INTERVISTE
CINQUE DOMANDE A EMANUELE TREVI

 

Il critico-scrittore romano, di cui è da poco uscito presso Laterza l'ultimo libro, "L'onda del porto", illustra il senso di una pratica letteraria come frutto delle esperienze del viaggiare


 

di Martina Velocci

Emanuele Trevi ha pubblicato presso l'editore Laterza il suo ultimo libro dal titolo L'onda del Porto. Un lavoro letterario che è il risultato di un viaggio in Oriente subito dopo il disastro dello Tsunami (dicembre 2004), un viaggio che, come è successo altre volte per Trevi, diventa un "diario-romanzo" capace di coinvolgere il lettore, un diario-romanzo che è l'effetto, l'esito, la conseguenza di un incontro, di un'amicizia, di un viaggio che è fatto di una sola tappa

 

 
Lei per molto tempo ha svolto principalmente il ruolo di critico letterario, come è stato il passaggio da critico a scrittore?
È stata un'evoluzione, sono una persona che ha avuto una grande attività non scritta, ho sempre viaggiato molto e al ritorno raccontavo agli amici le mie avventure, poi ho avuto l'esigenza di scrivere cose diverse da un "saggio", poiché questo tipo di scrittura in qualche modo è ferma, è come mettere una tela su un cavalletto davanti un panorama e semplicemente riprodurre, io voglio invece portare a casa quello che vedo e vivo. Molti dei miei lavori sono nati da situazioni, da viaggi, da incontri casuali, non sempre però ho trovato materiale per scrivere, torno da poco dalla Cambogia e non ho trovato degli spunti o degli incontri che mi facessero venir voglia di trasformare questo viaggio in un libro. Per me sono, ripeto, gli incontri, le situazioni casuali a stimolarmi sino a potere, poi, diventare un racconto.
 
 

In questo suo ultimo libro lei parla soprattutto di un incontro importante con due bambini del luogo e di conseguenza con tutto quello che era il loro mondo e le loro grandi difficoltà, ha anche aiutato un gruppo di volontari che ha costruito una scuola per i bambini del posto, cosa si porta dentro da questa esperienza?

Prima di ripartire, i bambini della scuola, mi hanno fatto un dono, hanno racimolato i pochi soldi che potevano, e mi hanno portato un giorno sulla spiaggia un regalo: un pesce di vetro, che rappresentava per loro e per me un grande dono; io l'ho portato con me e, quando scrivevo il libro, lo guardavo spesso ricordandomi quei due mesi passati in loro compagnia.

 
 

Lei nel libro si pone una domanda: ma un viaggio che si ferma alla prima tappa è ancora un viaggio? E se non lo è c'è allora un altro nome più adatto? Che risposta si è dato?

La nostra idea di viaggio ormai è molto turistica, si va in un nuovo luogo e si seguono itinerari prestabiliti, si deve sempre ottimizzare il tempo, quindi se si va in un posto bisogna girare tanto, io invece ho preferito fermarmi e guardarmi intorno.

 
 

Come è stato il viaggio di ritorno?

Io sono abituato a viaggiare molto, ma in questo caso ero emotivamente più coinvolto, ho conosciuto persone molto sensibili e disponibili e naturalmente il contatto con i bambini nella scuola è stato assai coinvolgente

 
 

Un'ultima domanda, come mai inizia il libro con "Controromanzo"?

Sarà il titolo del mio prossimo libro, ma questa volta tornerò alla saggistica.

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