempo, ogni giorno si ripete più polveroso del giorno precedente. Ciò che si fa appartiene alla terra e soltanto le parole scambiate fanno sì che ci sia una distinzione dalla materia grezza.

Si parla di tanto che non appartiene, la propria vita rimane a casa. Spesso si parla ad alta voce. Il tono di voce decisamente alto usato da alcuni operai non è dovuto alla mancanza di limite, bensì al fatto che quelli sono i minatori, ovvero uomini abituati al frastuono dell’escavatore e al rimbombo dell’esplosivo. Ché per farsi ascoltare, in galleria, bisogna urlare e un minatore è minatore comunque, anche in superficie.

Un minatore è sempre in guerra con la terra e con l’oscurità. Anche per festeggiare la Santa non si può fare a meno che i timpani tremino.

Nel giorno consacrato a Santa Barbara, il 4 dicembre, viene celebrata la messa all’interno della galleria e alla fine della funzione si esplodono i petardi. I minatori sorridono, le mogli e i figli si coprono le orecchie. Poi tutti vanno ai tavoli a mangiare e a bere, si danza dentro la terra e per un giorno la terra è leggera.

“Hai visto come sono bella, oggi? Oggi non lavorano, è tutto fermo. Entrano soltanto per me. Sono bella, padre? Portami a ballare con loro, prima che l’acqua cresca. Fammi girare, fammi girare fino a cadere…”.

Per un giorno rimane soltanto la statua della Santa a vegliare. E a tacere sulle infiltrazioni d’acqua, mentre sogna il mare.

Una mattina capita di svegliarsi con la notizia di un fornello, ovvero il cedimento di una porzione della calotta all’interno della galleria. Blocchi di cemento, o di terra mista a cemento, si staccano dal rivestimento e piombano a terra.

Nel migliore dei casi alza polvere e la voce dei minatori presenti, che inveiscono verso l’alto, che si tratti di montagna o cielo è indifferente. Solitamente le cause sono da ricondursi a fatalità o errore umano. Alcune volte a infiltrazioni d’acqua.

Altre volte, per tragica casualità, potrebbe trovarsi un minatore sotto il fornello. In questi casi, nei giorni successivi alla tragedia, si diffonde un silenzio condiviso tra tutti gli abitanti del cantiere, minatori, operai ed impiegati. In questi casi ciascuno porta il lutto come se una parte di sé fosse rimasta tra le macerie.

Dopo qualche giorno il lavoro riprende e rimane qualche articolo sul giornale e la cessione di un’ora di stipendio alla famiglia del minatore scomparso.

“Che potevo fare io? Io sono soltanto Barbara, Santa mi vogliono loro. È vero padre? Padre, è vero?”

Una vita spesa sottoterra viene ripagata con messaggi di cordoglio. E un’ora di stipendio.

“Che potevo fare io?”

I lavori, comunque, non si fermano mai. Dalle baracche dove sono collocati gli uffici si possono osservare le opere di superficie. Anche per costruire strade bisogna entrare nella terra, bisogna affondare i piedi perché le gambe tengano, enormi pilastri di cemento conficcati al suolo in enormi fori chiamati pozzi.

Prima che l’escavatore si spinga troppo avanti e cada nel pozzo qualcuno lancia un urlo. Nel pozzo si getta un sasso, per esaudire un sogno. Nel pozzo si getta un sasso per non tornare.

“Nel pozzo ho gettato un sasso, padre mio, ricordi? Quando giocavamo assieme e portasti la tua barbara bambina a bere l’acqua buona. Se tiri un sasso ti risponde il mare, così dicesti”.

Se tiri un sasso ti risponde il mare.

 

 

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note

 

- Il testo di Santa Barbara è stato scritto in occasione della permanenza presso un cantiere autostradale ubicato sull’Appennino tosco-emiliano. 

- La lettera in corsivo riportata in Santa Barbara è tratta dal volume La miniera a memoria, dedicato alla tragedia di Ribolla. Nel piccolo villaggio della Maremma, il 4 maggio 1954, si verificò la più grave tragedia mineraria italiana del secondo dopoguerra che causò la morte di 43 persone.

- Una prima stesura del testo è stata pubblicata sulle pagine del settimanale “Carta”, n. 28/2006.

- Dal testo di Santa Barbara Romina De Novellis (compagnia DENOMA) ha tratto liberamente spunto per la realizzazione dell’omonimo spettacolo allestito in vari teatri e festival.

 

 

notizia sull’autore

 

 

Giulio Marzaioli (Firenze, 1972) vive a Roma.

Suoi testi sono pubblicati su varie riviste cartacee e telematiche («L’Apostrofo», «Atelier», «La Clessidra», «Pagine», «Semicerchio», «La Rivista dell’Immagine»; «Re:»; «Smerilliana», «Poeti e Poesia», «Carta», «Poesia da fare, Quaderni (in www.cepollaro.it)», «www.retididedalus.it», «TriQuarterly», «I racconti di Luvi»; «SUD», «L’Ulisse», «Sirene - Johns Hopkins University Press») e in plaquettes (Edizioni Pulcinoelefante, M.me Webb, I Quaderni di Orfeo). E’ presente in opere collettive e antologie.

In poesia ha pubblicato:

- 2001, Elementi di fuga, breve silloge tradotta in Francia presso la collana Encres Vives a cura di Michela Landi e Jean Claude Villain; 

- 2003, arredo Metropolitano, a cura del Centro culturale “La Camera Verde”, con fotografie di Massimo Fusaro;

- 2005,  In re ipsa (Premio Lorenzo Montano), presso Anterem Edizioni;

- 2007, La stanza - opera in versi sulla filmografia di A. Tarkovskij, con fotografie di A. Anzellini, a cura del Centro culturale “La Camera Verde”;

- in corso di pubblicazione per Edizioni d’if Trittici, a seguito dell’assegnazione del Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2007.

Nel 2006, per Oedipus Editore, sono pubblicate le prose di Quadranti, da cui è tratta l’omonima opera con musiche di Luca Venitucci e regia di Manuela Cherubini.

Per il teatro ha scritto:

- 2002 Chiasmo;

- 2003 Riflesso;

- 2004 Metro;

- 2005 Sottopartitura;

- 2006 Fiori.

Da tali drammaturgie sono tratti allestimenti di teatro e teatro-danza rappresentati in vari festival e teatri in Italia e Spagna dalla compagnia DENOMA (www.compagniadenoma.it).

Nel 2006, a cura di Editrice  Zona, è pubblicato il volume Appunti del non vero, scelta dei testi scritti per il teatro.

Attualmente sta collaborando con la regista Manuela Cherubini (Psicopompoteatro) per l’allestimento di Ipogei (www.ipogei.com).

Con Graziano Graziani è ideatore e curatore di quad, antologia di drammaturgie contemporanee, il cui primo numero è in corso di realizzazione per i tipi de “La Camera Verde”.

Sue opere sono in corso di traduzione e pubblicazione in Francia, Germania.

Ha collaborato con artisti dai vari linguaggi espressivi e di varie nazionalità in eventi performativi ed installazioni. È inoltre curatore di eventi letterari, rassegne teatrali e incontri (recentemente presso Teatro Vascello e Teatro Eliseo, in Roma).

 

 

 




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