INTERVISTE
Andrea Di Consoli

Nato a Zurigo ma di origine lucana, il trentenne scrittore parla del suo ultimo libro “Lago negro”. I personaggi dei suoi racconti girano a vuoto, impaludati in un Meridione odierno ancora senza speranza e senza riscatto. Soltanto nelle immagini di caldo irrespirabile sembra riverberata la nostalgia di una antica felicità.


 

di Massimo Vecchi

«Da due anni dirigo la casa editrice Avagliano, collaboro al Messaggero con racconti sulla pagina romana e all’Unità con articoli di critica letteraria. Poi lavoro da sei anni alla Rai per un programma radiofonico per gli italiani all’estero che si chiama Taccuino italiano, in cui racconto la letteratura italiana agli ascoltatori lontani. Devo dire che soffro di claustrofobia per cui ho bisogno di fare più cose, di non vincolarmi professionalmente a nessuno e poi ho la necessità di guadagnare, di mettere insieme uno stipendio decente. Aggiungo che da sei mesi sono padre per cui c’è anche una dimensione familiare che mi assorbe molto. Purtroppo non fa curriculum, come direbbe qualche poeta, ma per me è un aspetto assai importante, che mi coinvolge molto».

 

A parlare è Andrea Di Consoli, nato a Zurigo da genitori italiani nel 1976, residente a Roma, autore di tre libri: Le due Napoli di Domenico Rea, Discoteca e i racconti di Lago Negro, usciti di recente, da cui prende spunto questa intervista. Da quel che dice, Di Consoli  lavora moltissimo. Ma allora, vien da chiedergli, quando scrive?

«Non ho una regola. Ci sono momenti in cui si crea una sospensione particolare, ma soprattutto scrivo quando vado in Lucania, e io tendo ad andarci spesso, è la mia terra. Ma anche qui a Roma, ci sono dei momenti, di notte, di mattina presto, come capita. Adesso sto scrivendo un nuovo romanzo per la Rizzoli».

 

Bene, complimenti. Come s’intitola?

Il titolo non l’abbiamo ancora pensato.

 

E il contenuto?

«E’ la storia di un ex emigrante, uno che ritorna in un paese del Sud ma poi non riesce a inserirsi e perciò comincia a dedicarsi soltanto agli animali, diventa una sorta di uomo solo che parla con gli animali. Però è un romanzo con un’atmosfera molto poetica e la trama è ridotta all’osso. Anche perché rispetto a Lago negro ho cambiato molte cose, nel senso che non mi interessa più avere una caratterizzazione di tipo sociologico. Credo di dovermi concentrare di più sul linguaggio, ma anche sull’essenza di certi luoghi e del tempo, su ciò che potrà rimanere di me, di noi, di quello che io come uomo ho la possibilità di scoprire, di vedere, di conoscere. Devo dire che con la nascita di mio figlio l’urgenza di capire che cosa potrà rimanere è aumentata molto. Uno ha la sensazione che deve fare delle cose, capire molto più in fretta. Lago negro era più localizzato geograficamente e anche generazionalmente. Raccontava di una certa gioventù adesso invece tutto sta diventando più profondo per me, meno localizzato, meno localizzabile».

 

Lei scrive tanto, ma come scrive? A mano o al computer?

«Scrivo al computer, anche se mi piace molto scrivere a penna. Questo lo faccio per la poesia. Per me la poesia è uno dei linguaggi più belli, io leggo molta poesia. Ma devo dire che anche lì finisco per usare poco la penna, utilizzo quasi sempre il computer».

 

Il computer è sovrano, però è vero, la poesia pretende una scrittura a mano, chissà perché.

«Perché la poesia non ha l’ansia della quantità, delle righe, delle battute. Mi sembra una delle manifestazioni più preeditoriali che ci sia».

 

Luca Maria Patella, "Terra animata", 1967

Però quando si usa il computer e si fanno dei cambiamenti al testo, correzioni,  riscritture, tagli, spostamenti di blocchi, si perde la stesura precedente. Cioè spariscono tutte quelle pagine autografe di una volta, con le cancellature, le correzioni a penna, le aggiunte sul margine del foglio. Gli studiosi non potranno più andare a spulciare i testi degli scrittori per scoprirne i segreti.

«Certo, i filologi non avranno più materia su cui indagare».

 

Una soluzione c’è. Quando un autore rilegge il suo testo e decide che qualcosa non va,  prima di apportare modifiche salva con nome il file, aggiungendo 2 e poi 3, 4 ecc. al titolo precedente.

«Per la verità a me sembra che ci sia anche qualcosa di impudico nello scrutare le correzioni di un autore perché a volte ci si vergogna di aver utilizzato una parola, si pensa che brutta parola o che parola ingenua ho usato, come m’è venuta in mente. Il computer può salvare lo scrittore da quel momento di vergogna. Comunque sono d’accordo, i filologi avranno molti problemi».

 

Torniamo ai racconti usciti presso l’ancora del mediterraneo sotto il titolo Lago negro, cominciando da una curiosità: perché nel titolo Lago negro è staccato mentre all’interno è attaccato?

«All’interno il riferimento è preciso ad un paese della Lucania, che sta a ridosso della Salerno-Reggio Calabria. Un critico ha parlato di cordone ombelicale a proposito di questa autostrada e devo dire che l’immagine mi ha molto convinto perché è vero, per noi ha rappresentato e rappresenta tuttora il legame con la nostra terra, con la nostra tradizione, con il nostro passato personale».

 

Unisce il paese alla città.

«Anche quello, certo. Lagonegro è un tipico paese del Sud, dove uno si sente lontano dal centro, gli sembra di essere lontano dal mondo, lontano dai luoghi dove accade la storia. Lago negro staccato è una presa di distanza innanzi tutto da quel racconto, dal realismo del paese, dal riferimento preciso. Per me lago negro è l’immagine di un pantano, di una palude, in cui si compie il destino di questi personaggi, che in gran parte sono veri, e comunque verosimili».

 

Sono racconti affascinanti, ma strani. Catturano l’attenzione per la scrittura scarna ma saporosa e al tempo stesso lasciano interdetti per la disperazione diffusa di cui sono intrisi. Cioè, come mai i fatti minuti che descrive, nella dimensione dei protagonisti diventano sconvolgenti?

«Sembrano persone che si avvitano su se stesse, personaggi che girano a vuoto, non crescono. Questa idea dell’avvitarsi mi ha suggerito l’idea del pantano, della palude, e devo dire che l’immagine di un lago negro, cioè di un lago scuro, senza luce mi è sembrata convincente. Poi resta il riferimento sonoro al paese e quindi mi è sembrato il migliore dei titoli possibili». 

 

Lei affonda gli occhi nella realtà meridionale contemporanea e ne ricava una serie di storie brevi, brandelli di un mondo arretrato e sconnesso. Pensa che partendo da questi giovani sperduti si possa arrivare a una dimensione universale?

«Io credo che quando una persona tende ad esprimere delle verità, o dei sentimenti veri, insomma quando c’è di mezzo la verità questa è sempre universale. Penso che quando uno racconta ciò che conosce meglio è sempre universale. Io magari non conosco benissimo la realtà sociale…»

 

Ma quella umana sì.

«E’ vero, quella sì. Ho condiviso tanti silenzi con tantissime persone, quindi quel mondo lo conosco e credo che alla fine la forte caratterizzazione territoriale non nuoccia anche all’allargamento nella direzione dell’universalità».

 

Da dove vengono due costanti di queste sue storie, il caldo irrespirabile di fuori e la dimensione carnale che azzanna da dentro i personaggi?

«Posso dire che uno dei momenti più importanti della mia vita di uomo è l’immagine di un ragazzo sui dieci anni in bicicletta su una mulattiera in pianura, non asfaltata, polverosa, mentre tutto intorno c’è il grano, magari è agosto, c’è un sole fortissimo, il famoso solleone, e questo ragazzo cammina, sente la polvere in gola, ma non ha un orizzonte, cammina in una sorta di smemoratezza che non è altro che la felicità. Io non ho nostalgia delle persone in carne e ossa, ma ho nostalgia di questa immagine precisa. Il caldo per me non è altro che un segno di appartenenza, se vogliamo, anche di nostalgia della felicità».

 

In qualche racconto lei scivola verso un erotismo piuttosto spinto: la storia le ha preso la mano o crede che quel tipo di rapporti sia diffuso e perciò meritevole d’essere descritto?

«Per quanto riguarda la sessualità, anche lì il discorso è abbastanza complicato. Indubbiamente nel pantano di cui parlavamo prima il sesso fa la parte del leone, perché non è un momento goliardico o boccaccesco, è un momento disperato di solitudine o un incontro disperato, per cui posso dire che attraverso la sessualità si entra nella porta principale dell’anima di un personaggio. Credo che la solitudine del pantano e del lago negro non possa fare a meno del racconto della sessualità. Poi si deve tener conto che il Sud è pieno di questi racconti di passioni estreme, di passioni senza futuro, senza amore, senza speranza. E io sono cresciuto con questi racconti molto duri e anche questo fa parte della mia formazione».

 

Adesso un paio di riserve: per esempio, il fatto che il panorama da lei descritto sia così gremito non crede che risulti dispersivo?

«Mentre scrivo non mi pongo il problema della resa editoriale e anche della resa nel lettore, non faccio l’editor di me stesso. Il fatto è che mi hanno sempre affascinato i film dove tanti personaggi raccontano sempre più o meno la stessa storia. Per esempio, L’uomo delle stelle di Giuseppe Tornatore, che cito in epigrafe, in cui un venditore di sogni va in un paese della Sicilia con la sua telecamera e tutti quando sono inquadrati raccontano sempre la stessa cosa, cioè la malinconia, lo struggimento, la voglia di andare via, di immaginare una vita diversa. Anche lì dunque c’erano tantissimi personaggi eppure l’effetto era bello perché tutti in fondo, anche se da punti di vista e con linguaggi diversi, raccontavano lo stesso dolore. Ebbene mi piace l’idea che anche nel mio libro, Lago negro, si sia creato quell’effetto. Devo aggiungere che la mia mente è affollata di tante persone che ho conosciuto, di tante parole che ho ascoltato, che non riesco a tenerle fuori. E non sono uno misteriosofico per quanto riguarda la scrittura però tutte le persone che ho incontrato chiedono una parte, chiedono di apparire, di poter parlare almeno una volta, e io non riesco a trattenerli. Sarà dispersivo editorialmente, ma per me è umanamente importantissimo farli riemergere quando li sento bussare dentro».

 

Abbastanza frequentemente lei usa frasi in dialetto: non ha paura che la difficile decifrabilità di quei brani riduca la leggibilità?

«Assolutamente sì, lo credo. Quando  ho scritto con quel dialetto credevo alla forza dirompente di questi linguaggi non addomesticati e lontani dall’italiano standard. Oggi non la penso più così, oggi il dialetto per me è quasi impronunciabile. E’ la lingua dell’infanzia e quindi del destino, ma oggi non la utilizzerei o la utilizzerei con grandissimo pudore. Semmai la userei in poesia. Nei romanzi no. Anche perché è un modo brutale per escludere il lettore».

 

Per finire, parliamo della casa editrice Avagliano. C’è stato di recente il cambio della proprietà, qual è il nuovo assetto e quali i nuovi programmi?

«Breve premessa. La casa editrice Avagliano era dell’attuale proprietario, Antonio Lombardi, fin dal 1997. La famiglia Avagliano gestiva molto bene editorialmente la casa editrice però aveva creato una situazione finanziariamente molto precaria con debiti anche insostenibili. A quel punto gli Avagliano hanno deciso di vendere la loro parte e Lombardi ha deciso di rilanciare la casa editrice. Ha chiamato me per vedere cosa sarebbe riuscito a fare un giovane. Io devo dire che ho molto rispetto per il lavoro del mio predecessore Tommaso Avagliano e ho mantenuto molto la sua linea, cioè l’attenzione per il Sud, per un certo tipo di ristampe, per una letteratura di tipo borghese del Sud. Però ho cercato di allargare l’orizzonte, di puntare sulla saggistica. Abbiamo pubblicato libri sulla Cina, abbiamo pubblicato la biografia di Foscolo e tanto altro ancora. E poi anche parecchi giovani. Adesso ho dato vita anche a una collana di poesia. Insomma cerco di essere più aperto, più pluralista. La collana di saggistica, per esempio, ci sta dando molte soddisfazioni. Perciò, senza strombazzare grandi rivoluzioni, stiamo cercando di innestare delle cose nuove sul tronco che rimane solido e stabile della passata gestione».

 

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