LUOGO COMUNE
INEDITI

Presentiamo il capitolo finale del romanzo d’esordio del critico e filologo Gualberto Alvino, tra i massimi studiosi di Antonio Pizzuto. Una prova narrativa di impronta allegorica e di atmosfera psico-paranoica dove il sentimento di minaccia e di rivolta contro il divino giunge a dissolvere ogni linea di demarcazione tra il reale e l’immaginario. 


di Gualberto Alvino

RESURREXIT

 

 

     Chi può essere a quest’ora?       

     Non dire una parola, fa’ solo un fiato e ti uccido.

     Via le luci. Spegni la radio. Cammina in punta di piedi.

     Perché non hai staccato la corrente? Il campanello non dovrebbe funzionare per nessun motivo. E non hai inserito gli allarmi esterni, l’hai scordato ancora una volta.

     Come possiamo aiutarti se continui a trattarci così? Un altro di questi affronti e la pagherai. È l’ultimo avvertimento. Sappiti regolare.

     Fermo, staccarla adesso non servirebbe. Senti? trilli prolungati, a brevi intervalli uno dall’altro, certo con le nocche, perché un tonfo li precede, tra nervoso e ostinato: è evidente che non hanno intenzione di rinunciare. Devono aver visto le luci, udito la musica: sanno che sei in casa. Chiunque sia viene con un mandato preciso, nulla gli impedirà di andare sino in fondo. Conosci meglio di me gli schiumatori d’escrementi: se decidono di agire è impossibile arrestarli, la loro furia travolgerebbe un esercito in armi.

     Mai successo, in tanti mesi non è mai successo a un’ora così tarda. È vero, nei giorni scorsi i bagordi sono improvvisamente cessati: non un rumore, un sospiro, non un’ombra ai vani delle finestre, l’afrore del loro astio aleggiava più forte nell’aria, entrava nel naso, potevi tagliarlo, e hai notato misteriosi assembramenti diurni ai lati della piazza (non hanno più bisogno di celarsi nel buio: ciò avrebbe dovuto metterti in guardia): gruppi sparsi, ciondolii di teste crespe, pochi fonemi a denti stretti sciolti nel fragore del porto, gesti contenuti, ancorché triviali, poppanti a tracolla per non dar nell’occhio (stranamente quieti, cigli asciutti, boccucce schiuse, quasi respirassero segreti). Ma ora siamo all’attacco frontale. Frontale.

     Sono passati alla fase finale del piano.

     Vogliono prendersi tutto. Casa libri quadri figlio terre soldi. Tutto.

     D’ora in poi si gioca duro.

     Niente mezze misure. Né da una parte né dall’altra.

     Unicuique suum.

     Capisco la tua esitazione: aprire potrebbe esserti fatale, non farlo li manderebbe in collera, e chissà cos’altro sarebbero capaci di tramare. È già accaduto: basta un pretesto a scatenarli.

     Tuttavia non tremi, e questo mi rinfranca: capo alto, mascella rigida, polso alla norma. Credo di poterlo affermare con sicurezza, con assoluta sicurezza: hai le tue buone carte.

     Se vuoi operare con successo c’è una sola strada: chiamare a raccolta le forze e affrontarli a viso aperto, volgendo in vantaggio lo scapito della sorpresa. Non è questione dappoco, ma sei in grado di risolverla. E hai chi ti guida. Un concomitare di circostanze favorevoli di cui sarebbe suicida non giovarsi senza il minimo indugio.

     Sei pronto?

     Bene. Si comincia.

     Infila le scarpe, muoviti piano, avvicina l’occhio allo spioncino senza scuotere il coperchio.

     È lei.

     Controlla meglio, ce ne saranno altri.

     No. Sola.

     Séguita a suonare, la ruffiana, il cesto pesa, si raschia la gola, respira con la bocca, forse penserà con la bocca; un raggio di luna le investe la faccia mettendo in risalto le occhiaie granulose; la chiostra brilla, getta riflessi eburnei sul caffettano a losanghe chiazzato di sugo: ha appena finito di mangiare, puoi sentire il rimbombo dei suoi intestini.

     Si fa vento con la manica a sbuffo, intanto sfoggia l’addome turgido arcuando le reni. Non hai ancora capito? tuo figlio l’ha ingravidata e la manda a riscuotere il saldo. L’avrà.

     S’è accorta che la guardi perché smette di suonare e sorride, ingoia la saliva, si raschia la gola e sorride. Stesso viso di quella sera, sotto i morsi e i castoni degli anelli: si strizzava un seno, lo tirava e te l’offriva leccandosi le labbra con la lingua lucida e rosa frammezzo i boccoli del suo zerbino che le torturava i capezzoli, le schiacciava i lobi, le mordeva il mento, fino a stremarla. Il ricordo ancora ti turba.

     Pretende il saldo, e l’avrà. Poi ne verranno altre: suoneranno, brandiranno cesti arcuando le reni con la stessa disinvoltura, si raschieranno la gola, reclameranno il saldo, e l’avranno.

     Riaccendi le luci, sbottona la giacca, slàcciati il collo della camicia, allenta la cinta, tre buchi, sfodera quel tuo sguardo da vittima, fermalo su un punto nel vuoto, massàggiati le dita come se avessi freddo, paura, come se non aspettassi altro che il colpo di grazia, lì, sulla nuca; fa’ tremare il mento per muoverla a pietà. Senza esagerare, s’intende: è più stolta d’un’antilope però capisce il linguaggio del corpo, lo decifra coi nervi, ha il fiuto della belva feroce: sua madre le ha insegnato a leggere il pensiero delle iene fissandole negli occhi a un tiro d’arco.

     I capelli, scompiglia i capelli ai lati della fronte: crederà che dormivi e non hai avuto modo d’organizzarti.

     Dapprima fingerai di non riconoscerla, ti acciglierai, chiederai il nome, che ore sono, svampito, il motivo della visita, accennerai un inchino, il più goffo che potrai, la pregherai di entrare, ti scuserai del disordine, la servitù riposa, di questi tempi non si può neppure, scotto del benessere, la condurrai in salotto precedendola di un passo, sistemerai i cuscini del divano, la farai accomodare con un gesto cortese e ti siederai di fronte a lei evitando d’incrociare le gambe, è segno di difesa, che posso fare? Questo la calmerà, la illuderà di poterti soverchiare con poca spesa, e non sospetterà d’essere morta, già morta, quando calerai su di lei per ghermirla.

     Diffida del suo aspetto pacifico: viene dalla terra dei camaleonti e appartiene a un popolo forte, ibrido, dalle origini oscure. Dunque all’erta. Non vedi che sorgo, manioca, banane, sesamo, antaka, ylang ylang, ma in quel cavallo di Troia potrebbe celarsi qualsiasi cosa, qualsiasi cosa.

     Stirpi dure, fiere, hai imparato tutto di loro: braccia lunghe, pelle opaca, cranî macua, muscoli sviluppati, occhi grandi con frequente plica, labbra spesse e non everse, vista aguzza, finissimo olfatto. Mettono i morti in tronchi d’albero, aspettano che le carni si sciolgano e raccolgono il sugo della putrefazione in coppe di corno unte di cera d’ape per berlo misto a latte di capra durante i novilunî. Le vecchie strappano i denti agli ai-ai e li bucano con tibie di cane scheggiate per farne monili cui le primipare s’afferrano sgravandosi, fra intrichi di liane, cobra in agguato, pozze di placenta; sole come leonesse. Allevano arieti a lunga coda menandoli senza requie in boschi più cupi della notte, e nella notte li sgozzano, per cuocerli su pietre arroventate in bui crateri e divorarli in silenzio, staccando la polpa con le mani. I guerrieri lottano nudi sotto meriggi di fuoco, flagellandosi a morte con trecce di nerbo e d’ortiche. I bambini scoprono presto i loro amori nell’erba folta, tra limi ancestrali, e non conoscono pianto, né dolore.

     Sola, sì, ma lassù è ancora trambusto: corrono da una stanza all’altra a piedi scalzi, si fermano un istante, schiudono le gelosie per scrutare l’esca che ricambia con due battiti di ciglia e un colpo di tosse, ricominciano a correre più veloci di prima, acciottolii di dadi, canterani a terra, un brusire d’ordini, moniti, qualcuno si sdraia, il tuffo, incolla l’orecchio al pavimento, giace immobile in ascolto.

     Non appena sentiranno il rumore della porta ti saranno addosso: i maschi ti terranno e quelle arpie ti squarceranno il petto con gli artigli, si sfameranno dei tuoi visceri sotto lo sguardo gelido dei figli, daranno di piglio all’ascia e ti chiuderanno in un tronco su cui si sdraieranno nei novilunî per berti in latte di capra, sicuri di prenderti l’anima. Poi ci sarà un albero per tuo figlio, uno per sua madre, berranno anche loro, legioni di pezzenti invaderanno la casa, alleveranno grandi pesci, mangeranno carne sui letti, figlieranno come ratti di scolo, e pianteranno intere foreste.

     Ecco, ecco cosa accadrà se sarai così pazzo da non cogliere il momento. Lo coglierai.

     Poco fa tutto questo non esisteva. Il calice era colmo, la testa pulita, il sangue scivolava adagio nelle vene mentre fiutavi l’odore aspro dell’inchiostro e ingoiavi i tuoi manoscritti, falda dopo falda, insieme al manzo crudo, senza rimorso. Critica. Filologia. Taccuini. Romanzi. Qualcosa di te ha pensato una storia, l’ha stesa di getto, e tu l’hai mangiata. La sentivi graffiarti l’esofago, precipitare nello stomaco, gorgogliare, e non ti è costato niente.

     Hai mangiato un uomo che perde moglie figlia, tutto: asfalto bagnato, il rogo, lui indenne. Hai mangiato un uomo che decide di andarsene e non può annodare la corda, girare la leva: la vita grida, lui vorrebbe spezzarla, ma grida ancora forte. Hai mangiato un uomo che stringe un patto: uccidimi nel sonno, di schianto, quel ch’è mio è tuo, senza accettare contrordini, perché il contrordine verrà quando lei griderà più forte dentro di me; tu non sentirmi, quel che è mio è tuo, non sentire, affonda la lama. Hai mangiato un uomo che aspetta un sibilo ogni volta che chiude gli occhi per dormire, finché vede una donna e suo figlio tra i vessilli del palio e i vapori della collina. Un incanto. Se ne infiamma. Vuole rompere il patto. Cerca il sicario. Svanito. Qualcuno lo spia: di notte, di giorno; qualcuno lo bracca: in casa, al mercato, nei parchi, per le strade. Ogni fruscio può essere quello della lama, ogni passo il suo passo, ogni brezza il soffio della fine. Mesi. Niente. Si è preso tutto, non verrà, perché dovrebbe? Le nozze. Il viaggio. La gioia. Hai mangiato un carnevale, tre zorro abbracciati nel frastuono, lo sparo, un coriandolo ciliegia in mezzo agli occhi. Singhiozzi di bimbo nel vortice di carri. Dal torrione ritrarsi un brighella.

 

     Scalpita, orbita intorno al fauno, ha una sua dolcezza mentre capta e invia segnali viperini alzando la fronte sudaticcia, dimena la mole sghembata dal carico, il diaspro delle fauci dentute lampeggia coi fanali dei piroscafi.

     Guarda: china il capo, si gratta la pancia per calmare il feto, la pizzica come un’arpa, scuote i fianchi per offrirgli una posizione migliore, si ricompone, modula un om allargando le narici da cui sporgono lunghi peli rigidi, sa cosa fare, ne avrà covati caterve fra abortiti sui tavoli di cucina e svenduti in ogni angolo del continente.

     Grondano odio quelle rughe sulle tempie simili a sfregi, un odio spaventoso, inumano, che ti serra la gola. Ma è un attimo: l’estremo guizzo d’un’indole che si spegne, è già spenta.

     Ora aggriccia il naso, emette un sospiro, ruota gli occhi etilici dalle pupille larghe, fosche, in cui bene e male, bellezza e orrore, termine e principio hanno sempre avuto lo stesso valore. Fu questo a commuoverti quella sera: l’agire cieco, diretto, l’inettitudine a discernere, la totale mancanza di paura. Saranno due giorni e sembrano anni. Quante cose sono cambiate nel frattempo? quante ne cambieranno? Vedrai. Vedremo.

     Si allontana a passo di ginnastica.

     Scompare.

     Un fischio di sirena copre il pestìo dei sandali sul pietrisco.

     È esausta. Ripiega.

     Forse ci aspetta una notte tranquilla, almeno un’altra, ne avevamo bisogno.

     Tireremo mattina: quest’emozione ci ha tolto il sonno. E poi non ne avremmo il tempo: bisogna mangiare quel saggio, frantumare i gessi, mutilare le statue, smontare le tende, bruciare mobili e libri, sfondare i controsoffitti, staccare piastrelle e parati, torcere i rubinetti, mozzare le tubature, sfregiare abiti arazzi quadri tappeti, devastare condizionatori e caldaie, rendere inservibili tutti gli arnesi, rompere i vetri, svuotare le casseforti e annientarne il contenuto, tagliuzzare matite e stilografiche, provocare cortocircuiti irreparabili nella rete elettrica, distruggere carteggi cineteca diapositive assegni registratori bobine. Suppellettili.

     Dalla prima all’ultima.

     Dalla prima all’ultima.

     Dalla prima all’ultima.

     Il deserto, dovranno trovare il deserto quando verranno. Un mare di sabbia. Macerie. Sansone.

     Rieccola in un aliare di lucciole con l’aria di vada come vada. Stropiccia pollice e medio agli angoli della bocca, drizza il copricapo turrito e il ciondolo d’oro antico con inciso un tigre dagli artigli sguainati, sguaina un’espressione mielata che potrebbe affatturare chiunque salvo te (lei non lo sa, ed è questa la tua forza, su cui non mancherai di far leva). La posa artritica. Suona.

     Pochi istanti e perderanno la calma. Devi approfittare della sirena: fischia sette secondi ogni venti, ed è assordante, da fracassare i timpani: esattamente quanto basta per aprire la porta, farla entrare e richiuderla. Non si accorgeranno di niente, non potranno accorgersi di niente se chiuderai prima che il fischio cessi.

     Hai buone probabilità di farcela.

     Scompiglia i capelli.

     Tre buchi.

     Fa’ tremare il mento.

     Così.

     No, non prenderlo, per carità, ringrazia con un sorriso e un mezzo inchino, ma non prendere il cesto. Fa’ in modo che lo metta sul carrello, e quando si volta spingilo nel sottoscala, poi allontànati dal raggio di eventuali esalazioni (a uno scoppio mi rifiuto di pensare: sarebbero loro i primi a patirne, crollerebbero sulla tua testa come pupazzi sventrati).

     Silenzio di sopra.

     Un’imposta si apre ed è sùbito chiusa.

     Si sdraiano.

     Origliano.

     Un parlottio.

     Credono che la mosca si sia sganciata dall’amo.

     Non potevi sperare di meglio. Le cose vanno a meraviglia, a meraviglia. L’ho sempre detto: certe faccende si risolvono poco alla volta, nervi a posto, un passo dopo l’altro, nessuna fretta, nessuna scorciatoia. Tutto arriva per chi sa aspettare.

     Devi avere un cattivo odore, perché si tiene a distanza spostandosi di traverso come i granchi, reprime a stento un moto di disgusto e sbircia il collo unto della tua camicia, la macchia stellata delle ascelle, le croste delle congiuntive, l’alone giallastro ai bordi della cravatta, le unghie róse e lerce.

     Non ti lavi più da quando hai scoperto che è dolce marcire nei proprî umori. Tornare indietro, per te è come tornare indietro. Tu sei nato in un trionfo di umori, ti sembravano così naturali che li respiravi a pieni polmoni in quella rimessa lunga pochi passi, eternamente imbrunita dagli scarichi dei camion, dove c’era posto per un forno, un letto di crini, qualche sedia mal impagliata, una cassetta di frutta foderata di carta da pane per i libri di scuola. Abbracciavi tuo fratello, e nel buio li sentivi sospirare, trasalire, divorarsi. Mamma apriva piano le gambe per non svegliarvi, e puntava i piedi sulla sponda, a un soffio dal tuo naso, il fiato rotto, bollente; papà accarezzava il ricciolo di dove eri uscito, rimaneva un attimo a fissarlo, e le moriva dentro, in uno sciaguattare viscido e acre che reputavi norma, necessità, dovere.

     Avresti voluto sparire, invece premevi gli occhi con le dita e ti costringevi a dormire per sognarti vestito di seta su un palco coperto di fiordalisi, stuoli di ragazze bionde in lacrime ai tuoi piedi.

     Pelli sudicie, passioni accanite, un perpetuo fiorire di lezzi: era il tuo mondo, schiacciato fra quattro pareti basse e fradicie che otto mani strofinavano invano ogni quaresima, senza allegria.

     Non hai mai dato troppa importanza agli odori, come a tutto ciò che non vedi e non tocchi, ma ora ti avvolgono, ti stordiscono, non riesci a pensare ad altro. Il suo è gradevole: sa di terra e brezza marina, latte cagliato e corteccia d’albero intrisa d’acqua piovana. Una folata t’investe quando mette un cuscino in grembo e straparla di sé scoprendo le ginocchia più di quanto occorra: la chiatta che la portò una sera d’inverno, la caccia nella burrasca, i piccoli ridotti a larve, i vecchi gettati a mare, il martirio della sua gente. La gioia di adesso.

     Guardala, commuoverebbe un bisonte: si asciuga una lacrima con un fazzoletto di percalle appena stirato, e si abbandona a un pianto minimo, discreto. Sarebbe capace di abitare su una sequoia per il resto della vita, saprebbe incenerire Lucifero con una risata, e annaspa fra i singhiozzi.

     Non farti abbindolare: apre varchi nella tua diffidenza, e intanto medita la prossima mossa. Non sa cosa l’aspetta, non potrebbe mai immaginarlo.

     Chissà perché non accenna nemmeno di volo al mostro che cova là dentro: un lombrico più scuro della pece, storto, la testa vermiglia e la coda a fiocina, che nuota inquieto fra banchi di corallo in cerca dell’uscita, ruotando pupille fiammeggianti, simili a spilli. Non penerà a lungo. Non penerà ancora a lungo. Lo aspetterai qui, a braccia aperte, per dargli la sua parte, con un sorriso e un buffetto sulla guancia.

     Stupenda, un museo, libri dappertutto, una vita per leggerli, due per capirli, fossi nata in un altro spicchio di mondo, potessi anch’io, talvolta penso che.

     La tua indifferenza la tacita di colpo.

     Stacca un capello rosso dall’oro della veste, affonda in petto le dita fusiformi smaltate di viola, ne estrae un mazzo di disegni umidi e te lo porge chiedendoti un giudizio con la sua voce porosa, tra cullante e lievemente dispotica, li ho fatti nei ritagli di tempo, la sera tardi, non che mi reputi.

     Attento, mostra imbarazzo e sottomissione, ma vuole imbonirti. Da un momento all’altro calerà la maschera e non basteranno tutti i cieli a contenere lo scempio.

     Un giudizio. Non si accorge nemmeno d’essere morta, fra poco i vermi scaveranno case dentro di lei, fonderanno città, e vuole un giudizio. Per farsene cosa? Da te, un giudizio proprio da te, che fatichi persino a ricordare il tuo nome; sai che è corto, e si può scrivere senza staccare la penna dal foglio: un monosillabo con dentro una vocale aperta, un’affricata, forse una labiale; un suono intenso, austero, quasi un singhiozzo. No: un richiamo di caccia, simile a un richiamo di caccia, secco e tagliente come un’ascia; tua madre traeva un lungo respiro e induriva il diaframma prima di pronunciarlo.

     Senza staccarla, disse il ragazzo dall’impermeabile bianco.

 

copiami, il segreto è partire da destra, come gli arabi, chi sono? hanno inventato lo zero e tante altre cose, pochi lo sanno, troppi lo dimenticano, li trattano da cani, stasera vieni, in una cassa ho sette libri illustrati, se parti da sinistra devi staccarla, sdràiati qui, vicino a me, scriviamolo insieme, ti tengo la mano, lasciala andare. Non lo togli? c’è il sole. Vorrei anche dormirci, guarda quante tasche, posso girarlo, cambia colore, una magia, alle ragazze piace, quando suona l’allarme vengono dentro e io l’abbottono, annodo la cinta, nessuno vede, devi arrivare sotto, se arrivi sotto si mettono a tremare, si arrendono, ma bisogna parlare, parlare, guai a smettere, s’incantano, si guardano attorno perché un po’ si vergognano, poi premono la pancia sulla tua, morbida, bombata, la bocca si schiude, fiati che saziano, fiati più buoni del miele, bisogna sorridere e intanto spingere forte, se le ami le perdi, forte, questo alcune, per altre è diverso, vogliono che lavori di fino, allora accarezzalo pian piano senza spingere, e senti che cede, sboccia, s’allarga, c’entrerebbe una gamba, hai provato? io lo faccio ogni sera, ogni mattina, vecchie, giovani, il sapore è lo stesso, ricche, povere, un po’ acido, t’abitui

 

     Prendi tutto il tempo che vuoi: finché assecondi i suoi desiderî sei al sicuro. Metti gli occhiali, sfoglia il fascicolo simulando la massima concentrazione, dàlle a bere che ardi di interesse, ogni tanto indugia su un particolare, fissa il disegno quasi volessi bucarlo, fàlle qualche domanda, è molto che, scuola, modelli, promettile sostegno; ma sorveglia ogni suo movimento, non perderla d’occhio un solo istante.

 

sono loro a cercarmi, io non devo fare niente, i mariti sanno solo mangiare, dormire, busso e aprono, già pronte, scivolose, stanno dietro la porta, s’inginocchiano e se lo prendono come se gli appartenesse, certe volte mi tiro indietro per vedermele sbavare, supplicare, qualcuna ha le cose, un odore, un bollore, non è sangue, è nèttare d’anima, si fa lo stesso, dopo non mi lavo nemmeno, ci dormo una notte intera, mordono palpano sgraffiano, alla fine ti guardano come si guarda un dio, sazie, grate, si farebbero camminare sopra, si farebbero sputare, si farebbero pestare a morte, allora capisci chi sei, perché sei nato, le succhio qui, alza la maglia, se li lecchi diventano duri, hai provato? sdràiati, più duri dei chiodi, che senti? vieni stasera nella cabina del camion, ce li baciamo a non finire, così ti fai le ossa, guarda là fuori, ce n’è mille che aspettano te, per ognuno di noi mille, pronte a tutto, basta parlare, se sai parlare hai vinto, imparerai, quando vieni ti dico l’atomo, lo conosci? le figure sono a colori

 

     Niente di che, c’era da aspettarselo: scarsa sensibilità tonale, tratto incerto, contrasti accusati, chiaroscuri evasivi, forme compendiarie ed elementari, gusto barbaro. Uno, però, è straordinariamente aereo e vorticoso nel suo proliferare di segni annodati e contorti, quasi un travaglio da cosmo a caos, da nascita a morte; in basso a destra, tra un liocorno e una sfinge, imbozzolata in un viluppo impenetrabile, una figura violentemente stilizzata, simile a una proiezione stratigrafica, di cui ti sfugge senso e sintassi: vi leggi gli omeri, le clavicole, le costole, l’ulna e il radio, la carotide, le teste dei femori.

 

identico al sistema solare, ci credi? quelli delle gravide stillano latte, acquoso, leggero, un’ambrosia, sulle pregne so tutto, non mi batte nessuno, un mondo a sé, niente a che fare col nostro, proprio niente, non appena si sgravano prendono i mariti per la cinta e se li portano in bagno, non li guardano nemmeno in faccia, dieci secondi e tornano serene, le infermiere sanno e lasciano correre, come a dire eccomi qua, non sono finita, ricominciamo, è il corpo che vuole, la mente segue, questo dopo, ma una l’ho presa mezz’ora prima, l’ho presa da dietro che già incominciavano le doglie, respirava a fatica e mi voleva dentro, pensa, mi voleva dentro a ogni costo, a ogni costo, e ho capito una cosa importante, che ti devi stampare in testa, non la scordare mai, ho capito che servivo a grattarla, ci credi? perché in quei momenti sentono un prurito, forte, le donne sono così, se vogliono usarti non hai scampo, e che benedizione non averlo

 

     Ma è il volto a dominare, un volto marcato fino al ribrezzo nei suoi reticoli d’arterie e nervature spruzzati di china scarlatta.

     Sei tu. Tu ragazzo. No. Ha ciglia lunghe, labbra grandi, tornite, lo sguardo assente e vuoto. È tuo figlio. Tuo figlio.

     Che significa? Perché se ne sta lì a suonare l’arpa senza dire una parola? Perché non viene allo scoperto e pone fine a questa farsa?

 

bisogna mettersi nei panni della femmina per capire che sente, nessun uomo si mette nei panni della femmina, io mi ci metto, guardo scruto spio, ma quando ce l’ho sotto molto sfugge, sono preso dal bendiddio, allora me ne vado per campi, i posti li conosco a uno a uno, lei li vuole intimi, segreti, ben chiusi da ogni lato, lui invece fa in modo che uno spiraglio resti e qualcuno possa assistere al suo trionfo, e vince sempre lui, ci puoi giurare, mi piazzo su un fico e aspetto che vengano, un metro sotto di me, potrei toccarli, ho capito che al maschio serve poco, gira la chiave e parte, motore a benzina, a volte è un viaggio così breve che non ho neppure il tempo di sbottonarmi, si vestono e vanno via, ma se è lei a guidare, dio, per gli uomini è un piacere come tanti, per lei no, è una sfera da cui non vuole uscire, è una gabbia, non c’è limite, il cervello si stacca, resta acceso solo il fisico, diventa una bestia, tante se la fanno sotto, fiottano, un tanfo d’ammoniaca, da qui capisci il totale abbandono, come se il vento gli entrasse dentro e le scuotesse, una specie di furia, le sante lo dicono meglio, assai meglio, c’è di mezzo anche Gesù, poi ti spiego il misticismo, il misticismo è una miniera d’oro per chi vuole imparare, non immagini le cose, un mondo a sé, slacciami la cinta, tocca qui, lecca, che senti? loro il doppio, il triplo, mille volte tanto, io mi vergogno d’essere maschio, il maschio fa pena, il maschio è da buttare, credi a me, per questo voglio entrargli nella testa alle donne, per questo voglio capire che sentono e sentirlo anch’io, potrei scrivere cento libri, riempire intere biblioteche su questa cosa del misticismo, su questa cosa dell’ammoniaca, su questa cosa dell’abbandono, del mondo a sé, delle sante, di Cristo, torrenti d’inchiostro

 

     Non guardarla così forte. Non così forte. Capirà.

     Lo so, vorresti buttarti su di lei, tapparle la bocca, colpirla finché non sia pentita, contrita, redenta, vorresti farla stridere come le scrofe che portavi al pascolo, squinternare quella massa molle e viscosa, spremerla a poco a poco, sguazzare nel fetore dolciastro dei suoi liquami, bagnartene il muso, il pelo, le zampe. Ma non è il momento, non ancora. Un passo alla volta. Nessuna fretta. Nessuna scorciatoia. Sarà lei a crollare spossata ai tuoi piedi, lei a supplicarti in ginocchio di far presto, presto. Vorrà solo finire. Nient’altro.

 

il misticismo non è roba da monache, il misticismo anni a capirlo, secoli, anche se è in mezzo a noi, come i marziani, camminano per le strade, nei giardini, parlano, mangiano e ridono come noi, occhi naso bocca, identici, però vàlli a snidare, magari tua madre è una mistica, magari mia madre è una mistica, tuo padre, mia sorella, e non lo sapremo mai, ci credi che la fede può farsi carne, ci credi che può farsi fame? certe mettono una rosa sul cuscino ogni sera e se ne vanno a letto per sognarlo, dico sognare ma non è proprio così, lo vedono davvero, lo toccano, ci fanno l’amore, per loro è una presenza viva, concreta, le colma, le invade, darebbero un occhio per un minuto di quelle notti, io per un secondo

 

     Bravo, offrile qualcosa senza interromperla, e mentre beve accendi il giradischi, quel concerto grosso, alza il volume per coprire le strida; sta alle sue spalle, perciò non ti vedrà staccare il pugnale dalla parete e farlo sparire nella manica. Vai. Confidiamo in te.

 

una ha detto sei bello, bellissimo, se proprio vuoi lo facciamo, non per me, per farti piacere, l’ho portata al fiume, l’ho stesa fra i giunchi, si lasciava fare, ma ho capito che aveva altro da pensare, qualcosa di superiore, roba dell’altro mondo, morivo di curiosità, la sera sono andato nella stanza in punta di piedi e l’ho spiata, frignava, torceva i lenzuoli, diceva Gesù, entrami, vuoi darle torto? il maschio suda, puzza, invecchia, il maschio perde forza vista capelli, lui invece sempre fresco, sempre giovane, profumato, lo chiami e arriva, anche gli uomini lo fanno, non credere, basta immaginarsi un Cristo femmina, amore sacro, amore profano, balle, l’amore è uno, l’anima sta nella testa, e la testa è corpo, su questo sono ferrato, su questo non mi batte nessuno, quante roccaforti ho espugnato con certi discorsi, sapessi

 

     Prendi un disegno ― non quello, uno qualunque, il più insignificante ―, siedile accanto, esalta l’energia dei contrasti col tuo tono pacato, loda l’intensità dell’ispirazione, fa’ scivolare le parole sul suo grasso inerte, indica un particolare, commentalo a lungo come sai fare tu, e quando si avvicina per vedere meglio avvèntati, scarica tutta la tua collera. Sulle prime lotterà, poi piegherà il collo, la schiena, così fa la zebra, si sentirà pasto, materia, e non saranno grida, non saranno nemmeno sospiri. Vedrai.

 

più duro del marmo, questo cercano, non l’amore, allora puoi camminargli in testa, puoi pizzicarle, sputarle, e ti sono grate, ricche e povere, vecchie, giovani, l’amore lascialo a casa, se ti vedono perso è la fine, perché non c’è niente di peggio di un uomo sottomesso, piegato, i mariti non servono a niente, neppure tuo padre serve a niente, ti offendi? sanno solo faticare, mangiare, ruttare, manco i cani, dormire, bestie, puzzano di fogna, di carogna, più duri dei chiodi, intanto spingi, hai mai provato? un forno caldo, bollente, un nido di passero, rovente, te lo senti rampollare nella pancia, sale sale sale, allora serri le cosce, trattieni il respiro più che puoi e sprizzi tutta la forza che ti squassa dentro, mentre lei ti lecca la lingua, gli occhi, la faccia, e intanto dice gioia della mia vita, tienilo solo per me, non darlo mai a nessun’altra, si butterebbe dal tetto, squaglierebbe la madre nell’acido, si taglierebbe un piede con la roncola per farti felice, gìrati, t’insegno, mi muovo piano, muoviti anche tu, fàllo entrare, basta poco, pochissimo. Il tuo garage è più grande del mio, ha tre letti con le spalliere, un armadio di legno, dieci libri e le pareti più azzurre del cielo, a Pasqua un odore di mandorle, vinsanto, voglio venirci sempre, non farmi male

 

     Potessi scordare tutto, lavarmi il sangue e la mente, guardarla con occhi chiari, più dolci d’ogni sognata dolcezza, più puri d’ogni sperata purezza, se nulla fosse deciso, decretato, e ogni cosa fosse ancora da compiersi, se un fiato caldo di pietà sciogliesse il ghiaccio che mi secca. Vederla madre, figlia, sorella, sdraiarmi all’ombra dei suoi ricordi, una sera d’estate, sotto un ebano antico, nell’odore dell’erba falciata di fresco.

 

atomo e sistema solare? uguali, lo giuro su Dio, infinitamente grande infinitamente piccolo, identici, strano ma vero, dopo ti spiego le stelle, mi muovo piano, le galassie, muoviti anche tu, i buchi neri, basta poco, che senti? non vedi il paradiso? non è come quando fa caldo e ti tuffi nel fiume? non è come quando hai sonno e tiri le coperte sulla testa? puoi camminarci su, pestarle, sputarle, sempre grate, se studî le prendi, lascia stare i capelli, lascia stare lo specchio, credi a me, il fuori non serve, il fuori conta il primo momento, non dura, bisogna ammaliarle, e per ammaliarle devi sapere tutto, terra mare cielo pianeti, e per sapere tutto devi inchiodarti al banco, saccheggiare il maestro, rubare con gli occhi, con le orecchie, il cervello è un mistero, ma una cosa è certa, non ci piove: più lo riempî e più s’affina, dentro c’è uno spazio immenso, c’è uno spazio infinito, solo chi sa possiede, e possedere è vivere a mille. Mamma dice una pagina al giorno, basta una, non farmi male, si siede vicino a me e leggiamo, nel libro c’è una voce, è come quando mi sforzo e non esce niente, un minuto al giorno per un futuro più bello, c’è una voce che mi parla, chi non legge non vive, è un insetto, è un sassolino, è un pezzo di gomma, non farmi male

 

     Guarda come scalcia la puttana, incrocia le braccia per riparare il lombrico e scalcia fissando il soffitto. Ancora un secondo e riuscirà a sfondarlo, contaci. Maledetta, lei e le sue tonsille d’aquila, tre volte maledetta, lei e i suoi gomiti squamati, gli occhi a palla, la lingua lucida e rosa, la cera da squalo spiaggiato, la pelle da uomo, le unghie lunghe e viola, il naso storto e camuso, lo sguardo da sciamano imbestiato, le mammelle di cartapecora, gli zigomi acuminati, i denti d’avorio tagliato, ne avrà centinaia in quella bocca più fetida e buia d’una caverna. Non fa che urlare, apre le braccia per allargare i polmoni e urla come un’aquila trafitta. Ecciterebbe la bile a un agnello in coma. Perché non ti muovi? Che aspetti a chiudere quella fogna? Vuoi che la sentano? Vuoi che si armino e scendano in massa? Ficcale il saggio in gola, premi il ventre su quella faccia di pietra, strappa i cordoni del divano, légale mani e piedi, fa’ qualcosa, qualunque cosa, ma domala, perdio. Aspetti questo momento da una vita, l’hai sognato milioni e milioni di volte, non puoi perderti adesso, non adesso.

 

nel rifugio ho due coperte e la chiave di una cella, un pezzettino di lardo e vengono, non devo insistere, è scuro, nessuno si accorge, e se anche fosse? le prendo mentre fischiano le bombe, penso che una può cadermi in testa e me ne vado in paradiso, vogliono sempre rifarlo, ingorde, tante mi ridanno il lardo, però devi curarti di loro, è un lavoro, una missione, tu non esisti, vieni dopo, alla fine, il piacere del maschio è un piacere riflesso, ricevuto, quando vedi che si squagliano, quando vedi che le cosce sudano e le dita si torcono, quando vibrano come rondinelle intirizzite e sembrano pazze, allora muori e rinasci, è il paradiso, il paradiso anche per te, candido, denso, t’è già venuto? per fartelo venire devi tirarlo, prima piano poi sempre più veloce, un treno che parte, frattanto chiudi gli occhi e te la pensi nuda nel letto ancora caldo del marito, pronta, scivolosa, spalanca le braccia, ti vuole, vuole te, solo te, ti fa spazio, ti posa la guancia sul petto, si volta, si mette in ginocchio, te la senti tutta nelle mani, nel naso, ci hai mai pensato? spesso viene da solo, senza volerlo, mentre dormi, niente di meglio, al risveglio sei un leone, un pascià, il mondo ai piedi, e sai come si chiama? lo sai?

 

     Non trattenerla, peggioreresti le cose. Allenta la morsa, con un forte disappunto, come se fosse stata lei a liberarsi, digrigna i denti, fa’ vibrare i pugni, tirale una sedia, un libro, il fermacarte, riempila d’insulti, torna qui, bastarda, che credi di fare? piatti e ottoni copriranno il frastuono, fingi di volerla afferrare, ma fàlla scivolare fra le dita, lasciala sbollire e tutto sarà più facile.

 

polluzione, basta cambiare nome e pure il letame diventa oro, non dar retta a chi dice l’abito non muta la sostanza, la forma è sostanza, il modo è tutto, certe parole deve averle inventate il padreterno, tanto rotonde sono, soavi, da riempirsene bocca e mente, polluzione, i romani dicevano pollùere, accento sulla u, da lùere, macchiare, difatti lutum valeva fango, chissà perché tutte le cose belle, le cose che dànno gioia, perfino quelle che creano la vita sono associate alla cacca, allo schifo, invece niente a che fare con lo schifo, niente, t’assicuro, prendi ieri, erano due, madre e figlia, pensa, una meglio dell’altra, occhi da cerbiatte civette, colli di burro, inguini da restarci secchi, che lingue, mezza forma di cacio e un pugno di strutto, si sono guardate e hanno detto sì, va bene, ma fa’ presto, il fornello è acceso, sono salito sulla sedia e gli ho preso le nuche, i capelli, una rumba, non lo vedevo più, mi spariva in quei gorghi insieme alle budella, le sentivo friggere, rimescolarsi, pareva che ridessero da creparne, qui, in fondo alla pancia, se lo litigavano, ho stretto le cosce e via, non volevano perderne un goccio, ho avvicinato le teste e ho detto baciatevi, hanno chiuso gli occhi e si sono baciate, poi è toccato a loro, sono saltate su dandosi la mano, serie, un fiatone, viste dal basso sembravano le sante in chiesa, avessi cento lingue, e intanto strizzavo i mandolini fino a spezzarmi le dita, sanguinavano, cresta lunga restaci cresta corta tùffati, frulla forte, più forte che puoi, perché allora non è fuori, sul grillo, è là dentro che succede la cosa, non lo scordare

 

     Càlmati, dove vuoi che vada? Farà due rampe e tornerà indietro: l’accesso al piano superiore è sbarrato a tripla mandata. Vedi? Avevo ragione. Ha perso anche la forza di gridare, fra poco pattineremo sui suoi bronchi. Non le resta che correre alle finestre. Prova ad aprirle: legge nell’acciaio la propria fine. Mormora qualcosa, un gemito, una litania, carezzando con lo sguardo il pavimento: vorrebbe gettarsi bocca a terra come fa lo gnu sotto il ghepardo, sperando d’intenerirlo. Ha deciso di arrendersi. No: afferra un vaso, lo spacca contro lo spigolo del tavolo, gira la scheggia nell’aria e fa rotolare il suo lardo verso il portone d’ingresso. Dove troverà tanta forza? Conoscesse la combinazione saresti spacciato. Ma ecco, piega la testa, fa cadere le braccia, sospira. Capisce che non c’è più speranza. Un guizzo. Stacca il gladio dall’armatura, lo brandisce a due mani e ti tiene a distanza pestando i piedi come se danzasse: deve aver sentito qualcosa. Si china senza scollarti gli occhi di dosso, sposta il tappeto, s’illumina, solleva la botola, si lascia inghiottire: un siluro di polpa negra nella bocca dell’inferno.

 

m’hanno buttato a terra, due iene, quattro chiodi, avessi mille lingue, pensavo, un paradiso, il padre spiava da un buco e intanto so io che faceva, i padri non servono, neanche il tuo serve a niente, quando ho spruzzato io deve aver spruzzato anche lui, credevo che morisse, una specie di rantolo, il topo quando gl’infilzi il cervello con lo zeppo, poi la faccia s’è storta, una paralisi, ci resta stecchito, invece ha riaperto gli occhi e mi ha guardato, mi voleva bene, altro che schifo, latteo, una crema, stracarico di sensi, almeno tre: gratitudine della femmina, appagamento del maschio, inno alla vita, sì, alla vita, ché in quel fango c’è tutto il cinema di ciò che siamo e saremo, noi e i nostri figli, e i figli dei figli dei

 

     Magnifico, mi hai letto nel pensiero. Già, proprio così, se la seguissi troveresti la punta del gladio ad aspettarti dopo il terzo gradino. Non è ancora nato chi. Mezzo secolo d’angherie non è passato invano.

     Chiudi la botola, mettici sopra l’armatura facendo più rumore possibile, magari rovesciala e trascinala pesantemente: capirà, si sentirà in gabbia e darà fondo alle ultime energie, ne sono certo.

     Stacca le luci del sotterraneo, tutte, anche quelle delle gallerie: al buio non troverà mai l’uscita e lo sconforto la cuocerà al punto giusto.

     Ora cambia musica, un coro buffo, vèrsati da bere, accendi le telecamere a infrarossi e goditi lo spettacolo. Te lo sei meritato.

     Dio, se ne sta lì, seduta a gambe larghe sullo scanno di tec, come se dovesse partorire da un momento all’altro. Si dondola lentamente fissando il gladio pur senza vederlo e fa strani movimenti con la bocca: la spalanca fin quasi a spaccarsi le mascelle, poi la serra battendo i denti, e intanto scrolla le braccia. Sarà un rito, chissà, un modo di pregare, di concentrarsi prima del.

     Scatta in piedi, fa sparire la lama sotto la veste, schiaccia la schiena contro la roccia e la percorre in tutta la sua lunghezza lacerandosi la pelle senza nemmeno accorgersene: misura spazî, calcola rapporti, proporzioni, supplisce alla vista col tatto, l’udito, l’olfatto.

     Un portento. Un miracolo della natura. Un congegno infallibile.

     Avresti voglia di aiutarla, non è così? avresti voglia di darle una possibilità, almeno una, come faceva tuo padre con la volpe. D’altronde non sarebbe una novità: tu sei sempre stato dalla parte dei.

     Imbocca un cunicolo. Quello giusto. Come diavolo avrà fatto? L’odore del vento? della luna?

     Si rianima. Sembra sorridere. Accelera l’andatura, sfreccia con la leggerezza d’una farfalla palpando tutto ciò che le càpita a tiro senza quasi toccarlo.

     Ha trovato la porta. Prova a spingerla. Picchia con le nocche per saggiarne la consistenza. Più sorda del granito. Fa scorrere le dita sulla parete. Un’unghia sfiora quasi il pulsante.

     Tienti pronto. Se lo preme dovrai essere più veloce del fulmine.

     Ha un’idea. Si muove. Urta contro lo stipo dei diarî, sfonda l’anta con un calcio, li strappa a uno a uno, ficca pezzi di carta sotto la soglia, estrae il gladio e scava le giunture delle pietre fino a staccarne una, la frantuma col manico, afferra due pezzi e li strofina, il foglio prende fuoco, lo trasmette agli altri. Un vero portento, sì, da restarne abbacinati, stupefatti, annichiliti; ma se non inventi sùbito qualcosa il fumo attirerà l’intero vicinato e sciuperai tutto, tutto.

 

ne troverei altri venti di significati, basta sforzarsi, come fanno i critici, stringono gli occhi e tirano fuori sensi a bizzeffe, chi sono i critici? quelli che vedono al buio, quelli che arrivano dove gli altri se lo sognano, quelli che non sono artisti, no, ma gli artisti non farebbero un passo senza di loro, anche se li vorrebbero sepolti sotto una valanga di terra, ce l’hai ancora il coraggio di chiamarlo fango? se domani vieni ti faccio spiare, bella tua madre mentre lava, carne candida, tenera, quando suda scintilla, guarda il cielo e le spunta una lacrima, ti assomiglia, tu pure ti commuovi scrutando il cielo, lo so, ti vedo anche se tu non mi vedi, ci sono sempre io, che male c’è se le spiego i pianeti, che c’è di male se parlo un po’ mentre lava, e magari le metto le mani sui fianchi, glielo faccio sentire, piano, non aspetta altro, la sera mi tira certe occhiate, quasi a dire che aspetti? o tu o qualcun altro, è destino, torna presto tuo padre dalla cava? meglio domani? di’ tu

 

     Le docce antincendio. Dàlle una bella rinfrescata, e poi va’ a prenderla. Pòrtati una fune. La più robusta che trovi.

 

se studî è fatta, il fuori non basta, bisogna stregarle, certe non sanno scrivere, spiego l’accento e si squagliano, pésca pèsca, grave apre acuto chiude, quei fenomeni dei greci li mettevano dovunque, dovremmo farlo anche noi, almeno sulle sdrucciole, si fa confusione, pensa ai bambini, ai forestieri, un rebus, lascia stare i grammatici, sono pigri, si deduce dal contesto dicono, come se gli pesasse la penna, vogliono il quieto vivere, i codardi, non muovono un dito, ne ho visto uno strillare come un’oca per un cagnetto appena nato, più piccolo della sua testa, scondinzolava, voleva leccarlo, e lui a gracchiare come un capretto quando gl’infili il coltello su per la gola, dal contesto, e dire che sarebbe così semplice, naturale, vénti vènti, accèrtati accertàti, séguito seguìto, il circonflesso è morto, ma servirebbe anche lui, io lo metto sempre, pare un fiore, agghinda la pagina, lo conosci? un triangolo senza base, grave e acuto insieme, odî odi, come fai a distinguerli? uno da odiare l’altro da udire, varî vari, quello da vario questo da varare, tu vari la nave, ci hai mai pensato? perché affidarsi al contesto quando costa meno di niente? perché caricare il lettore di fatiche che non gli competono? io li metterei al muro

 

     Stendila sul divano. Un colpo alla base del cranio la calmerà. Bene, molto bene. Pulisci gli occhiali. Làvati le mani. Infila i guanti.

 

e poi spiego l’apostrofo, una specie di qui giace, una lapide, quando dico lapide s’inteneriscono per la metafora e schiudono la bocca, respiri più dolci del miele, spingono la pancia, io il dito, lo giro e sento l’utero, duro, appuntito, hai mai provato? veniamo da lì, tu, io, tuo padre, tuo fratello, anche tua madre esce di lì, proprio così, spingo e quelle grondano, fiumi in piena, mi sento un dio, se ci ripenso mi bagno senza nemmeno toccarmi, pollùere, altro che fango, tempo fa ne presi un po’ con un dito e lo assaggiai per mettermi nei panni della femmina, un sapore strano, né buono né cattivo, colla e pesce marcio, forte è forte, ma se pensi che per quello lei si inginocchia e abbassa la testa puoi anche ingoiarlo, sapone stracotto, hai già provato?

 

     Così. Ora incidi le vene dei polsi senza affondare troppo la lama, strizza gli avambracci verso il basso. Fiaccala, stremala, ma non farla morire. La giostra ha appena cominciato a girare.

 

qui giace la vocale uccisa, sembra una virgola, un baffetto, il segno della mancanza, non si può sbagliare, se togli qualcosa devi avvertire, è la regola, come gli scacchi, il cavallo a elle, la torre così e così, è una legge, ecco tutto, non puoi scordarlo, chi capisce ricorda, qui giace, a volte non è una vocale, è una sillaba, po’: manca co, mo’: manca do, e sai perché niente baffo in un asino un otre un orco? perché non c’è niente da levare, l’articolo è quello, nudo e crudo, un, entrare nella testa della donna, capire che prova quando spasima, si scrolla, e se ne infischia di tutto, perfino di te che l’hai spinta nel limbo, quando ti muore fra le mani come una passera sparata, e tu dici Dio, fàmmi scoppiare un minuto dopo di lei, cos’è un minuto? fa’ che possa vederla mentre tira fuori la lingua per succhiarsi tutto l’universo, e me, che ne sono il re, oro, pagherei oro, sarei pronto a qualunque cosa, parola

 

     Rosso vivo. Fiotta. Rame vecchio, aspro, tiepido. Sbava, gli occhi supplici e infossati da bestia al giogo. Sgocciola fitto, ha già impregnato i cuscini. Non fartene colpa, pensa piuttosto a fermarlo. Tampona le ferite, affronta i margini, l’emorragia va controllata con una fasciatura generosa e compressiva; usa un pezzo di stoffa. Mettila in decubito supino su un piano rigido, il tappeto è perfetto, vuota bocca e faringe, ripristina la ventilazione osservando attentamente l’estensione delle escursioni toraciche. La frequenza ottimale è dodici volte al minuto. Dodici.

 

ma questi sono solo i mattoni della scrittura, sabbia calce acqua, il bello è quando si passa all’arredo, tende stucchi maioliche, non appena dico arredo tanto d’occhi, tavolini soprammobili divani, qualunque cosa fanno si fermano, folgorate, se lavano si asciugano le mani sul grembiule e mi siedono accanto, le sfioro col ginocchio e non dicono niente, anzi, premono, più spiego lo stile e più premono, il loro modo di pagarmi, stile è scegliere il termine giusto, così giusto che non ne immagini altri, persino una virgola è stile, perché non cambia solo il senso, trasforma il ritmo, il tono, l’intenzione, una donna di sogno si leva di colpo l’abito che la fascia, tu che dici? si spoglia? se lo strappa di dosso? senti questa e stupisci, si sguaina, non vedi il corpo snello, non vedi il corpo caldo e sinuoso snudarsi come una sciabola? stile è fabbricare parole nuove, mai viste, ma ci vuole cautela, misura, tanti creano mostriciattoli per colpire, guardate che sono capace d’armare, sarai capace ma sostanza nix, si scopre il trucco, stile è non mettersi a spiegare troppo le cose, spesso il preciso è nel vago, meglio far lavorare il lettore, ci pensa lui a finire il gioco, certe sono sudate fradicie, le annuso e indovino cos’hanno mangiato la sera prima: il salame piccante le fa puzzare di muffa, lenticchie e fagioli di gatto morto, al cacio si deve invece il tanfo di cuoio zuppo d’inchiostro andato a male che mandano alcune, l’hai mai sentito? quando càpita vado in estasi, sì, perché una donna che non si vergogna di questo ti vuole, t’ha scelto fra mille, allora mi accosto e ficco le dita continuando a parlare, gl’incantatori di serpenti mi fanno ridere, ne hanno di strada per arrivarmi, ascoltano e smettono di respirare, occhioni che nemmeno i laghi d’altura, credi a me, manovrare la sintassi è questione di stile, saperla costruire come il ragno la tela, piazze campi scalee, archi volte colonne, vicoli ponti viadotti, tutto fila liscio, un teatro, ogni frase s’incastra nell’altra, trae ragione dall’armonia dell’insieme, stile è percepire le sfumature, perché non è vero che una frase significhi una cosa e basta, la frase è un arcano, Dio ci salvi dagli incapaci, credono di dire a invece dicono b, sordi, ciechi, solo chi ha in mano lo stile capisce che razza di sanpatrizio è una frase, come attraversare la strada, uno lo fa senza pensarci, lo porta inciso nei nervi, sono loro a misurare il tempo che impiegherà quel furgone a passare prima che il piede tocchi terra, allora si diverte perfino, lo piazza a un centimetro dalla ruota, e un altro resta là, incantato, a guardare le auto sfilare, se le sente addosso, stilisti si nasce, tranquillo

 

Calogero Barba, "Manoscritto", 2003

     Respiro rotto, inuguale: si spegne. Assicùrati che la lingua non sia retroflessa e che vomito muco e sangue non ostruiscano le vie aeree; applica una pressione decisa portando in avanti il peso corporeo per produrre una forza adeguata; lo sterno deve abbassarsi quattro o cinque centimetri verso la colonna vertebrale, non di più. Ma evita di pigiare epigastrio e cassa toracica: la perderesti.

 

quando senti di non resistere tiralo fuori, riempile l’ombelico, se resti dentro devi sposarla, è la fine, spesso sono loro, non ti fidare, una m’ha incastrato fra le cosce, stringeva, secca, a me piacciono secche, ossute, che morsa, là, dentro, niente da fare, il cervello voleva ma lui no, dentro, e non c’era acqua, stavamo sull’acquedotto e perdio non c’era un goccio d’acqua, dice bisogna sciacquarla sùbito, l’apro con le dita, l’allargo bene, dice schizza, schizzaci forte, l’ho schizzata, buona anche per i tagli, raschia tutto, specie se t’ingozzi di birra, una manosanta, altro che schifo, tutto quello che viene di là fa bene, è bene, hai provato? il prezzemolo è inutile, pure farla saltare dal tavolo a calcagni uniti è inutile, nascono lo stesso, e se nascono devi sposarle, è finita, perché una sola per tutta la vita? meglio vederne tante e tante abbassare la testa, aprire gli occhi e la bocca come se volessero mangiarti, come se non vedessero altro che te, perdere tutta la dignità, gongolare, farsela addosso, senza nessuna vergogna, tanto gli sei nei visceri, tanto che ti vogliono, le hai mai viste chinarsi e appoggiare le palme ai ginocchi? potresti scannarle e loro si fidano, dietrofront e spalancano le cosce come la scrofa quando capisce che è finita, questo mi fa morire, la fiducia, la completa sottomissione, le hai viste aprire la pèsca e spingerla in su, come dire allargami lo spacco con le dita, guarda com’è caldo, segreto, non ti accorgi che aspetta te, solo te? per me sei tutto il mondo, campare per questo, voglio campare per questo, ci sono nato

 

     Si riprende. Polso carotideo pieno, miosi pupillare, ritorno del colorito cutaneo, ventilazione spontanea. Ben fatto.

     Via la musica, possono aver sentito qualcosa, e se fosse così tanto varrebbe chiudere i giochi.

     No. Risa, richiami, voci pacate. I rumori di sempre.

     Spegni le luci. Guarda fuori.

     Nessuno.

     Cos’è l’ombra sotto il platano?

     Le foglie. Dev’essersi alzato il vento: le onde schiumano tra i bastimenti alla fonda. Quel marinaio rincorre un biglietto, si tuffa a pesce, lo acciuffa, s’inchina agli applausi dei compagni.

     Tutto tranquillo.

     Credono che la mosca se ne sia andata per la sua strada. Invece è qui, sul tappeto persiano, in una stella di sangue, come una bambola sgonfia. Ha partorito torme di guerrieri, ingoiato gli spiriti di mille nemici, ha attraversato gli oceani per arrivare quassù, e ora giace ai tuoi piedi, come una bambola di gomma.

 

grilletto, caricatore, cartucce, senti com’è leggera, una piuma, levi la sicura, l’impugni a due mani e bum, allora capisci perché sei nato, certe vite non valgono niente, aspettano di finire, così ho preso la mira e l’ho finita, partigiano dice, sono partigiano, ho accoppato cento tedeschi in una volta, più alto di una torre, saziava l’intero lavatoio senza mai venire, spaccava le noci coi denti, crac, faceva ruzzolare le botti da un quintale a forza di calci, spostava le camionette con le mani legate dietro la schiena, ma che te ne fai della forza se non sei furbo, io sono furbo, tu sei furbo, alziamo un dito e ci prendiamo le cose, lui non era niente, non sapeva parlare, non sapeva neppure le stelle, aspettava di finire, un cartoccio pieno d’aria, voleva rubarmi l’impermeabile e io l’ho finito, dico aspetta, dàmmi il tempo di svuotare le tasche, invece l’ho presa e bum, in un buco del naso, non ha capito, mi ha guardato, ha detto qualcosa, poi è scoppiato, come un sacchetto di lupini, lui e le sue noci, le camionette, due ore al torrente per staccarmi tutto quel sangue, pelle, ossicini, carne dappertutto, pezzetti di ciccia perfino nelle orecchie

 

     Toracotomia con compressione manuale del cuore. Si effettua nel sesto spazio intercostale: le coste vengono divaricate, si prende il miocardio e si spreme il sangue applicando una pressione prima all’apice poi alla regione del cono d’uscita. Lascia stare i guanti: non servono più.

 

bum, ho scavato una fossa sotto la madonna, l’ho buttato dentro e l’ho coperta d’erba, foglie secche, mi sono lavato le mani nella ciotola dell’acqua santa, chissà che dice adesso il partigiano quando gli cammino sopra, raspo la terra coi piedi, saluto la madonnina e abbottono l’impermeabile anche col sole, così, per sfregio, chissà che pensa quando ci porto le femmine e gliele faccio strillare sulla testa, a una lo dissi sul più bello, qui sotto c’è un partigiano più alto di una torre, schiacciava le noci coi denti, voleva l’impermeabile e io gli ho sparato in un buchetto del naso, lei me l’ha stretto che ancora mi torco, una tagliola, casa e chiesa, quelle sono le meglio perché si pentono, smettono anche di mangiare per punirsi, e più si pentono e più lo fanno

 

     Scollane un lembo senza toccare l’arteria, recidilo alla base con un colpo secco.

     Quanto ho dovuto penare per vederti così felice.

 

che fiume, un fiume in piena, guardava la madonna, guardava la terra e grondava, m’è venuta un’idea e ho detto bestemmia, se non bestemmî sùbito come si deve lo caccio fuori, giuro, lo caccio fuori e me ne vado, non lo prendi più, ha bestemmiato, Dio, San Giacomo, San Tarcisio, San Nicola, non la smetteva mai, San Luca, San Gerardo, Santa Chiara, Santa Rita, San Giuseppe, se la prendeva con tutti i santi, tutte le sante del paradiso, la madonna ha tuffato la faccia nelle pieghe del manto per quanto bestemmiava, manco l’arciprete quando mi scivola il messale, dovevi esserci, le sue bótti, le sue noci, le camionette, aspettava di finire, solo di finire, non era niente, senti che piuma. Bum

 

 

 

 

 

*  Filologo e critico letterario fra i più sensibili ai problemi della lingua e dello stile, Gualberto Alvino ha sempre dedicato particolare attenzione agli "irregolari" della letteratura italiana, da Vincenzo Consolo a Stefano D'Arrigo, da Gesualdo Bufalino a Sandro Sinigaglia; ma gran parte dei suoi lavori verte sull'opera dell'outsider per antonomasia, Antonio Pizzuto, del quale ha pubblicato in edizione critica Giunte e virgole (Roma, Fondazione Piazzolla, 1996), Spegnere le caldaie (Cosenza, Casta Diva, 1999), Ultime e Penultime (Napoli, Cronopio, 2001), Si riparano bambole (Palermo, Sellerio, 2001), nonché i carteggi con Gianfranco Contini, Margaret Contini e Giovanni Nencioni (tutti editi dalla Polistampa di Firenze, che ha pure stampato, nel 2000, la raccolta di studi Chi ha paura di Antonio Pizzuto?, Premio Feronia 2001 per la saggistica). Suoi scritti creativi, critici e filologici sono apparsi in «Les Langues Néo-Latines», «L’Unità», «Il Messaggero», «Galleria», «Testo a fronte», «L’Indice dei libri del mese», «Il Cavallo di Troia», «La Taverna di Auerbach», «Dismisura», «Archivio Storico per la Sicilia Orientale», «Studi di Filologia Italiana», «Filologia e Critica», «Studi Linguistici Italiani», «Philologica», «Italianistica», «Studi e Problemi di Critica Testuale», «Chaosmos», «Campi immaginabili», «Strumenti Critici», «Il Caffè illustrato», «Annali della Scuola Superiore Normale di Pisa», «Humanitas», «Fermenti», «Avanguardia», «Microprovincia».

 

 

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