Santa Barbara
Santa
Barbara nacque a Nicomedia (oggi Ismit o Kocael in Turchia) nel 273 d.C.. Tra il 286-287 si trasferì presso la villa rustica di
Scandriglia a seguito del padre Dioscoro, fanatico pagano e collaboratore dell'imperatore Massimiano
Erculeo. Quest'ultimo gli aveva donato ricchi e vasti possedimenti in Sabina.
Dioscoro fece costruire una torre per difendere e proteggere Barbara durante le
sue assenze. Il progetto originario prevedeva due finestre che diventarono tre
(in riferimento alla croce) secondo il desiderio della
ragazza, a dimostrazione della sua conversione. La tradizione afferma che
proprio nella vasca Barbara ricevette il battesimo per la visione di San
Giovanni Battista. La manifestazione di fede di Barbara provocò l'ira di
Dioscoro; per sfuggire a quest'ultimo, Barbara si nascose nel bosco dopo aver
danneggiato gran parte delle statue degli dei pagani della sua villa. La
tradizione popolare scandrigliese afferma che essa si rifugiò in una nicchia
scavata all'interno di una roccia e fu trovata per la delazione di un pastore.
Dioscoro la consegnò al prefetto Marciano con la denuncia di empietà
verso gli dei e di adesione alla religione cristiana. Durante il processo,
iniziato il 2 dicembre 290, Barbara difese il proprio credo ed esortò Dioscoro,
il prefetto ed i presenti a ripudiare la religione pagana per abbracciare la
fede cristiana: fu così torturata e graffiata. Il giorno dopo la Santa fu esposta alla prova
del fuoco. Il 4 dicembre, letta la sentenza di morte, Dioscoro prese la treccia
dei capelli e vibrò il colpo di spada per decapitarla. Il cielo si oscurò e un
fulmine colpì Dioscoro. Santa Barbara è invocata come protettrice contro i
fulmini e la morte improvvisa; è protettrice di minatori, artificeri, artiglieri,
vigili del fuoco e carpentieri.
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“Perché mi guardano dal basso, padre? Perché sono così
in alto?”
Dicono che il segreto sia nel respiro, che bisogna
tarare il fiato, misurare bene quanto fiato entra nella distanza. Un respiro
che duri tutta la distanza che separa il campo base dalla propria casa. Nei
mesi ci si accorge che il fiato non è mai abbastanza.
In
cantiere non c’è neanche il tempo per entrare. È come se fosse un villaggio, un
paese. Non una città: la città ha modo di formarsi per gradi:
gli stabilimenti industriali, le prime abitazioni, la periferia...in cantiere
si entra, le scarpe si sporcano subito e non ci sono asfalti.
Il
cantiere è terra. Terra e fango, nelle giornate di pioggia.
Gli
uffici sono dominio della polvere. Per chi non è operaio l’onore della polvere
si prova sulle mani. Le scrivanie ne sono interamente coperte: un velo sottile
che attende mani da sporcare. Non è il caso di andare per il sottile e
domandarsi se qualcuno pulisce. In effetti ogni giorno
si fanno le pulizie, ma la polvere è più forte, è più radicata delle abitudini.
La
polvere entra ovunque e attraverso qualsiasi interstizio delle baracche. È un
lusso avere polvere fresca ogni mattina.
Tutto
è di terra: le mani, i mobili, i fogli bianchi. Se il vento si alza tutto
sembra passato sotto sabbia. Il rischio è che dal basso, dalle scarpe sporche
di fango, si dia inizio ad un lento ma inesorabile interramento dei liquidi
corporei, sino a diventare come statue.
“Perché
sono qui, che mi si può spaccare? Se cado posso spaccarmi, vero? Non è come
scendere. Padre? Mi ascolti?”.
Gli
operai hanno le tute. Si possono sporcare. Sono sui marciapiedi attorno alla
mensa, sui gradini delle scale esterne alle camerate, seduti sui muretti.
Guardano chi passa come sugli scogli si aspetta il tuffo per far esplodere
l’applauso.
Tutti
mangiano nella stessa sala. Alcuni parlano di figlie e mogli lontane, così
lontane che nei tre giorni al mese concessi per il
rientro a casa (a casa tornano in treno, si risparmia sull’indennità di
trasferta) c’è soltanto il tempo di mettere a lavare i vestiti sporchi,
prendere quelli stirati e salutare.
In
cantiere si lavora anche il sabato e la domenica, ma con meno convinzione, come
se fosse vacanza ed il lavoro un passatempo.
Nel passatempo di un fine settimana si spiana il
rilevato, uno strato di materiale sul quale sarà posto l’asfalto per la sede
stradale.
Ai
lati del tracciato alcuni operai predispongono i tubi di cemento per il
convogliamento delle acque piovane. Tubi nei quali la pioggia scorrerà e potrà
sgorgare come un ruscello. Svolgono il proprio lavoro in silenzio, passandosi
frazioni di tubo di mano in mano. La strada è immersa in un bosco e scendendo a
valle i macchinari, la strada in lavorazione, gli operai che lavorano, tutto è
parte dello stesso disegno. Il tubo di convogliamento è quasi terminato. Chi lo posa sul terreno guida con le proprie mani la pioggia.
Dall’altro
lato della vallata si trova un imbocco di galleria. Posata in alto sulla prima
trave, un’edicola ospita la statua di Santa Barbara. La Santa è troppo piccola, dal
basso, perché se ne possa vedere il volto con precisione.
“Sono
stanca, padre. Non c’è silenzio per dormire. Sono entrati tutti
padre? Entrate, entrate tutti e non alzate lo
sguardo, vi prego”.
Può
una Santa pregare gli uomini? Tradizione e scaramanzia vogliono che non si inauguri il cantiere e non si scalfisca il fronte di scavo se non è
presente la statua della Santa.
Si
direbbe disegnato un sorriso malinconico, nel volto di ceramica della statua.
Il contrasto tra l’imponenza dello scavo e la fragilità della Santa provoca uno
strano moto di solidarietà nei confronti della veglia perenne di Barbara. O,
come si vuole immaginare, Santa.
“Non
posso dormire, non posso. Provo a ricordare il mare, a contare le onde, ma se
alzo lo sguardo se ne accorgono e si alza il vento, le baracche tremano”.
Per
cena la mensa è molto più grande. Gli operai e gli impiegati del luogo tornano
alle proprie case.
Chi
resta diventa intimo con le tavole e con i vassoi di plastica dove, stando
attenti, entra anche la frutta tra piatto, bicchiere e posate. Si potrebbe
considerare la propria cena, se non avessero tutti gli stessi vassoi, le stesse
posate e la stessa frutta. Alcuni operai portano in grosse taniche un vino che ha
il sapore del loro paese. Non sarebbe permesso portare vino a mensa, ma la
nostalgia non rientra nei regolamenti.
“Ti ricordi quando bagnavi un
chicco d’uva nel vino…“sono la stessa cosa”. Te lo ricordi, padre, cosa dicevi?
“La stessa cosa””.
Quando
la cena finisce conviene far finta che sia notte. Il campo base è illuminato da
grandi lampioni. Gli operai lavorano ventiquattro ore su ventiquattro, fanno i
turni. Dopo cena conviene il sonno, in un cantiere a ciclo continuo.
Le
pareti delle baracche sono tanto sottili da poter condividere la notte con il
vicino di stanza. Le finestre, alte mezzo metro da terra, affacciano sugli
pneumatici delle automobili. Si crea un intimo equilibrio tra il campo sempre
illuminato e gli alloggi, nei quali è sempre notte, per il sonno e per la
conquista di una dimensione minima di riservatezza. Una strenua resistenza agli
pneumatici che obbliga a tenere buie le stanze anche di giorno.
Dopo cena alcuni partono su automobili lucide verso la
città. Parlano delle figlie non ancora signorine, ma hanno troppo profumo sul
viso per ricordare, almeno per un sera, l’odore di
casa. Racconteranno del paese lontano, della famiglia. E raccontando, per
qualche istante, potranno dimenticare.
“Io
non ero così, prima. Io ero Barbara e sognavo il mare, Santa mi hanno voluto
loro. Mi piaceva tanto il mare, l’avevo visto solo una volta. Da qui non si
vede mai, bisogna chiudere gli occhi e ascoltare la pala che fa il cemento. Va
avanti e indietro, avanti e indietro… se chiudi gli occhi sembra il rumore
delle onde”.
Ci
si addormenta così, nelle baracche. Avanti e indietro, avanti e indietro… sull’altro
lato del campo, a pochi metri di distanza, si ergono le torri dell’impianto di
betonaggio dove, senza interruzione, si produce cemento.
Il
suono delle terre mescolate è sordo e continuo. Lentamente si impastano i
sogni. Ad intervalli fissi si aziona la pala che carica e arretra, annunciata
dal cicalino. Avanza, rimuove e arretra. Suono di sirena. Avanza, rimuove… nel
sogno si insinua il mare, il fruscio della risacca, l’onda che bagna la riva,
scuote la rena, torna nel nulla.
Anche
le isole hanno un santo protettore e quasi sempre, d’estate, barche in
processione lo ricordano ai turisti. Tutte le notti camion pieni di cemento e
illuminati dai cicalini sfilano all’imbocco della galleria, in processione.
Di
notte spesso si alza il vento e scuote la baracca più di quanto facciano le onde scaturite dalle esplosioni per lo scavo.
Sbatte e agita le pareti come avesse grandi mani.
È
tipico delle isole essere in preda ai venti. La natura ricambia così
l’intrusione dell’uomo nei suoi segreti. Alcuni dicono
che il vento si alza quando Santa Barbara guarda l’orizzonte anziché l’imbocco
della galleria. Si è al centro di un sistema
decisamente più ampio di quattro pareti.
La
statua di Santa Barbara è fissata alla base, non può cadere.
Alle
volte è più difficile dormire, se i mezzi lavorano vicino ai dormitori e il
canto di sirene diventa suono di mille cicalini.
Anche
rimanendo sulla riva si crea un legame con il filo di luce che unisce due punti
della notte, al largo. La fila di lampare. Condividere lo stesso tempo e la
veglia è comunque una scelta, non è più attesa e non è solo distanza. Ascoltare
i cicalini e resistere al sonno fa sentire più vicini gli operai, quando il
destino ha assegnato una vita ancorata alla scrivania.
Davvero
impoverisce, non saper pescare. Essere in un cantiere per non sudare.
“Vorrei solo dormire ed essere cullata, come su
un’onda. E scivolare”.
Il
sonno prevale sempre sulle intenzioni. La mattina, all’uscita della baracca, le
scarpe, ripulite la sera precedente, si sporcano con riconoscenza. Chi rimane a
riva, il mare lo conosce dai racconti dei pescatori.
In
galleria un grosso bisturi meccanico ha posato una vertebra chiamata centina a
sostegno del corpo vuoto del foro. Il parto di un enorme animale nel cuore
della montagna avviene assemblando i pezzi. Ciascuno fa il proprio lavoro.
Quando non può farlo, perché in pausa o a riposo, ne parla e continua a
pensarlo.
Il
lavoro principale è costituito dallo scavo delle gallerie. L’imbocco di un
cunicolo che penetra sino a una falda acquifera è la porta dei sogni. Dal fondo
sgorga continuamente acqua liberata dalla propria bolla di sospensione,
all’interno della roccia. È un invito a cercare la fonte, una sete che si
colmerebbe soltanto interrandosi nel cuore della montagna, come una sorta di
salma bevitrice.
Addentrandosi
l’aria si fa sempre più solida sino al fronte, vocabolo che indica il limite
dello scavo e che non stona neanche nel significato più comune. La linea di
combattimento con la materia ha un aspetto falsamente spettrale. Il muro che la
montagna oppone sembrerebbe non offrire altro che un silenzio impenetrabile.
Eppure, avvicinandosi bene alla parete, si apre una profondità ulteriore. C’è
qualcosa dietro e ancora più dietro fino raggiungere l’esterno, sull’altro
versante.
“Non
sono io, non sono”.
Per
ogni metro di scavo sarebbe da preservare un sasso, un mucchio di terra, il
filo d’acqua a lato della scavatrice. L’assenza del ricordo, della sua
possibilità, è la vera ferita. Ciò che sarà fatto rimarrà nel tempo. Di ciò che
è tolto non rimane traccia. Neanche il fossile di una conchiglia. Dell’isola
non rimane niente.
Quando
non si può procedere con l’escavatore per violare le profondità della roccia,
quando si devono brillare gli esplosivi, il niente ha un suono sordo e
imponente che vibra nelle finestre e sotto i piedi. Il sangue risponde sempre
all’esplosione, pulsa con un’intensità maggiore e nel petto si trattiene la sorpresa.
Nel tempo di avvertire la scossa si è già formato un cumulo di terra, proprio
sotto la calotta della galleria. Prima di poterne vedere il profilo trascorrono
ore che vengono coperte dalla polvere provocata
dall’esplosione.
Per
ragioni di sicurezza nessuno può rimanere vicino alla zona della volata. Nome
leggero, quasi impalpabile con il quale viene indicato
il posizionamento degli esplosivi, sul fronte. Se pure vi fosse volo nessuno
potrebbe riferirne per averlo provato da vicino.
“Mi
fanno tremare, padre, mi fanno tremare la terra sotto. Non farmi cadere, padre
mio. Loro non sanno, non sanno che se cado posso spaccarmi”.
Quando
gli esplosivi brillano nessuno può sentirsi al riparo. Comunque la terra è
sfidata e non ha alcuna possibilità di resistenza. È offesa dal suo interno e
nella sua impotenza cova rancore; i legami della terra con i corsi d’acqua che
scorrono a lato della galleria, con il vento che entra dalla valle aperta alla
tramontana e con la pioggia e la neve che possono cadere per settimane… i
legami della terra ci sono sconosciuti.
Fuori
ci sono le baracche, gli operai in pausa. Pescatori sugli scogli. Ciascuno ad
affondare il proprio amo.
Per
tutti c’è un mare lontano, dove puoi vedere sotto, nei giorni di calma, come
nei presepi sommersi: la padrona di casa, la figlia non ancora signorina, il figlio più piccolo. E un posto vuoto.
La
vita in un cantiere comporta che si dorma in cantiere, si lavori in cantiere,
si mangi in cantiere. Il raggio di allontanamento è comunque limitato dal dovere
del rientro. Tutt’attorno il mare, che si innalza in
montagne e sprofonda in valli, detta il ritmo di una martellante ripetitività.
Sul
piazzale un escavatore allunga il braccio meccanico su un cumulo di terra per
raccogliere materiale da deporre al lato. Sorgerà poi un muro di contenimento,
a lato del quale sarà asfaltata una strada circondata dal verde. Il braccio
meccanico fa il suo lavoro con cura, quasi con grazia. Nell’intreccio di forze
impiegate dal mezzo, dall’operaio che lo controlla e dal terreno che sostiene
c’è un punto di equilibrio che ricorda l’immagine perfetta, l’immagine di un
ricamo fatto a mano. Si scorre nel tempo mentre lo
spazio si modifica attorno.
Se
non si è operai basta poco per sentirsi inutili e un escavatore è già molto.
“Non
si finisce mai, è sempre terra da rifare. Perché questo supplizio, padre,
perché non soffocarmi in una frana, rovinare questa altezza…”.
Sopra
l’imbocco la statua di Santa Barbara sembra
irraggiungibile. Soltanto il sentimento può salire, un sentimento di paura che
forse gli uomini nascondono. Le donne no. E alcune scrivono alla Santa:
Ho sempre paura. Ogni istante della mia
vita ho paura. Per me, per i miei figli, per mio marito. Lui e il maggiore
scendono ogni giorno in miniera. E' bello il mio primo figlio, è biondo, ha gli
occhi azzurri come il cielo. E' bello come un angelo. Eppure il suo lavoro è
dentro un buco sottoterra, all'inferno. E l'inferno ce l'ho
anch'io, ogni giorno, ma è dentro il cuore. È una sensazione terribile.
Soprattutto perché non ti abbandona mai. A volte si scatena da sola,
improvvisa. Allora ti attorciglia lo stomaco, ti soffoca. Altre volte un suono
o il silenzio, un grido, un segnale come le porte aperte dell'ambulatorio della
miniera o la sirena la mutano in terrore. Allora rimani come paralizzata, il
cuore di ghiaccio, la fronte sudata. Altrimenti, sta lì, tutto il giorno,
annidata come una serpe alla bocca dello stomaco, dà un'uggia continua. Ti
sfinisce. Finché mio marito e mio figlio continueranno a scendere in miniera.
Nero è il carbone, nera è la terra che ti ricopre, nero è il cuore di chi
aspetta fuori un corpo senza vita. Magari il corpo di una
angelo, quell'angelo a cui hai asciugato le lacrime, medicato le piccole
ferite, accarezzati i capelli, accompagnato a scuola. quell'angelo
che hai portato in grembo. Ho paura per lui, compagno di tutta una vita.
Lo guardo avviarsi a lavoro con il suo pentolino e quel cappello sempre un po'
sghembo sui capelli spettinati...
Entrando
nel cunicolo l’acqua scorre veloce a causa dell’inclinazione. Arriva sino al
polpaccio e gli stivali non sono sufficienti a proteggere dagli schizzi.
Il
cunicolo è attraversato da grossi tubi che convogliano aria per la
ventilazione. E’ rilevata la presenza di gas. Ai lati, a ridosso dei bordi di
calcestruzzo, sono posasti scogli provenienti dallo scavo.
Addentrandosi
ciascuno è davvero solo. Non c’è niente, qui, che disturbi. Niente di esterno.
Non esistono distanze. Il cunicolo, davanti e dietro il proprio passo, è
identico e perfetta sintesi del tempo. Possono racchiudersi passato e futuro.
Camminando non si ha percezione del presente.
“Scavano,
scavano, senza neanche sapere dove. Se non fosse per l’acqua. Se solo
provassero a guardarsi nelle vene. Ce l’hanno nel
sangue, la terra. Ti ricordi il mare? Padre?”.
Lo
scorrere dell’acqua è l’unica variante. Ha un verso.
I
confini di un cantiere sono limiti superabili solo crescendo nel suo interno.
Provando a uscirne si è costretti al rientro. È gonfiandosi fino ad esplodere
che il cantiere cede, si arrende. Ma è vittoria di una battaglia, non è guerra.
Come una nuvola che si ingrossa d’acqua per sconfiggere la polvere e la terra,
sapendo di dover ricominciare.
La
tradizione vuole che Santa Barbara sia anche la protettrice dei pescatori nei
giorni di cattivo tempo, perché governa i fulmini e la tempesta: Santa Barbaredda, / affacciata a la finestredda / carmàti ‘sta timpesta; / mannàtila unni
‘un cc’è suli, / unni ‘un cc’è luna, / unni ‘un cc’è nissuna criatura.
Il
cantiere è un’isola.
“Mi
mancano le tue mani, padre, e il mare. Per questo prego ancora, perché possa
addormentarmi e nei sogni possa tornare la tua bambina, che tu mi stringa la
mano sulla spiaggia e mi protegga dalla paura delle onde. Io sono soltanto
Barbara, Santa mi volete voi”.
E poi un giorno si confonde all’altro. Non essendoci
barche a traghettare il tempo, ogni giorno si ripete più polveroso del giorno
precedente. Ciò che si fa appartiene alla terra e soltanto le parole scambiate
fanno sì che ci sia una distinzione dalla materia grezza.
Si parla di tanto che non appartiene, la propria vita
rimane a casa. Spesso si parla ad alta voce. Il tono di voce decisamente
alto usato da alcuni operai non è dovuto alla mancanza di limite, bensì al
fatto che quelli sono i minatori, ovvero uomini abituati al frastuono
dell’escavatore e al rimbombo dell’esplosivo. Ché per farsi ascoltare, in
galleria, bisogna urlare e un minatore è minatore comunque, anche in
superficie.
Un minatore è sempre in guerra con la terra e con
l’oscurità. Anche per festeggiare la
Santa non si può fare a meno che i
timpani tremino.
Nel giorno consacrato a Santa Barbara, il 4 dicembre, viene celebrata la messa all’interno della galleria e alla
fine della funzione si esplodono i petardi. I minatori sorridono, le mogli e i
figli si coprono le orecchie. Poi tutti vanno ai tavoli a mangiare e a bere, si
danza dentro la terra e per un giorno la terra è leggera.
“Hai
visto come sono bella, oggi? Oggi non lavorano, è tutto fermo. Entrano soltanto
per me. Sono bella, padre? Portami a ballare con loro, prima che l’acqua
cresca. Fammi girare, fammi girare fino a cadere…”.
Per un giorno rimane soltanto la statua della Santa a
vegliare. E a tacere sulle infiltrazioni d’acqua, mentre sogna il mare.
Una mattina capita di svegliarsi con la notizia di un
fornello, ovvero il cedimento di una porzione della calotta all’interno della
galleria. Blocchi di cemento, o di terra mista a cemento, si staccano dal
rivestimento e piombano a terra.
Nel migliore dei casi alza polvere e la voce dei minatori
presenti, che inveiscono verso l’alto, che si tratti di montagna o cielo è
indifferente. Solitamente le cause sono da ricondursi a fatalità o errore
umano. Alcune volte a infiltrazioni d’acqua.
Altre volte, per tragica casualità, potrebbe trovarsi
un minatore sotto il fornello. In questi casi, nei giorni successivi alla
tragedia, si diffonde un silenzio condiviso tra tutti gli abitanti del
cantiere, minatori, operai ed impiegati. In questi casi
ciascuno porta il lutto come se una parte di sé fosse rimasta tra le
macerie.
Dopo qualche giorno il lavoro riprende e rimane
qualche articolo sul giornale e la cessione di un’ora di stipendio alla
famiglia del minatore scomparso.
“Che potevo fare io? Io sono soltanto Barbara, Santa
mi vogliono loro. È vero padre? Padre, è vero?”
Una
vita spesa sottoterra viene ripagata con messaggi di
cordoglio. E un’ora di stipendio.
“Che
potevo fare io?”
I
lavori, comunque, non si fermano mai. Dalle baracche dove sono collocati gli
uffici si possono osservare le opere di superficie. Anche per costruire strade
bisogna entrare nella terra, bisogna affondare i piedi perché le gambe tengano,
enormi pilastri di cemento conficcati al suolo in enormi fori chiamati pozzi.
Prima
che l’escavatore si spinga troppo avanti e cada nel
pozzo qualcuno lancia un urlo. Nel pozzo si getta un sasso, per esaudire un
sogno. Nel pozzo si getta un sasso per non tornare.
“Nel
pozzo ho gettato un sasso, padre mio, ricordi? Quando giocavamo assieme e
portasti la tua barbara bambina a bere l’acqua buona. Se tiri un sasso ti risponde il mare, così dicesti”.
Se
tiri un sasso ti risponde il mare.
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note
- Il testo di Santa Barbara è stato scritto in
occasione della permanenza presso un cantiere autostradale ubicato
sull’Appennino tosco-emiliano.
- La lettera in corsivo
riportata in Santa Barbara è tratta
dal volume La miniera a memoria,
dedicato alla tragedia di Ribolla. Nel piccolo villaggio della Maremma, il 4
maggio 1954, si verificò la più grave tragedia mineraria italiana del secondo
dopoguerra che causò la morte di 43 persone.
- Una prima stesura del
testo è stata pubblicata sulle pagine del settimanale “Carta”, n. 28/2006.
- Dal testo di Santa Barbara Romina De Novellis (compagnia
DENOMA) ha tratto liberamente spunto per la realizzazione dell’omonimo
spettacolo allestito in vari teatri e festival.
notizia sull’autore
Giulio Marzaioli (Firenze,
1972) vive a Roma.
Suoi testi sono pubblicati su varie riviste cartacee e
telematiche («L’Apostrofo», «Atelier», «La Clessidra», «Pagine»,
«Semicerchio», «La Rivista
dell’Immagine»; «Re:»; «Smerilliana», «Poeti e
Poesia», «Carta», «Poesia da fare, Quaderni (in www.cepollaro.it)»,
«www.retididedalus.it», «TriQuarterly», «I racconti di
Luvi»; «SUD», «L’Ulisse», «Sirene - Johns Hopkins
University Press») e in plaquettes (Edizioni Pulcinoelefante, M.me Webb, I
Quaderni di Orfeo). E’ presente in opere collettive e antologie.
In poesia ha pubblicato:
- 2001, Elementi
di fuga, breve silloge tradotta in Francia presso la collana Encres Vives a
cura di Michela Landi e Jean Claude Villain;
- 2003, arredo Metropolitano, a cura del Centro culturale “La Camera Verde”, con
fotografie di Massimo Fusaro;
- 2005, In
re ipsa (Premio Lorenzo Montano), presso Anterem Edizioni;
- 2007, La
stanza - opera in versi sulla filmografia di A. Tarkovskij, con fotografie
di A. Anzellini, a cura del Centro culturale “La Camera Verde”;
- in corso di pubblicazione per Edizioni d’if Trittici, a seguito dell’assegnazione
del Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2007.
Nel 2006, per Oedipus Editore, sono pubblicate le
prose di Quadranti, da cui è tratta
l’omonima opera con musiche di Luca Venitucci e regia di Manuela Cherubini.
Per il teatro ha scritto:
- 2002 Chiasmo;
- 2003 Riflesso;
- 2004 Metro;
- 2005 Sottopartitura;
- 2006 Fiori.
Da tali drammaturgie sono tratti allestimenti di
teatro e teatro-danza rappresentati in vari festival e teatri in Italia e
Spagna dalla compagnia DENOMA (www.compagniadenoma.it).
Nel 2006,
a cura di Editrice Zona, è pubblicato il volume Appunti del non vero, scelta dei testi
scritti per il teatro.
Attualmente sta collaborando con la regista Manuela
Cherubini (Psicopompoteatro) per l’allestimento di Ipogei (www.ipogei.com).
Con Graziano Graziani è ideatore e curatore di quad, antologia di drammaturgie contemporanee, il cui primo numero è in
corso di realizzazione per i tipi de “La Camera Verde”.
Sue opere sono in corso di traduzione e pubblicazione in Francia,
Germania.
Ha collaborato con artisti dai vari linguaggi
espressivi e di varie nazionalità in eventi performativi ed installazioni. È inoltre
curatore di eventi letterari, rassegne teatrali e incontri (recentemente presso
Teatro Vascello e Teatro Eliseo, in Roma).