da
Iknusa
I sassi si tengono a secco
e fanno cerchio nella piana:
cespi di mirto senza movimento.
Un’isola così lontana dal mare
non s’è mai vista.
Tra i tralicci le curve dei monti.
Per terra le orme
non sono umane.
***
Le cose di conto si segnano con tacche decise
sulla crosta del sughero, sul blocchetto delle note
per togliere il debitore dal debito.
Ora le molliche risalgono la corrente.
Hanno le gambe lunghe
portano forme intere di pane.
Ma c’è tempo. Adesso arriva il temporale, le noci
raccolte per l’albero di Natale.
La notte stringe il giorno come i polsi della donna.
Questo pane è un disco sottile, sgretola.
Ma se immerso e avvolto come un panno
è pieno e tondo.
Il tempo trascorso su tutto il pane
è
breve.
È lo stesso pane secco
del trasporto e transumanza.
***
Uno qui si attacca il morso da
solo,
tira avanti il collo come un mulo e si decolla:
legato a questo palo
fuori dalla porta, nessuno va lontano.
Forza che non è stata detta è forza compressa.
Sotto il cavo di acciaio del traliccio
un orto.
Bottiglie capovolte
conficcate nel solco.
Nessuno ritorna. Se però si ferma
ricorda la strada, le pale dei fichi
le canne incrociate dei pomodori, i cori meccanici
delle cicale.
***
Dietro le dune uno ha paura di sparire per sempre
tra le mosche e le vespe, sotto i ginepri nani
anche se tra le mani
tiene i fianchi insabbiati di una donna, ruvidi.
Ogni parte qui è appartata e scoperta.
Dovunque bisogna nascondersi
ai grandi occhi invisibili.
L’amore è brusco,
di poche parole.
Cerimonia coperta di lana grezza.
Lontano dal sottile, uno qui impara a non dire
l’essenziale.
Solo si capisce che siamo delle ombre.
***
È troppa la vita nel latte munto di caldo:
un odore di animale, la schiuma
increspa di brividi la pelle.
C’è qualcosa che si accoppia,
che si mischia senza posa, maschio con femmina
nel bianco del latte munto. Lo deve bere un ragazzino
ma è ancora troppo presto per essere contento
che la vita è circolare, e dovunque c’è un animale
nascosto dentro, come la pubertà e sa di sale e sudore
spaventoso e denso.
S’ora chi no t’ido
L’ora che non ti vedo sto male i secoli
e intanto divento un altro, tutto.
Anche vegetazione, il fuoco doloso
che d’estate divora la terra.
***
Domenica a pranzo
Il vento batte i pali della luce, i fili non tirati.
Altissima è la tensione anche se qui non accade
mai niente. Si alza e cammina la grande ombra
da terra a cielo, dal letto al salotto.
Domenica squillano i colpi
delle posate sui bordi dei
piatti.
Le donne insegnano a stare zitti e composti
con traiettorie di sguardi indiretti.
Sui muri i graffiti primitivi,
impronte della bestia sulla
roccia
e canti dalla gola della terra.
Campanacci legati al collo,
maschere di legno
perché non si sappia da dove
viene
questa voce tremenda.
***
Vengono in sogno scarafaggi,
processione sui muri bianchi
le antenne puntate come armi
contro il corpo, le prime pelurie
nascoste dalle coperte, dal
terrore di animali neri
che crescono tra le gambe.
***
Janas
Le streghe non le fate dentro le rocce fanno le tane.
Non hanno pace e non la danno. Parlano nelle teste, dicono
una cosa sull’altra, confondono le vocali e gli umori.
Giorno e notte hanno da fare, cigolare nella legna che arde,
fabbricare vento nell’armadio, strofinare il naso
sull’orecchio del bambino spaventato, consigliare
un coltello affilato e lanciare indietro un bicchiere finito.
Non possono riposare, non possono cantare,
non possono avvicinarsi al miele:
questo fatto le rende cattive. La notte se diventano tristi
entrano nelle teste degli amanti.