Malestremo
Vedendo le dita del suo dolce amore trafitte dall’ago, un
gioielliere tedesco, tale
Nicola Bescoten, inventò il ditale e glielo portò in dono, impresso in oro
massiccio. Vedete come sono sentimentali i tedeschi? Per alleviare le
impercettibili trafitture di un ago t’inventano il ditale: poi ci ripensano e
creano la bomba atomica.
dal Dizionario enciclopedico
dell’Amore
di Nizza & Morbelli,
Roma 1948
Cosa
direbbe il ragazzo di via Panisperna, Ettore Majorana,
che mai avrebbe scisso l’atomo umano in due? Preferì scomparire, senza
santimonia, nel tratto acheròntico Napoli-Palermo.
Un ditale per proteggere l’impronta orliccia
a definire quel malestremo chiamato identità. Come filosofo putredinista
designasse l’origine di meravigliosa trina con estremo
cordoglio; anche lei oscilla la testa, esprime inconcordata movenza:
“Non va, proprio non va!”, e pungersi il dito coll’ago da cucito. Il
guasto teso all’istanza riparatrice, al rammendo del calzino sfilaccicato in
cui ella vive.
Ogni persona che veramente ami, impallidisce dinnanzi al caro bene – si
rileva dalle Corti d’Amore d’un tempo. Eppure ogni amore reclama un suo
primato. Come dire: si mira alla quantità del sentimento, alla contabilità
del dare e dell’avere.
Ma questo non è il caso che vado a narrare. E non v’è amore che si sommi
a parallele reciprocità.
Né sibilante fraudolenza.
Lei sente che potrebbe svenire a questo pensiero:
“Dov’è il mio bene? Sono ospite d’un calzino, ma il tuo piede è assente.
Due soluzioni in assolo.
Due identità mancanti… Ciò che a ognuno è
dovuto?! Dovremmo essere qui, amanti negli stessi calzini, anche ladri delle
stesse monete, se serve!”
Dimostrare che il vuoto è forma, e la forma
è vuoto. Acquatile tragitto Napoli-Palermo.
“Dove sei Ettore? In che modo
la tua Andromaca potrà ricordarti?” lei mormora un canone di strilli
sottomesso: si dice mansueta. Medita sull’ambasciatore marino e su quella
scarsa dedizione cui dovrebbe avvalersi per eloquente, quanto gentile,
riscontro.
Si dice, mansueta, musa fantasmagorica. È
come se il mare – pensa – fosse agnostico ai senza voce. Ma se questi
novellassero il miracolo del dire, quale sconvolgente imbarazzo per il biografo
del mio Ettore Majorana!
Impastata di dolore, lei lo
suprema nella valle anfibia. Basta non rammentarlo infermo su un giaciglio
d’ortiche, nella sua tormentata officina scientifica, a dare alibi ai politici
che lui detestava – come rischiavano di fare i suoi colleghi fisici.
Meglio saperlo libero nel fabbricato
vorticoso delle acque, ad aggrumarsi medianico. Perché è il mare un grande
cuore polmonare. Nel tramonto cremisi esso si fa nocchiero d’amaritudine, pompa
veloce il nereggiare delle acque e dei globi celesti. Stirpa speranze, senza
circonfondere di lumi piante ed isole natanti.
Andromaca, dormono ora le tue labbra. Taci
l’amato.
“Dove sei?”
Lui tace per collasso dell’Io. S’inframmenta consapevole.
Pensò, Andromaca, se fosse successo al
Presidente Truman prima della tragica collazione nipponica, quando gli
americani ottemperarono correzioni atomiche, o meglio nucleari, a base di
uranio o idrogeno per rispetto della matrice originale, compresente
perfezionamento del maglio fecale radioattivo.
Annunciarono la centralità perfetta alla
destra del Padre. Poi, il declino.
Truman: Padre democratico. Dotato d’un
glossario di senso compiuto, impartì l’ordine che siglò ripetuti amplessi con
luoghi di pelle di quercia scelti con estrema accuratezza. In uno spazio prescelto
ed esteso nel raggio di miglia, vi erano città d’orzo da raggricciare nelle
grida di oche selvatiche. Città di bambù e di crisantemi romiti, mantelli
floreali a profumare villaggi vecchi di cent’anni, ma vivi nella solitudine del
Fuji.
Nessuna mitraglia. Orologio del tempo: a
ritroso. Cataratte di bimbi con bocche inferocite, spalancate per un ricordo
che a ognuno sapeva di placenta: Mamma, non dimenticherò mai il tuo cuore!
Tra gli edifici si radurarono falchi,
barbastelli, nibbi, tigri, lupi, civette, ma nessun
pesce a trasformarsi in drago del cielo. Solo figli defunti
intorno al Tathagata, seduto sul renge, fiore di loto “dai mille petali
grande come la ruota di un carro”.
Acqua, l’affiorare del fiore. Aspettare ciò
che viene da lontano.
Il resto della vita: Costantemente malata /
e pur non muore mai.¹
I piedi suggerirono a Truman un’esitazione
composta. Pensava:
“Meglio sottrarsi al viscidume d’acque
moleste, bucce di pioggia e fanghiglia. Velleità belliche, in fondo, d’umile origine
naturale…”.
Lei, Adromaca, vorrebbe invece trascinare
campane per i campi verdi della schiena. Tuonare forte il batacchio.
Bronzo su bronzo. Tra i campi ora verdi di
bronzo ossidato.
Il Tathagata disse al nostro intero
universo: “Non possiamo nulla, ma guardiamo lontano”.
Truman, solo: Obbiettivi Civili. Truman,
solo: Natura. Truman, solo: il Cuore del Sutra.
Lei, che vive nel calzino sfilaccicato, mai avrebbe
voluto rinascere nel palazzo del suo nome.
Mai avrebbe voluto una madre che approvasse il suicidio dei propri
figli. O vederli mutare come mutano gli eventi.
Lei, che è equanime, emenda la Madre Patria. Mater
eresiarca. Mater guasta.
Andromaca si punge l’alluce. Preme le
mascelle. La bocca è una valigetta dal profilo chiuso. Si sente femmina
bimembre: s’impone di sezionare le planetarie dalle altre d’atomi sillabati.
Trattiene nel petto il linguale indicibile. Tutto si compie: è la Distruzione – Troia,
Nagasaki, Mostar, Twin Towers N.Y., Baghdad – che ne
discorrerà come di questioni parnassiane. Bizantinismi, davvero, nell’era della
glaciazione umana.
Andromaca trattiene nel petto le nostre parti malate:
“Le nostre parti malate ci obombrano. Le nostre parti buone, perdute per
sempre. Dove sei Ettore?… Oh, eccoti qui!
Ti ho dentro la mano, piccola luna. Mia piccola morte.
Pregavo non lo facessero
quando il vento mi fosse dentro. Dove sei? Padre, veneranda madre,
e fratello e sposo fiorente. Piangere la tua salma quando verrà
l’inverno coi sonagli di grandine: le mie lacrime… viscoso umore delle carni.
“Qualcosa m’inghiotte, notte umorale… morte
per acqua?: il ventre d’oro partorisce l’avvenire di
filigrana. Eppure avverto messaggi delittuosi, il malestremo profetizzo: poeta
assassinato ² tu sei.
“Dondola la notte, l’acido è su per
l’esofago: ci hanno rubato i giorni. Sconquassato l’esofago, che rigetta la
raccomandazione di Giovanni Gentile al senatore Bocchini: il capo della polizia
voleva ritrovarti senza procedura d’azione. Ecco il verdetto: sparizione =
suicidio.
“Ecco l’amore mio: splendore saraceno per me
sei stato. Bruno di Trinàcria. Euforico nelle formule druidiche, nell’ingegno
della teoria simmetrica dell’elettrone e del positrone. Saraceno che tiene, che
resiste: ciò che egli non deve fare, ciò che non può non fare…
“L’hai fatto?!
Perché la scienza è materia drammatica! La sorte è priva di costellazioni. La
nostra, concede universa natività attrezzata per la tragedia, con folgore
d’amore e amabilità; ma senz’ebbrezza che ci richiami alla grazia dei giorni…
Per noi, resta solo un rozzo sparviero in cumulo azzurro che non è cielo!
“Che io stia impazzendo, prigioniera…?! Confondono l’abisso che è in me. Un grillo coi suoi
riverberi suona scarti: ma io sono altro. Mai la stessa, mai vicina abbastanza,
mai abbastanza sola: se tu, mio Ettore, non ci sei.
“E abito mani e piedi di latte, il sale che
bevo. Assaporo memorie… Ci ritroveremo
quando non getteremo più ombre, quando il giorno e la notte vestiranno
l’invisibile per noi. Ricordami, mio amato, per come ti amai, per come io
veramente fui…”
Il malestremo chiamato identità.
Majorana la abbandonò.
Il suo defraudato midollo provvide ad
assegnargli silenzio nell’altrove indefinito.
E ancora rammentava quel sentimento
transferale verso Werner Heinseberg: transfert scientifico lo chiamò Lea
Ritter Santini, laddove Werner infuse ad Ettore il concetto di responsabilità.
Aggiungo: transfert “atomistico”.
“Che solennità! Sei in
buona compagnia, tu ed il tuo Heisenberg!”
“Che dici, Andromaca, mio
amore?”
“Enucleo una donna senza
più catene. Amplificata. Da laboratorio a base di uranio…”
“Io non ti riconosco
più!”
“Preferiresti il plutonio transuranico…
l’isotopo Pu-239…? Ero una madre, avevo un figlio: in nome della Fisica, ora
orfano!
…Sai cosa implorò Astianatte al suo carnefice prima di essere trucidato?: Amico,
amico, fammi grazia della morte. ³
E lui non lo ascoltò.
Sono diventata pazza,
Ettore, sono pazza… come la
Scienza, forse…
La bellezza conduce alla morte,
non lo sai? La madre, la moglie, l’incanto, non ci sono più!
Non va, proprio non va! Questo calzino è il
mio vuoto, il tuo piede che non c’è – l’intruso.
Se decidi per dita, astragalo e calcagno,
torna da me; o rimarrò appesa alla follia!”
“Io non ci sono più, mia Andromaca… Parabola della donna che amai, iperbole della
donna che persi. Isotopo stesso del mio stesso cuore!
Emenda il pneuma cosmico! La dinastia dei
pensatori, degli artisti, dei volitivi…”
“Ma tu stai
miseramente attaccato alla flebo del mito, alla
cannula dei segreti svelati.
Sussurrerò l’epitaffio ai
padri, per non dimenticarmi di te. Addio, Majorana!
Il ronzio di una mosca è
quel che resta.”
Lei cerca un motivo in questa notte vile,
scarna, curva.
Dice che un motivo vale l’altro; e che
l’altro equivale al nulla del domani.
Inutile dettaglio: questa cisterna criminale
è la poetica del lutto.
Riconduce etimologicamente al significato di
lugēre, piangere il dolore.
Lacrima alle lacrime, lugera Andromaca che
torna involucro d’amore.
Mentre si accascia lacrima nello stigma del
vuoto.
(racconto inedito,
2007)
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¹ da I Ching, Il Fervore.
²
Ottiero Ottieri, dalla silloge einaudiana Vi amo (riferito alla tragica
fine di Pasolini).
³
Frammento tratto dall’Andromaque di Racine.