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Il
critico-scrittore romano, di cui è da poco uscito presso Laterza
l'ultimo libro, "L'onda del porto", illustra il senso di una
pratica letteraria come frutto delle esperienze del viaggiare
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Emanuele
Trevi ha pubblicato presso l'editore Laterza il suo ultimo libro
dal titolo L'onda del Porto. Un lavoro letterario che è
il risultato di un viaggio in Oriente subito dopo il disastro
dello Tsunami (dicembre 2004), un viaggio che, come è successo
altre volte per Trevi, diventa un "diario-romanzo" capace di coinvolgere
il lettore, un diario-romanzo che è l'effetto, l'esito, la conseguenza
di un incontro, di un'amicizia, di un viaggio che è fatto di una
sola tappa
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Lei
per molto tempo ha svolto principalmente il ruolo di critico letterario,
come è stato il passaggio da critico a scrittore?
È
stata un'evoluzione, sono una persona che ha avuto una grande
attività non scritta, ho sempre viaggiato molto e al ritorno raccontavo
agli amici le mie avventure, poi ho avuto l'esigenza di scrivere
cose diverse da un "saggio", poiché questo tipo di scrittura in
qualche modo è ferma, è come mettere una tela su un cavalletto
davanti un panorama e semplicemente riprodurre, io voglio invece
portare a casa quello che vedo e vivo. Molti dei miei lavori sono
nati da situazioni, da viaggi, da incontri casuali, non sempre
però ho trovato materiale per scrivere, torno da poco dalla Cambogia
e non ho trovato degli spunti o degli incontri che mi facessero
venir voglia di trasformare questo viaggio in un libro. Per me
sono, ripeto, gli incontri, le situazioni casuali a stimolarmi
sino a potere, poi, diventare un racconto.
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In
questo suo ultimo libro lei parla soprattutto di un incontro importante
con due bambini del luogo e di conseguenza con tutto quello che
era il loro mondo e le loro grandi difficoltà, ha anche aiutato
un gruppo di volontari che ha costruito una scuola per i bambini
del posto, cosa si porta dentro da questa esperienza?
Prima
di ripartire, i bambini della scuola, mi hanno fatto un dono,
hanno racimolato i pochi soldi che potevano, e mi hanno portato
un giorno sulla spiaggia un regalo: un pesce di vetro, che rappresentava
per loro e per me un grande dono; io l'ho portato con me e, quando
scrivevo il libro, lo guardavo spesso ricordandomi quei due mesi
passati in loro compagnia.
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Lei
nel libro si pone una domanda: ma un viaggio che si ferma alla
prima tappa è ancora un viaggio? E se non lo è c'è allora un
altro nome più adatto? Che risposta si è dato?
La
nostra idea di viaggio ormai è molto turistica, si va in un
nuovo luogo e si seguono itinerari prestabiliti, si deve sempre
ottimizzare il tempo, quindi se si va in un posto bisogna girare
tanto, io invece ho preferito fermarmi e guardarmi intorno.
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Come
è stato il viaggio di ritorno?
Io
sono abituato a viaggiare molto, ma in questo caso ero emotivamente
più coinvolto, ho conosciuto persone molto sensibili e disponibili
e naturalmente il contatto con i bambini nella scuola è stato
assai coinvolgente
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Un'ultima
domanda, come mai inizia il libro con "Controromanzo"?
Sarà
il titolo del mio prossimo libro, ma questa volta tornerò alla
saggistica.
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