Il maratoneta
Qualche tempo fa ho assistito a una maratona fra i cui partecipanti c’erano
quattro o cinque portatori di handicap, paraplegici, i quali naturalmente
facevano gara a sé. La corsa si svolgeva in un circuito cittadino – da ripetere
più volte – e, poco prima del traguardo, prevedeva l’attraversamento di alcuni
dossi che nascondevano gli atleti alla vista della gente assiepata intorno alla
tribunetta nei pressi dell’arrivo. Sin dall’inizio la mia attenzione si
concentrò su un giovane in carrozzella, le cui sottili e lunghissime braccia
fasciate nella calzamaglia elastica mi sembrarono quelle di un essere
eccezionale: non riuscii a trattenere la tentazione di seguirlo anche in altri
punti del tracciato. Andai quindi all’uscita di una curva all’unico scopo di
osservarlo meglio. I fondisti passavano sgranati a piccole schiere. Dopo un po’,
comparve anche lui, solo. Era staccato dai concorrenti a piedi, ma precedeva di
molto i suoi diretti avversari.
Lo vidi avvicinarsi, in mezzo alla carreggiata, con gli arti che
lavoravano come stantuffi spingendo le maniglie collegate alle ruote. La testa
era bassa, il mento sfiorava lo sterno; i gomiti assomigliavano ad ali d’aquila
sulla roccia; le gambe sembravano inesistenti, misere appendici atrofizzate che
qualcuno, alla partenza, aveva provveduto a sistemare sul sedile, quasi fossero
estranee rispetto al resto del corpo. Quel ragazzo mi procurò un’emozione che,
nei giorni seguenti, passata l’ebbrezza, volli analizzare con calma. In
particolare, intendevo scoprire la matrice originaria che aveva fatto scattare
il desiderio di approfondimento. Cominciai quindi a ripassare le sequenze
visive che più mi avevano colpito. Nemmeno fossi l’art-director di un mio
giornale interiore, subito scartai i passaggi di gruppo sotto il traguardo e
optai per l’immagine sul dosso: mentre le prime erano disturbate da scorie (il
frastuono della gente, l’altoparlante che dettava i tempi di percorrenza), la
seconda nel ricordo restava nitida. Mi chiesi perché avessi scelto proprio
quella.
Mi ero commosso per come la probabile vittima di un incidente stradale o
magari di un tuffo sbagliato stava reagendo alla sorte maligna? Certo, ma la
risposta non mi parve sufficiente a spiegare l’intensità della reazione che
avevo avuto. Ero rimasto impressionato dall’energia del giovane sportivo,
capace di trasferire sugli arti superiori ciò che una terribile lesione al
midollo spinale aveva negato per sempre a quelli inferiori? Anche questo era
vero e tuttavia continuavo a ritenerlo accessorio rispetto alla spiegazione che
cercavo. Doveva esserci un fattore ben altrimenti decisivo, senza il quale la
mia reminescenza sarebbe stata assai meno significativa. A furia di riflettere,
mi venne in mente un dettaglio che avevo eluso: mentre lui stava superando il
dosso, udii qualcuno che lo sosteneva. Una frase secca, tipo: “Forza Claudio!”.
Oppure: “Continua così, sei il primo!”
Non identificai chi aveva pronunciato l’esortazione: avrebbe potuto
essere un amico, se non addirittura l’allenatore. Fatto sta che l’urlo d’incoraggiamento
illuminò come un faro l’evento al quale stavo assistendo decifrandone il senso:
l’agonismo quale estremo residuo vitale, la precarietà della nostra condizione,
l’imprevedibile terreno comune fra coraggio e sconforto, potenza e fragilità.
Ma, al di là di ciò, il grido di sostegno che avevo rimosso, ebbe il merito di
farmi vedere sul serio la scena. Forse è questo il compito dello scrittore:
sottolineare ciò che già esiste, eppure rischia di essere trascurato. Detto
così sembra poco. Ma è una cosa enorme. Ora me ne rendo conto: se non ci fosse
stato l’incitamento, se per caso io avessi visto passare Claudio o chiunque sia
stato nel silenzio o nell’imbarazzo, non me lo ricorderei più. Soltanto la voce
di quel tifoso sconosciuto oggi mi lega a lui.